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Caccia all'ideologico quotidiano

 

03/06/2007

Contraddittori all'unanimità

La mammella della repubblica

Motivi di allarme

La mammella della repubblica

 

In quel film di Neil Jordan, quel film del 1992 – La moglie del soldato, era il titolo italiano -, c’era un momento in cui tra i due protagonisti scoppiava la scintilla dell’amore e l’intimità avanzava. Fino al momento in cui lui abbassa le mutandine di lei. E tutto accade molto rapidamente: lui guarda, vede, ha un attimo solo d’incertezza e corre via in bagno.

 

In fatto di moralità personale, poco ovviamente, molti moralisti lasciano a desiderare. L’espressione sembra attagliarsi perfettamente a Jean Jacques Rousseau, filosofo i cui pensieri, per qualcuno, quasi aprirono la via alla rivoluzione francese, ma che, ad analizzarli più in profondità, li si vedrebbe spingere anche in tutt’altre direzioni. Verso il sesso, per esempio, verso un sesso femminile frustrante e vilipeso – più vilipeso man mano che diventava più frustrante -, verso il sesso a tutti i costi vissuto come ossessione della maschilità a tutto danno della dignità femminile.

Nel 1741, Rousseau è a Venezia e Venezia è, all’epoca, la meta di ogni sporcaccione che si rispetti, soprattutto se è uno sporcaccione danaroso.

Rousseau è soltanto uno sporcaccione, ma, tirando la cinghia, qualche soldino lo mette via per trovarsi una prostituta. E qualcuna la trova. Una è così divenuta famosa.

Zulieta. La incontra una prima volta, gli fa spendere molto di più dei quattrini che si era ripromesso di spendere, lo invita a casa sua – lui rimane piuttosto perplesso nel vedere due pistole sul tavolino da toeletta -, ma lei – comunque – lo congeda in quattro e quattrotto. Gli dà un appuntamento per l’indomani. E lui l’indomani è lì.

Entrò “nella stanza di una prostituta come nel santuario dell’amore e della bellezza”, credette “di scorgere nella sua persona la divinità” – queste sciocchezze le scrive lui. “Per paura di perderne in anticipo il frutto”, volle affrettarsi a coglierlo, ma – e qui viene il bello – al posto del fuoco, all’improvviso, un gelo mortale gli serpeggia nelle vene, le gambe gli tremano, si sente male, si siede e piange a dirotto. A questa punto la perplessa dev’essere stata Zulieta.

 

In alcuni passi della Repubblica di Platone è individuabile un’analogia che, nel tempo, riscuoterà molto successo. “Ciascuno di noi”, dice Platone, “sarà un individuo giusto e svolgerà il proprio compito se ciascuno dei nostri elementi svolge il compito che gli è proprio”. Come dire che, così come in un organismo ciascun elemento deve svolgere il suo ruolo, così nella società.  Quando la parte razionale, con l’aiuto di quella passionale – per esempio -, comanda sulla parte appetitiva le cose vanno  a gonfie vele. Platone va anche più in là e afferma che “ quante sono le forme di costituzione dei governi che corrispondono ad una determinata specie, altrettante è probabile che siano le modalità dell’anima”.

La fortuna di questa analogia - spesso definita come iatro-politica (“iatro”, sta per “medico”) ma definibile altresì anche come “bio-politica” – sarà di modellare l’intero apologo di Menemio Agrippa ricordatoci da Livio e somministratoci in funzione antisindacale e anticomunista per lunghi anni di scuole elementari: i membri del corpo sociale non possono scioperare come non possono scioperare le membra del corpo umano - ne andrebbe di mezzo il corpo intero. Secoli di sfruttamento e secoli di denunce relative alla sua intrinseca stoltezza non ce ne hanno ancora liberato.

