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la caccia

09/12/2007

Un eroe dei nostri tempi
Due ore, o quasi

Due ore, o quasi

Sono invitato ad una cena con conferenza e la conferenza tocca  a me. E’ un invito di quelli capitati più o meno per caso, di quelli a cui non ho ritenuto giusto dire di no, di quelli che, se soltanto fossi uno che sapesse dire di no a inviti simili, mi risparmierei fastidi e preoccupazioni che, soprattutto allorché devo incontrare perfetti sconosciuti, sono inevitabili. Per fortuna che mi accompagna Franco, un amico premuroso – mi viene a prendere, mi riporta indietro, mi sta a sentire, costituisce per me una sponda benevole.
Arriviamo puntuali, forse un minuto o due dopo, ma il presidente che ci si fa incontro esponendo tutta la cordialità e la gratitudine del caso sembra averci tutto il tempo del mondo. Così, fra chiacchiere e aperitivo, se ne va più di mezz’ora. Di cena e di conferenza non se ne parla fino a quando la cosa comincia a prendere un aspetto lievemente imbarazzante. Anche i lì non numerosissimi convenuti sembrano in un’attesa ben proporzionata all’appetito, tanto che, dagli e dagli, dopo occhiate all’orologio e frenetiche digitazioni sul telefono cellulare, il presidente si decide a far circolare la voce che sua moglie è in ritardo – che stiamo aspettando lei.
Che, peraltro, ad un certo momento – dopo che l’attesa si era ulteriormente protratta -, sfoggiando una mise da soirée, arriva.

In Cleo dalle cinque alle sette – un film che Agnés Varda diresse nel 1962 – si narra di una ragazza che inganna il tempo mentre sta aspettando che le consegnino i risultati di analisi cliniche dalle quali dipende la sua stessa vita. In teoria, la vicenda – esile in superficie, ma robustissima nelle fondamenta che la regista viene lentamente a scoprire –, volendo rappresentare il titolo e il cosiddetto “tempo reale” cui si riferisce, dovrebbe durare due ore; in pratica, invece, durando il film 98 minuti, la ragazza in questione ritira i suoi esami intorno alle sei e mezza.

Nella stessa Francia dove Cleo aspetta il responso sulla sua vita, quelle stesse due ore della sua rovellosa attesa hanno finito con il costituire una frase fatta dal significato ben diverso. “Cinq à sept”, infatti, è diventato l’orario del tradimento sessuale. Alla chiusura degli uffici, a quanto pare, è più facile rubare il tempo al controllo dell’altro. Maschi e femmine, indifferentemente, godono di un paio d’ore di abbuono sulla vita in comune per riversarsi velocemente nelle braccia di un partner in ombra – una terzietà proibita prima di rialzare il sipario sulla commedia familiare.

Una ricerca condotta da una rivista italiana tanto nota quanto inaffidabile ha invece rivelato che, in Italia, un adulterio su tre avviene fra le 12,30 e le 14,30, ovvero nella pausa pranzo. Il fatto che, fra i posti preferiti, allignino anche le toilettes dei ristoranti, mi fa pensare che questa tipologia di rapporti sessuali non sostituiscano affatto il cibo, ma, se mai, vi si aggiungano – come una pietanza particolarmente piccante in più, o un contorno, con le conseguenze digestive che ogni persona appena appena assennata può immaginare.

Nella distribuzione dei posti si poteva scorgere dimestichezza con l’etichetta e un savoir faire elegante la cui logica, a  dire il vero, non mi sfuggì. Il presidente, io e Franco alla sua destra, il vice presidente alla sua sinistra, un altro paio di dirigenti minori e, distanziata nell’ampia tavola riccamente imbandita, l’imperturbabile e silenziosissima moglie ritardataria del presidente. Durante la cena toccò al presidente il lancio discreto dei temi e toccò a me, in primis, raccogliere e rilanciare. Fu un batti e ribatti non brillantissimo, ma, in fin dei conti – vista l’istituzionalità della circostanza -, neppure disprezzabile.
In particolare, non ci sfuggirono – di questa kermesse dialettica – anche alcuni argomenti che, all’immediatezza del naso, preferii lasciar correre. Non ci sfuggì un primo cenno al fatto che sua moglie avesse ormai passato la cinquantina, un secondo al fatto che sua moglie dovesse mettersi in testa che certe cose, ormai, non le poteva più fare – perché il tempo è tiranno per tutti – e, in particolare, un terzo cenno – questa volta apparentemente non mirato ma lanciato sulla tavola e affidato alla misericordia generale – ai problemi della menopausa.

