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02/12/2007
L'esibizione dell'apparenza Contraddizioni devote Quattro tipi di interlocutori per Carlo
Quattro tipi di interlocutori per Carlo
Carlo V, re di Spagna, colui che amava vantare il proprio impero come quello sul quale non tramontasse mai il sole, nel 1556 decise di ritirarsi dalla vita politica attiva chiudendosi in un convento, dove avrebbe concluso la sua vita imponendosi duri penitenziali, cantando le lodi del Signore, roso dalla gotta e facile preda di un’epilessia che l’aveva accompagnato tutta la vita. Resistette un paio di anni e, una notte, dopo aver mormorato “Ya es tiempo!”, “è tempo”, in spagnolo, morì.
Ne Il dono infinito, il linguista americano Charles Yang tenta di spiegarci come facciamo ad apprendere una lingua. Riferisce di ricerche scientifiche che, da un lato, fin nei primi mesi di vita del bambino, ne hanno individuato la capacità di distinguere fra la lingua materna e una lingua qualsiasi - nel secondo caso scende il ritmo di suzione (ne abbiamo già parlato a proposito di Sentieri del linguaggio di Annette e Kyra Karmiloff) -, mentre dall’altro lato, hanno anche appurato che la capacità di assegnare significati alle parole che ascolta viene acquisita molto prima di saperla o di volerla pronunciare. Ma, si chiede Yang, “come fa il bambino, sprovvisto di qualunque grammatica, a interpretare i concetti ? Qual è il codice originale che avvia il processo della lettura del pensiero ?”. Nel cercare una risposta, Yang, sulla scia di Chomsky, ipotizza una serie di dispositivi che consentirebbero al bambino di distinguere il linguaggio da ciò che linguaggio non è, il riconoscimento dei fonemi che compongono la parola parlata, la codifica delle “regolarità di come le frasi nella nostra lingua vengono formate” e, quindi, la creazione e la comprensione di nuove frasi. In considerazione del fatto che questi dispositivi sarebbero un corredo ottenuto nell’evoluzione naturale, questa tesi viene proposta come una sorta di innatismo a portata di scienza. Così come Giambattista Vico, a metà Settecento, poteva sostenere che “è necessario che vi sia nella natura delle cose umane una lingua mentale comune a tutte le nazioni”, Yang sostiene che tutti quanti nasciamo provvisti di una grammatica universale, una “‘ubergrammar’ che ci fornisce uno schema per tutte le grammatiche umane”, anche se ben presto l’acquisizione di una lingua avviene per amputazione di tutta quella parte del dispositivo che risulterebbe inutile per parlare con chi davvero dobbiamo parlare. Saremmo insomma programmati per parlare sia il russo che il cinese, ma ben presto, sentendo italiani e soltanto italiani, ci specializzeremmo nella nostra lingua. Che non proprio tutto questo innatismo sia a portata di scienza – e che, dunque, rischi di reintrodurre dalla finestra le soluzioni mistiche apparentemente buttate fuori dalla porta – è chiaramente testimoniato dal fatto che, secondo Yang, avremmo “una naturale tendenza a dividere il mondo in categorie e generi, definiti da alcune specifiche caratteristiche comuni ai loro membri, che sono la realizzazione imperfetta di un’essenza idealizzata”, il che pare riproporre l’idea di un mondo bello e organizzato per conto proprio e contrapposto ad un essere umano comunque dotato della misteriosa facoltà di coglierlo. Non a caso in tutto il suo libro Yang si guarda bene dal fare un qualsiasi minimo cenno ad una teoria del significato.
Considerando la percezione categoriale come quella capacità di “scindere una gamma continua di segnali in unità separate” – quella, per l’appunto, che consente al bambino di distinguere i fonemi l’uno dall’altro -, Yang è pronto ad ammettere che tale meccanismo si sia evoluto anche negli altri animali e che, dunque, ciascuno abbia le proprie “categorie preferite”. E’ pronto anche ad ammettere che “il linguaggio non deve riguardare per forza bocca e orecchie”, ma, con Chomsky e soci, tiene duro sull’assioma che “il linguaggio è prettamente umano”. Qui i limiti scientifici di questo innatismo si fanno evidenti quanto apprezzati dal Vaticano. Non trovando di meglio per asseverare “l’unicità del linguaggio umano”, Yang sostiene che questa risiederebbe nella sua “capacità combinatoria” – capacità che gli altri animali non possiederebbero.
Da agosto Papere non c’è più, ma ricordo benissimo tutta la sequenza di atti comunicativi che svolgeva allorché, con Anna o con me, voleva a tutti i costi giocare all’aggressione. Ci si bloccava davanti, ci fissava minacciosa, ringhiava, digrignava i denti, alternava degli abbai, ci si scagliava addosso mordendoci per finta – qualche volta si sbagliava, maledizione -, scappava in circoli sempre più ampi e, riprendendo velocità, ci risaltava addosso. Chi potrebbe sostenere che la sua comunicazione non utilizzasse di una combinatoria ?
Già nel grembo materno, il bambino sente e impara a distinguere la lingua materna. Yang racconta di un esperimento di Mehler dove, tramite la tecnologia digitale, è riuscito a cancellare dal linguaggio parlato tutti i suoni oltre una certa frequenza potendo così verificare che il bambino distingue una lingua dall’altra “basandosi unicamente sulla prosodia”. Se così stanno le cose nelle prime fasi dell’apprendimento, si può comprendere perché, più tardi, il suono della propria lingua tocchi affetti radicati scatenando emozioni e perché la propria lingua stessa venga investita di tutta una serie di valori. In un vecchio saggio del 1973, Oliva citava il “grande poeta turco-ciagataico”, Mir ‘Ali Sir, a me tuttora ignoto, che diceva: “l’arabo è nobiltà; il persiano è zucchero; l’hindi è sale; il turco (però) è arte”, ma tentativi di consacrare vincente per qualche motivo la lingua propria sulle lingue altrui sono riscontrabili ovunque. Più raffinato, Carlo V di Spagna, invece, aveva formulato la teoria che quattro lingue dominassero su tutte le altre e che si dividessero il potere in rapporto alle occasioni del loro uso. Con le donne, a suo avviso, si doveva parlare in italiano – il che la diceva lunga sulla considerazione che il nostro Paese ha sempre goduto in materia di sesso -; con gli uomini in francese – il che la diceva lunga sulla considerazione dei francesi come monopolisti di eleganza e intellettualità -; con il suo cavallo in tedesco – il che la diceva lunga sulla considerazione dei tedeschi come idonei al comando (e la diceva anche lunga sui patimenti che in vita dovevano esser toccati a quella povera bestia) e con Dio in spagnolo – il che, essendo la sua lingua madre, doveva riuscirgli facilissimo (tanto che in spagnolo pronunciò le sue ultime parole) e la diceva lunga sul potere della Chiesa e della sua santa Inquisizione.
F. A.
Note Per la vita di Carlo V, cfr. Thomas Molteni, Carlo quinto il Pigliatutto, in rete. Il dono infinito di Charles Yang è pubblicato da Codice, Torino 2007. La tesi di Vico è espressa ne La scienza nuova, Libro I, 2, XXII. Per il poeta turco-ciagataico citato, cfr. C. Oliva, Lingua e ideologia, in “Nuovo 75 – Metodologia Scienze Sociali Tecnica Operativa”, 8, 1973.
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