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Caccia all'ideologico quotidiano
11/02/2007
Aritmetica della coppia
Anticipi e ritardi sui binari del linguaggio
Chi ha scritto che
Anticipi e ritardi sui binari del linguaggio
Ci fu anche il momento in cui a misura della qualità della vita associata si eresse la puntualità dei treni. Se il treno arriva in orario, diceva il Duce, le cose vanno bene. Più o meno, mi ritrovo alle prese con lo stesso stile di ragionamento, l’altra mattina, allorché, trovandomi in una città dove tutto sembra perfetto, dove tutto fila che è una meraviglia, dove tutti si dicono cittadini felici e dove tutti si sentono rispettati, mi dirigo di buonissima ora alla stazione e, con dannata soddisfazione e soddisfatta dannazione, leggo sul tabellone che il treno che dovrebbe riportarmi a casa è in ritardo. In grave ritardo. Mezz’ora. Per il momento.
Due ricercatrici in psicolinguistica, Annette e Kyra Karmiloff, madre e figlia - in un libro che s’intitola Sentieri del linguaggio, dedicato allo sviluppo del linguaggio “dalla vita prenatale all’adolescenza” – raccontano di alcuni esperimenti che hanno aperto nuovi orizzonti alle nostre conoscenze in materia di apprendimento. Controllando i movimenti del feto ed il variare delle sue pulsazioni cardiache, è stato possibile appurare che già in quelle condizioni, negli ultimi tre mesi di gestazione, siamo sensibili alla lingua materna ed alla ritmica specifica che la caratterizza. Appena nati, poi, gli stessi ritmi di suzione variano in rapporto al riconoscimento della voce della madre ed alle sue intonazioni. A bagno nel liquido amniotico, insomma, non siamo immersi nel silenzio, ma sentiamo e, gradualmente, distinguiamo. Soprattutto, siamo in grado di constatare regolarità che, per quanto possono confortarci, cercheremo di mantenere a lungo – possibilmente, vita natural durante.
Come il treno è partito da Rovereto mi sono accorto che, attorno a me, la situazione era cambiata e che un vago senso di ansietà stava per dominarmi. Immerso nella lettura del libro delle Karmiloff, mentre mi interrogavo sui vari marchingegni utilizzati per monitorare la percezione acustica prenatale, mi rendevo conto che la mia percezione acustica tardo-post-natale non registrava più il caro vecchio codice della lingua italiana, ma che, nell’intero vagone, studenti e lavoratori che tornavano a casa, viaggiatori – perfino il controllore -, tutti parlavano tedesco. Tornavo a Bolzano dopo cinquantesette-cinquantotto anni e l’inquietudine del pesce fuor d’acqua mi prendeva. Poche cose, come l’estraneità della lingua, riescono a suscitare insicurezza, malessere, malumore, senso di inferiorità, sensazioni di pericolo e poca capacità di affrontarlo. La condivisione di un codice è la prima scommessa implicita in ogni tentativo di comunicazione – nonostante tutta la sua arbitrarietà, la parola si estende alle cose, le sostituisce, si fa strumento, si fa principio di cooperazione.
Ho trovato solo entusiasti. Il loro elogio di Bolzano è stato unanime. Chi ci è nato e cresciuto, chi ci sta da qualche tempo, chi c’è arrivato il mese scorso. Una città magnifica, qualità della vita altissima, ordine e pulizia, viabilità invidiabile, servizi, tutto vi funziona alla perfezione. L’aria, ovviamente, la montagna, le tradizioni. Devo tenere un seminario in una scuola e mi ci portano in auto. Lungo la strada noto che le insegne dei negozi sono scritte in tedesco e all’arrivo il parcheggio è immediato. Né sui muri esterni, né sui muri interni, nemmeno nei cessi della scuola ci sono scritte; l’aula dove devo parlare è linda, immacolata, architettonicamente funzionale e tecnologicamente supermunita. Molti di quelli che sono venuti a sentirmi sono biondissimi e stanno sulle loro, scrupolosamente attenti ma fin troppo composti. Io parlo veloce, in italiano: mi capiranno ? Parlo per quattro ore – rispondendo anche a qualche domanda articolata con molta precisione. L’impressione, comunque, è che se parlassi per dodici ore consecutive, lì, nessuno alzerebbe nemmeno il sopracciglio. Più o meno a metà, il presidente del comitato organizzatore aveva decretato due minuti di pausa. E due minuti, due minuti veri, due giri della lancetta dei minuti sono stati.
Ma i treni sono in ritardo – esattamente come nel resto del Paese. E questo fiume di studenti che sciama dalla stazione – alle sette e un quarto (ma quando si sono tirati giù dal letto questi poveretti ?) -, non mi appare più un segno della specificità altoatesina e di una diversità meritoria. Lo vedo, piuttosto, come l’ennesimo inganno, come un fiume di illusi dal mito dell’organismo sociale perfetto. Il seminario l’ho tenuto, ho dormito pochissimo per poter tornare alla svelta a casa mia, ma il treno è in ritardo.
Son lì che rimugino, un po’ in trappola, un po’ nero per aver rinunciato al sonno, un po’ irridente nei confronti di un idolo rapidamente infranto, che una sorta di frullo di ali metalliche mi fa rialzare lo sguardo al tabellone. I trenta minuti di ritardo accanto al mio treno sono spariti. Temo il peggio: come al solito l’ottimistica mezz’ora viene sostituita dalla tragica ora. In attesa dell’ora e mezza. Invece non accade niente. Il ritardo è sparito. Mi dico che non è possibile, che non mi è mai capitato che un treno recuperasse tanto ritardo, che è inutile che ci speri – che la coincidenza l’ho persa e chi lo sa quando arrivo a Milano. Bolzano sarà Bolzano quanto vuole, possono parlarci tedesco, possono spazzolarla dalla mattina alla sera e tirarla a lucido, ma dell’Italia è parte, inesorabilmente. Scuoto mestamente il capo, giusto un attimo prima che l’altoparlante dia un annuncio: il mio treno è pronto al binario, pronto per partire e per fare in modo che io non perda la coincidenza per Milano - un treno straordinario è stato allestito per sopperire a quello normale in grave ritardo. Sempre meno fiducioso nelle mie convinzioni – con rapidità teutonica -, mi avvio al sottopassaggio.
F. A.
Note
Sentieri del linguaggio di Kyra Kamiloff e Annette Karmiloff-Smith è pubblicato da McGraw-Hill, Milano 2002.
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