 

Con il tempo l’analogia iatro-politica è andata raffinandosi. Nel Seicento l’organismo vivente comincia ad essere paragonato ad una macchina e con Bernard De Mandeville anche quelle funzioni più svalutate del corpo  – quelle basse, vili e peccaminose – vengono considerate utili ai fini della conservazione della società umana. La scoperta della circolazione del sangue da parte di Harvey suggerì nuove estensioni dell’analogia: come il sangue circolavano le merci e come il sangue circolava il denaro. Sia Condillac che Turgot si diedero da fare a formulare una teoria organico-capitalistica che spiegasse il modo di mantenere in piena salute il corpo politico. Adam Smith, poi – con un’ulteriore estensione dell’analogia -, pensò bene di tranquillizzarci tutti nel caso, eventualissimo, che le teorie di Condillac e di Turgot non avessero funzionato: così come il corpo organico, nella maggior parte dei casi, se la cava da sé, il corpo sociale saprebbe ritrovare il proprio equilibrio nonostante le terapie sbagliate di politici ed economisti. C’è un “principio animale” insito in tutti noi che, prima o poi, sistema le cose.

Quando poi, nei primi anni del Novecento, presero forma l’immunologia e il concetto di allergia (definita da Parquet nel 1905) – un processo che lo storico della scienza Georges Canguilhelm, forse con eccesso di ottimismo, ha considerato come “il compimento della trasformazione scientifica della medicina” -, non si dovette aspettare un granché prima che qualcuno guardasse alla società umana come più e meno munita delle difese immunitarie sufficienti o necessarie a individuare prima e respingere poi i numerosi agenti patogeni sempre in agguato.

 

Zulieta non doveva essere una che si perde d’animo. La sua professionalità è tale da passar sopra a qualsiasi impiastro di filosofo. Aspetta che le lacrime di Rousseau si asciughino e torna alla carica come sa fare lei. In un amen, dunque, lui lascia da parte ogni stupore romantico-naturalistico e si rianima. Affonda il volto nel seno di Zulieta e, per autoconferirsi un contegno morale, non trova nient’altro di meglio che pensare – lo racconta lui – che quel seno “pareva dovesse patire per la prima volta l’oltraggio di una bocca e di una mano d’uomo”. Credo che non ci volesse il suo genio per capire che le cose non stavano così, ma, comunque, resta il fatto che, ormai, ci siamo. O, meglio, sembrava che ci fossimo.

 

Nell’estasi, Rousseau guarda. Guarda una volta, guarda due, si sfrega gli occhi, guarda che ti riguarda, oh questa poi, c’è qualcosa che non va. Zulieta ha una mammella cieca, le manca un capezzolo. Torniamo nel dramma: una scena da Frankenstein junior, lui che gli dice della mammella, lei che risponde “quale gobba ?”. Prova a metterla sul ridere la Zulieta. Ma, da divinità che era, ora, di fronte al filosofo, è già un mostro.

 

La rapidità con cui si diventa “rifiuti della natura” è impressionante perché è mentale. Ma mentale, in fin dei conti, è anche la costruzione del corpo perfetto o, meglio, di quel corpo che asseconda il paradigma ideologico invalso. Fra i tanti difetti di Rousseau c’è anche quello di non saperlo. Dimostrando una capacità piuttosto limitata nel porre l’analogia iatro-politica. Basta poco – un capezzolo in meno – per ridurre un preteso rivoluzionario al piccolo borghese in cerca di emozioni fasulle purché vissute nell’armonia di un creato immutato ed immutabile, rassicurante e ubbidiente, a prezzo modico.

 

Lei a metterla sul ridere ci ha provato, ma la testardaggine del filosofo non le dà scampo. Tutta l’allegria professionale di cui disponeva è finita. Arrossisce, si rialza, si riveste, tace. Va alla finestra. Rousseau prova a farlesi dappresso ma è allora che gli tocca incassare il dono più bello del suo diario: “Zaneto”, venezzeggia la fanciulla, “lascia le donne, e studia matematica”.

 

F. A.

 

Note

 

I passi de La Repubblica sono quelli del Libro IV. Cfr. Platone, La Repubblica, Armando, Roma 2007, pp. 441- 444.

Per alcuni riferimenti alla storia della medicina, cfr. G. Corbellini, Breve storia delle idee di salute e malattia, Carocci, Roma 2004.

Per il racconto degli incontri con Zulieta, cfr. J. J. Rousseau, Le confessioni, libro VII, cap. 2.

Del rapporto antagonistico fra matematica e concupiscenza ho parlato in una “caccia” del 19 maggio 1996.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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