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Caccia all'ideologico quotidiano
06/05/2007
Opposti arcaismi?
Sesso, pettegolezzo e rivoluzione
Uno sguardo dal ponte
Sesso, pettegolezzo e rivoluzione
Non riuscendo a immaginare una situazione prossima ventura in cui qualcuno gli dica “Ehi, Arcore, datti una regolata”, non oso neppure pensare a quanto ci rimarrebbe male. Fatto sta che, nel corso dei secoli, abbiamo imparato a sostituire il nome di qualcuno in mille modi – chi ci chiama con nomignoli più e meno affettuosi, chi ci chiama per cognome, chi magari per il nome di qualcosa che caratterizza il nostro luogo di origine – come certi americani di qualche anno fa che chiamavano “spaghetti” gli italiani poveri. Fra le soluzioni svalorizzanti, c’è stata, e in certi contesti c’è ancora – penso alle caserme, o ad altre istituzioni totalizzanti -, dunque, la soluzione di chiamare una persona con il nome del suo luogo d’origine o, comunque, del luogo cui la persona è più legata affettivamente.
Da quella splendida ricerca storica che Marc Bloch dedicò a I re taumaturghi, apprendiamo che, in Francia, il rito del tocco con cui il re, una volta l’anno, guariva i propri fedeli sudditi dalla scrofola, risale almeno al dodicesimo secolo. Ovviamente, guariva chi guariva, beninteso, ma ciò non ostante questa usanza legittimava di fronte al popolo l’autorità stessa del re, perché il tocco altro non significava che la ratifica di un’investitura divina. Dio dava al re il dono del potere e questi, benignamente, ne elargiva una porzione mignon sotto forma di portento terapeutico.
In una raccolta di saggi sagacemente articolata e intitolata in Italia, L’età dell’informazione, Robert Darnton, encomiabile storico cui si deve un po’ di chiarezza sull’illuminismo (davvero, non è un gioco di parole), fra il tanto d’altro, racconta le circostanze in cui il rito del tocco reale finì. Fu nel 1738, quando Luigi XV non se la sentì proprio più.
Una bella idea contro la noia e le incertezze della convivialità fu quella di Madame Doublet. Chi aveva l’onore di essere ammesso alle settimanali riunioni nel suo salotto, accanto all’ingresso, aperti su un tavolo, trovava due registri. Sul primo stavano scritte le notizie indubbie, quelle vere, garantite, degne della massima fede, mentre sul secondo stavano le dicerie, i si dice che, le voci incontrollate che circolavano per Parigi. Addetto alla compilazione di questi due registri – che costituivano una sorta di ordine del giorno per la discussione in salotto – era un servitore astuto e provvisto di naso fino, che, giorno per giorno, intrufolandosi di casa in casa, di buon mattino, raccoglieva le primizie politiche e sociali per la padrona.
Fra queste, un giorno, non so in quale dei due registri, ci finì una notiziola proveniente dal cuore del palazzo o, per dirla più crudamente, dalla camera da letto del re.
Riciclata Jeanne-Antoinette Poisson marchesa di Pompadour e riciclatene molte altre, regnava a quel tempo – siamo nel 1773 - Marie-Jeanne Bécu contessa Du Barry, che il popolo francese, dopo aver considerato la prima il male, consideravano il peggio – tanto peggio da ricordarsela a sufficienza per mandarla, a suo tempo, sotto la ghigliottina. La notizia – notizia si fa per dire - riguarda lei. Luigi aveva la mania di mettersi su la caffettiera da solo e un giorno che era particolarmente distratto da qualcos’altro, la Du Barry gli gridò: “Ehi, Francia, guarda che il tuo caffé se la squaglia”. La notizia è tutta qui – sembra un pettegolezzo qualsiasi -, ma per i francesi era ugualmente molto significativa: “fout le camp”, “se la squaglia”, nota Darnton, era linguaggio da bordello e il fatto di chiamare Luigi con il nome della nazione che rappresentava era un dileggio che, al massimo, poteva essere riservato ad un lacché.
Le varie amanti del re - quelle che hanno preceduto le Pompadour e le Du Barry - hanno anche a che fare con la fine del rituale del tocco. Da quando era stato incoronato, nel 1722, Luigi aveva toccato eccome, ogni Pasqua che Dio mandava in Terra, ma, prima di poterlo fare, doveva rinnovare il suo patto con Dio confessandosi e comunicandosi. Allorché la Chiesa lo mise di fronte alla scelta tra amanti più e meno scandalose e l’assoluzione, lui optò rigorosamente per le prime. Da lì in poi avanti la scrofola e chi se ne frega del tocco.
Il solerte servitore di buon naso di Madame Doublet aveva anche buon naso per gli affari. Sulle prime, la padrona gli chiese di copiare in bella copia le pagine dei due registri in modo da poterle passare anche agli amici che, per un motivo o per l’altro, non potevano partecipare al salotto settimanale, ma poi, lui ebbe l’idea. Pensò che poteva copiare in proprio e farci quattrini vendendo le copie. Ingaggiò amici per l’impresa e le copie si moltiplicarono fino a diventare, nel 1750 – in ritardo nei confronti di altri paesi europei – il primo giornale di Francia. E’ una vicenda che fa giustizia di molti pregiudizi odierni: un cinquanta per cento di balle – uno dei due registri – fa parte della natura stessa dei giornali. Forse non lo sanno, ma i servitori di buon naso attuali custodiscono alla bell’e meglio una tradizione.
Nel 1789, com’è noto, i parigini assaltarono la Bastiglia e per la Francia fu la rivoluzione. Luigi XV era stato sepolto nel 1774 e, dunque, a lasciarci la testa, nel 1793, fu un Luigi XVI. Un patto storico fra la monarchia e Dio e popolo era andato alla malora – alle guarigioni aveva fatto seguito la collera divina. Tante piccole cose – un po’ di sesso fedifrago con signore di poca virtù, una caffettiera dimenticata sul fuoco, qualche pettegolezzo – ne fanno una grande. Il tocco era stato sostituito dal taglio.
F. A.
Note
Il rito del tocco era in uso anche in Inghilterra. Per saperne parecchio di più, cfr. M. Bloch, I re taumaturghi, Einaudi, Torino 1973 e 1989. La prima edizione del libro è del 1924.
L’età dell’informazione di Robert Darnton è pubblicato da Adelphi, Milano 2007.
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