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04/03/2007

Fosse solo lui 

Calcio, pallavolo e tennis

La peggiore delle sineddoche

 

 

Calcio, pallavolo e tennis

 

Da sabato scorso, allora, anche il Vaticano ha il suo campionato di calcio. Dando un colpo alla botte del latino ed uno al cerchio dell’inglese, ne è venuto fuori un “Clericus Cup” cui concorreranno sedici squadre, suddivise in due gironi e composte di preti e seminaristi. Trattandosi del Vaticano, evidentemente, quell’altra formidabile chiesa che è l’International Board, ovvero quell’organismo che da più di cent’anni detta le regole del gioco del calcio, ha chiuso un occhio su alcune modifiche al regolamento. Nel campionato vaticano, infatti, non sono contemplati i pareggi ed è prevista una forma di sanzione non prevista negli altri campionati di calcio disseminati nel pianeta. Oltre al giallo dell’ammonizione ed al rosso dell’espulsione, è prevista la possibilità per l’arbitro di esibire al reo un cartellino azzurro – con il che, detto reo, è invitato a uscire dal campo per alcuni minuti, tanti quanti, presumibilmente, occorrono per un atto di contrizione.

Va da sé che i giornali calchino sul pedale della metafora. Nel riferire della prima giornata di campionato, la “Gazzetta dello Sport” titolava Il prete sbagliò un gol e chiese: “E’ peccato?”, mentre una fotografia, però, ritagliava dal contesto un momento presumibilmente precedente la partita vera e propria. Vi si scorgeva un anziano prelato intento a discutere con qualcuno.

 

Circa tre anni or sono, in un’intervista, Julio Velasco raccontava alcune vicende che l’avevano riguardato direttamente. Argentino, era in Argentina nel 1976, allorquando la dittatura militare salì al potere dando il via ad una delle più mostruose cacce al dissidente che la storia del secondo Novecento ricordi. Velasco era stato comunista, studiava filosofia a La Plata, aveva parenti e amici di sinistra. Cercò rifugio a Buenos Aires e, soprattutto, cercò di non attirare l’attenzione del regime dedicandosi allo sport. Si improvvisò allenatore di pallavolo e fece la sua fortuna – a differenza di alcuni suoi amici che ci rimisero la pelle. Di quel suo racconto ricordo analisi precise: Videla sarà stato il simbolo di quella dittatura, ma questa dittatura non sarebbe mai esistita senza l’appoggio della popolazione, restando peraltro inteso, che, se oggi le cose sembrano andare diversamente, è soltanto perché nell’economia dell’impero americano è accettabile che le cose vadano così. “Ci sono conti”, diceva Velasco, “che non si vogliono assolutamente fare”. La sua affermazione più importante, tuttavia, era un’altra: interrogato sulle riforme in atto e invitato a salutarle come chissà quale segno di una rinascita argentina, Velasco dichiarava tutta la sua preoccupazione per l’”eccessiva personalizzazione” con cui si guardava alle vicende politiche: “ancora una volta”, diceva, “è una persona che salva l’Argentina, mentre continua a mancare una coscienza democratica profonda”. E’ già in quell’apparentemente semplice riferirsi al singolo – aggiungo io - che sta un sostegno alla dittatura di un sistema che, integrandolo, questo singolo trascende. Dovremmo tenerlo sempre presente anche noi quando, nell’angolino riservatoci dalle logiche del maggioritario, si parla di questo contro quello spesso dimenticandoci dei poteri che rappresentano - quando davvero se ne possa parlare al plurale.

 

Narrano le cronache che nunzio apostolico in Argentina, in quegli orribili giorni, fu il cardinale Pio Laghi; che fosse legato da amicizia con l’ammiraglio Emilio Massera, presidente della Giunta Militare; che spesso giocasse con lui a tennis e che, dal pulpito, sostenesse la dittatura come salvifico baluardo dei “valori cristiani minacciati dall’aggressione di una ideologia rifiutata dal popolo” – sono parole sue.

Nel 1995 lui disse che era innocente come l’acqua e che né sapeva né poteva sapere di torture,  sparizioni e fucilazioni – problemini che riguardarono almeno cinquantamila persone. Mai si era accorto del milione e mezzo di esiliati. Mai aveva usmato in giro che qualcosa, in Argentina, non andasse per il verso giusto. Non convinse tutti, ovviamente, e, nel 1997, l’Associazione delle Madri di Plaza de Mayo lo denunciò come corresponsabile nell’eccidio.

 

Dice la didascalia: “Il cardinale Pio Laghi conversa su una panchina dell’Oratorio di San Pietro. Il cardinale ha dato il calcio d’inizio della partita”. Dopo trent’anni di ammollo nel bucato delle coscienze, rieccolo. Officia il campionato di calcio vaticano e, vista la quantità di sudamericani che compongono le squadre, avrà l’occasione per constatare direttamente le qualità fisiche e morali di quella parte sana dell’umanità che ha contribuito a salvare. Anche per lui, tuttavia, vale il ragionamento politico di Velasco – ovvero quel principio in virtù del quale riferirsi al singolo equivale a sostenere la dittatura di un sistema che, integrandolo, lo trascende. A nulla vale, in questo caso, invocare una differenza tra l’Argentina di ieri e il Vaticano di sempre.

 

Potendo gestire paradiso e inferno – e potendo ripristinare a piacere purgatorii e limbi -, il Vaticano può indubbiamente vantare una certa qual esperienza in materia di sistemi sanzionatorii. La sua riforma del regolamento del gioco del calcio – abolizione del pareggio e cartellini azzurri – ben rappresenta il codice morale che riserva ai propri pii dignitari. Vincono sempre, anche perché vien sempre loro concesso il tempo e il modo di lavarsi la coscienza.

 

F. A.

 

 

Note

L’articolo sulla prima giornata della Clericus Cup è stato pubblicato sulla “Gazzetta dello Sport” domenica 25 febbraio 2007. L’intervista a Velasco è del 27 marzo 2004, cfr. www,peacereporter.net

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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