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Caccia all'ideologico quotidiano

 

07/01/2007

Argomentazioni a discolpa

Il karaoke di Marx

Incontri protetti

 

Il karaoke di Marx

 

Non si può pretendere che il grado di adesione ad un’occasione sociale sia uguale per tutti coloro che dell’occasione sociale sono chiamati a far parte. C’è chi vi partecipa con fervore quasi religioso, chi si piega volentieri alla logica collettiva, chi sta più sulle sue, chi – addirittura – vi partecipa da contrariato non dimenticandosi mai di manifestare la propria distanza mentale dall’evento. C’è, poi, chi, partecipandovi, investe qualcosa di sé e presto si accorge di non esserne premiato abbastanza: chi si fa triste col tempo che passa, non si sente amato, vede altri amati e vi si confronta. Per esempio, allorché si sente escluso dai rituali di quel corteggiamento che di ogni festa è elemento costitutivo – escluso per il proprio ritegno o perché non si piace a sufficienza per piacere ad altri. Come quelle due ragazze là in fondo, nella penombra della sala.

 

Già contrapponendo la musica popolare alla musica “seria” – la chiama proprio così –  Theodor Wiesengrund Adorno – in un saggio del 1941 – mostra una certa misura di altezzosità. E’ chiaro che ai suoi valori non rinuncia e che vorrebbe impartirli a destra e a manca. Ma nel dire che la prima – la popolare – sarebbe caratterizzata da un processo di standardizzazione, mentre la seconda da questo processo sarebbe esentata, a mio avviso, nobilita in eccesso la categoria degli intellettuali cui si sente di appartenere. Anche la musica che lui definisce “seria” è affetta da palesi processi di standardizzazione, tanto è vero che certi testi musicali sono tipici di certe epoche e di certi stili di pensiero – riconoscibili e databili fin dalle prime note dagli intenditori, secondo un destino che, su questo versante, accomuna Nilla Pizzi, Ludwig Van Beethoven, Schoenberg e gli Skiantos.

 

Ci risiamo. E’ ancora festa. Nei giorni precedenti il Natale, mi sono ritrovato invitato alla festa dell’istituzione per la quale lavoro – a quella stessa festa dove, l’anno scorso, in pieno dramma della sentimentalità collettiva, mi ero messo in testa di essermi inghiottito un ponte per dover affrontare, poi – parecchi giorni dopo e dopo perfino una radiografia al torace -, il dramma tutto personale di essermelo ritrovato in bocca al suo posto mai mosso da lì - mentre la mia dentista mi guardava perplessa.

Mi ero detto che il rito del karaoke doveva esser stato galeotto – che nel tentare di cantare a squarciagola “Romagna mia” o altri consimili prodotti dell’ingegno umano, presumibilmente, avevo perso il controllo di me e, dunque, con quest’idea vagamente accusatoria non mi trovavo su una barricata tanto diversa da quella dell’intellettualissimo Adorno.

Ed è in ragione di ciò – per emendarmi da questa colpa - che, quest’anno, all’immancabile karaoke, ho dedicato considerazioni più rispettose. Decine e decine di persone – diverse per biologia, diverse per cultura, diverse che più diverse è difficile trovarne – nel karaoke trovano una via facilitata per un’unificazione che solo apparentemente è questione di un attimo – di un’unificazione, voglio dire, la cui durata è di ben maggiore estensione rispetto alla singola circostanza in cui si manifesta. Nel momento stesso in cui le parole compaiono sullo schermo e parte la base musicale riprende il via quel processo individuato da Adorno secondo il quale alla ripetizione seguirebbe un riconoscimento ed al riconoscimento una sorta di accettazione reciproca. La so, la sappiamo, la cantiamo assieme, siamo noi, non sono più io. E’ il momento in cui il riconoscimento svela tutto il suo valore relazionale e, allora, ecco che – è ancora ad Adorno che va il merito di averlo messo in evidenza – la canzone funge da cemento sociale.

 

C’è un sapere comune che emerge da queste situazioni – cui possiamo attingere in radi momenti di bisogno e su cui, comunque, entro certi limiti di buon senso, possiamo anche contare -, ma è anche vero che questo sapere, come un’altra faccia della stessa medaglia, implica anche un dovere. Parola per parola, strofa per strofa, canzone per canzone – tutto questo patrimonio che ci fa riconoscere in un noi collettivamente inclusivo – costituiscono anche quel quadro ideologico in virtù del quale le cose del mondo vanno come vanno. Sono modelli di comportamento, prontuari di contegno, imperativi, gerarchie, quieto vivere, ubbidienze nell’inconsapevolezza. Un tesoro di falsa coscienza che significa tutta la nostra subalternità al potere. Se, da un lato, possono costituire il passaporto per la comunità, dall’altro costituiscono il banco di prova di una prima subordinazione. E chi allo stato di cose del mondo si oppone con tutte le sue forze si trova sgomento di fronte alla scelta: partecipare o no, come partecipare, manifestare la propria opposizione con la conseguenza di un’esclusione o uniformarsi, riconoscersi e accettarsi – con il rischio o forse la certezza di accettare nell’umanità altrui anche ciò che la disumanizza ?

 

Le ore sono trascorse, la febbre da karaoke non accenna a diminuire e ora qualcuno  l’accompagna con balli – lenti, o scatenati, più questi che quelli. Ma pian piano quasi senza accorgercene siamo rimasti in poco. Le due ragazze sono sempre là dov’erano. Sole. Tra loro. Si tengono vicine, si proteggono a vicenda, ma, al contempo, ergono un muro attorno a loro, allontanano l’intrusione. Il che non diminuisce loro la percezione di non essere desiderate. Sono escluse. E più che della mia, di esclusione, mi prendo a cuore della loro. E’ festa. E’ festa per tutti – perché non dovrebbe esser festa anche per loro ?

 

Allora, m’invento ballerino. Mi prendo una vacanza da quella mia storia incorporata che mi fa quello che sono: sordo alla musica, incapace di fare un passo al suo ritmo, capace solo di linguaggio più o meno verbale, dottrinale, arringante magari, ma sempre rigido come un baccalà con la cervicale. Ne prendo una con una mano e l’altra con l’altra, le trascino nella piccola baraonda residua della notte. La loro resistenza è minima. Si schermiscono un poco, ma mi seguono e sono felici di seguirmi – mentre aggiusto torti storici, livello asimmetrie sociali e culturali – ci improvvisiamo in passi di danze sfrenate, folli e stupiti di noi stessi – le due ragazze stupite soprattutto di me. Rockeggio a casaccio fino allo sfinimento. E, per non lasciare le cose a metà, a musica finita, me le bacio tutte e due e loro mi lasciano fare.

 

F. A.

 

Note

Questo Karaoke segue idealmente i due precedenti: Il karaoke di Darwin e Il karaoke di Freud, rispettivamente raccontati nella Caccia del 8 e del 22 gennaio del 2006. Il saggio di Adorno, Sulla Popular Music, a cura di Marco Santoro, è edito da Armando, Roma 2004.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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