Nonostante che Fedora Mingarelli, nel 1938, implorasse cantando che “un’ora sola ti vorrei” -  “un’ora sola ti vorrei/io che non so scordarti mai/per dirti ancor nei baci miei/che cosa sei per me” -, nonostante questa appassionata e più modesta richiesta, la cultura del dopoguerra ha finito col produrre l’esigenza di un raddoppio orario. Un’ora è poca. Si presume che ci sia una fase, per così dire, di riconoscimento – un riaggiornamento della tipologia di relazione avvalorato dalla ratifica di entrambi i membri della coppia -, la fase delle vie di fatto, un breve periodo a ordine del giorno zero assecondando il principio che hanimal post coitum triste, la fase della manutenzione intima e del ripristino del  sé sociale e, infine, il congedo, che, spesso, rivelandosi più tortuoso del prevedibile e dell’auspicabile, può mangiarsi una bella fettina del tempo complessivo a disposizione. No, un’ora è poca e due ore – o qualcosa di simile all’ora e mezzo effettiva di Cleo - ci vogliono.

Tornavo da Firenze, giorni fa, e, come perlopiù capita allorché torno di sera, una volta in Centrale ci metto tutta la mia buona volontà per telefonare a mia moglie. Ci diamo un appuntamento più o meno a metà strada, in un punto dove lei possa arrivare in auto senza impelagarsi eccessivamente nel traffico. L’altra sera è appunto andata così e, come al solito, all’appuntamento sono arrivato prima io. Un paio di minuti dopo vedo arrivare l’auto e la vedo accostare al marciapiede. C’è qualcuno sul retro e capisco subito che, con la gioia di riabbracciare mia moglie, c’è qualcuno in più da festeggiare. Riconosco sul sedile posteriore nostra figlia Maria e la nostra nipotina Veronica, abitano a Genova e non le vedo da un po’, faccio segnali di giubilo e ne vengo ricambiato. Ma, nel momento in cui apro la portiera, prima ancora che io riesca a sedermi in auto, Maria emette una sentenza: “Paciulli”. L’assemblea neuronale deputata al sospetto, in Anna, impiega circa un decimo di secondo per coordinarsi nelle  analisi di controllo e passare i risultati ai subordinati dell’area di Broca rendendo il verdetto irrevocabile: “Paciulli”. “Mamma, Felice, a Firenze, ha un’altra”.


Come le cene, anche le conferenze finiscono. Tutto bene. Salutata e ringraziata per l’attenzione l’altolocata compagnia, io e Franco, finalmente, usciamo a riveder le stelle. Ma una volta soli, certi di non esser visti né uditi, ci siamo come fermati di botto, girandoci uno di fronte all’altro e incorniciando così, come attori su un proscenio implicito, quel che ne sarebbe seguito: “A mio avviso”, comincio io, “il nostro Presidente non deve preoccuparsi tanto”. “Sua moglie non sta poi così male”, prosegue Franco approvando gravemente col capo. “Ha un amante”, abbiamo concluso all’unisono e, stringendoci nei nostri soprabiti un po’ leggerini per quell’aria gelida che peraltro, data la stagione, avremmo dovuto aspettarci, abbiamo proseguito soddisfatti per la nostra strada.


Ovvio che, una volta tornato a Firenze, gliel’ho chiesto. Pensa che ti ripensa, ero riuscito a convincermi che il Paciulli mi avesse infestato nell’unica circostanza in cui, proprio poco prima di partire, avevo incontrato una giovane collega che, più per carità cristiana che per altro, mi aveva abbracciato e sguanciato – roba di un paio di secondi, non di ore. La cerco, la trovo e glielo chiedo: “Paciulli ?”. Mi guarda male – come se l’avessi offesa -, quasi me la sono giocata ma, in compenso, torno in famiglia da vincitore o, almeno, non da perdente e privo degli stigmi del vile reprobo. “Paciulli ? Ma niente affatto, Christian Dior”.

F. A.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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