|
Caccia all'ideologico quotidiano
10/06/2007
Default di razza
Francescani del quarto tipo Tasse, armi e toghe
Francescani del quarto tipo
Assecondando ancora una volta la sua mania di ribattezzare questo e quello – meglio, se femmine - era stato lui a chiamarlo prima fra’ Gino e poi, sempre più entusiasta, fra Ginepro, così che, quando morì – in realtà si chiamava Girolamo Allegri – fu proprio D’Annunzio a profferirne l’orazione funebre. Dopo averne cantato le lodi e giustificato il soprannome, il Vate s’inerpicò per le tortuosità di una parabola che, non senza coraggio, attribuiva a San Francesco. Sembra, allora, che il Poverello di Assisi abbia comandato a fra’ Ginepro di lavare una pietra tre volte: la prima con l’acqua, la seconda col vino e la terza con il balsamo. E sembra che uno sconcertato fra’ Ginepro, che, presumibilmente, come noi, ad un San Francesco dittatoriale non doveva essere granché abituato, gli abbia risposto: “Ma, scusa, passi per l’acqua e per il vino, ma il balsamo, ora, dove lo vado a pescare ?”.
Tra i frati che condivisero l’impresa di San Francesco, a quanto pare, c’è stato davvero un certo fra’ Ginepro. E’ citato nei Fioretti, è citato ne Lo specchio di perfezione e altrove. Qualcuno lo vuole al capezzale di Santa Chiara morente, perché, fra gli “elettissimi discepoli” del Santo, era “uomo di umiltà, di grande fervore e caritate”.
In seguito ad una specie di pellegrinaggio all’abbazia dei trappisti di Maguzzano, nel 1922, i giornali cominciarono a parlare di un D’Annunzio religioso. Poi cominciarono a diffondersi notizie circa la possibilità che il poeta si dedicasse alla predicazione religiosa secondo i precetti francescani. Nel 1925, all’attrice Irma Gramatica, parlò di fondare un Quarto Ordine francescano – un’escalation ulteriore rispetto a quel Terzo Ordine, poi Ordine Francescano Secolare, che venne canonicamente istituito nel 1289. Nulla di poi tanto strano, a dire il vero. Il francescanesimo era ben radicato nella retorica dannunziana e, forse, nei primi anni Ottanta dell’Ottocento, all’università, a Roma, D’Annunzio fu davvero attratto dalla dottrina di Francesco d’Assisi.
In una ricerca molto attenta e ben approfondita, Francesco Di Ciaccia porta alla luce una quantità notevole di riferimenti dannunziani a Francesco ed al francescanesimo.
Ad Assisi il poeta porta Eleonora Duse – nel 1897 – e, due anni dopo, quando alla Capponcina di Settignano, la villa messa su senza badare a spese per star vicino all’attrice, compone La sera fiesolana, le citazioni del Cantico delle creature vi abbondano. La stessa villa della Duse, accanto alla Capponcina, viene da D’Annunzio ribattezzata la Porziuncola, che, nonostante oggi sia il nome di un ristorante apparentemente poco adatto a chi ha una fame bestia – e nome di tante altre cose -, era, prima di tutto, il nome di un toponimo del territorio di Assisi già registrato come tale nel 1045 – e voleva semplicemente significare un “piccolo appezzamento di terreno” – e, poi, il nome della cappella che il Santo restaurò con le proprie mani dove, sentendosi prossimo alla fine dei suoi giorni, andrà a morire.
Ad Assisi, rottamata la Duse e, nel frattempo, parecchie altre, il Vate porta la Giuseppina Mancini, ribattezzata poeticamente Giusini, con cui trascorre tre indimenticabili ed infuocati tre “giorni mistici” tre e cui offre in dono una copia dei Fioretti con dedica e firma “Frate Gabri peccatore”.
Nella villa di Gardone, in quello che il Vate voleva fosse il Vittoriale degli Italiani, poi, numerose sono le immagini che, in un modo o nell’altro, riportano alla figura del Santo e, nelle opere e nei carteggi, a quanto sembra, non c’è altra abbondanza. Diciamo che a D’Annunzio san Francesco piaceva e che, soprattutto, gli tornava utile: scioglieva i residui dubbi delle più temerate e, al contempo, arrovellava la sua coscienza a quel punto giusto di crisi in cui nulla avrebbe potuto rimproverarsi e nulla gli poteva rimanere realmente indigesto.
Era morto il 5 di ottobre del 1918. Prima della guerra, Gino Allegri aveva provato a dedicarsi alla pittura e, arruolandosi, era riuscito a trasfigurare il suo carico di estetica diventando un asso dell’aviazione. Centodiciannove voli in undici mesi, cinque encomi, due croci di guerra, una medaglia di bronzo, tre d’argento, una d’oro e una promozione per meriti di guerra. Era stato con D’Annunzio nel famoso volo su Vienna, quando in pattuglia andarono a buttare volantini in cui si invitava i cittadini austriaci ad opporsi al proprio governo.
Lo vedo in una fotografia, il sottotenente Gino Allegri detto fra’ Ginepro, e ne integro le mie impressioni con quelle di D’Annunzio: la calvizie alla sommità del cranio, la barba incolta, gli occhi celesti, il sorriso, la trasandatezza, le gambe nude – ce n’è più che a sufficienza per farne un cappuccino. Goliardia e cameratismo hanno fatto il resto.
Non è che la sua sia stata una di quelle “morti eroiche” di cui con magnanimità letteraria lo accredita Luciano Bianciardi nei suoi saggi dedicati alle imprese del Vate. Sono le 13 e 13, tornano alla base di San Pelagio, presso Padova, dopo aver bombardato Monfalcone. Tutti i suoi colleghi atterrano, lui No. Vuol dare spettacolo. Gli fa vedere come si fa il giro della morte. Tra l’altro, ha ancora due bombe a bordo. Qualcosa va storto, si schianta e lo raccolgono con il cucchiaino. Oggi, forse confidando nell’ignoranza dei viaggiatori, al suo nome è intitolato l’aeroporto di Padova; ieri, al suo onore, ci ha pensato D’Annunzio.
Che fa l’orazione funebre e tira fuori quella strana storia che sa tanto di falso riguardante il santo che “comanda” a fra Ginepro di lavare la pietra prima con l’acqua, poi con il vino e infine con il balsamo. Ma D’Annunzio la interpreta a modo suo: nella sua foga oratoria, la pietra da lavare del santo di Assisi diventa la pietra tombale del povero Allegri fra’ Ginepro e, attribuendone la morte agli innocentissimi austriaci, dice anche lui che questa pietra va lavata, sì, ma non certo con acqua, vino o balsami, bensì – eh, ti pareva – col sangue. Alla faccia del mite san Francesco, che, ancora una volta, è chiamato a tirare la volata al poeta – che, nei pressi del traguardo, però, se lo lascia alle spalle per andare a raccogliere quegli applausi di cui ha tanto bisogno.
F. A.
Note
Per l’orazione funebre di D’Annunzio, cfr. V. Martinelli, La guerra di D’Annunzio, Gaspari, Udine 2001, pp. 295-296. La fotografia di Gino Allegri è a pag. 259. Per i rapporti con San Francesco, cfr. F. Di Ciaccia, Gabriele e Francesco - Orbi veggenti, Decembrio, Milano 2005.
Per la “morte eroica” di Gino Allegri, cfr. L. Bianciardi, Un volo e una canzone, ExCogita, Milano 2002, pag. 34.
Allegri aveva un fratello, Marco Egidio, che, se non vado errato, sarà a Fiume con d’Annunzio. Anni dopo, costui sarà Gran Maestro Martinista e poeta futurista, ma resterà sempre affezionato alle analogie francescane: sarà chiamato “Frate Focu”, il suo gruppo si chiamerà “Frateria dei frati impossibili” e lo studio dove si riunivano, a Cesena, nel 1927, guarda caso, sarà ubicato nel torrione di una chiesuola, ribattezzata “porziuncola”.
Di un altro fra’ Ginepro novecentesco – un bel miscuglio di francescano del primo e del quarto tipo -, spero ci sia il tempo, in futuro, di raccontare qualcosa.
|