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01/04/2007

Scoop giornalistici

 

 Una diagnosi circospetta del dr. House

Braccia rubate all'edilizia

 

 

 

Una diagnosi circospetta del dr. House

 

Vedo in libreria un libro intitolato I casi del dr. House di Andrew Holtz e me lo compro. Alla sera mi ci butto, capisco subito di aver sbagliato l’acquisto, lo dico a mia moglie, lei mi chiede perché. Beh, le dico, perché i telefilm del dr. House c’entrano come pure pretesti. Per spiegarmi in che consiste una risonanza magnetico nucleare, una Tac, o quando e perché fare un esame del sangue piuttosto che l’altro. Il tutto condito delle numerose testimonianze di medici che mi dicono la loro sullo stato dell’organizzazione sanitaria americana, alludendo ogni tanto ai problemi che House si trova di fronte nelle vicende ospedaliere su cui si basano i racconti. Insomma, il libro è più un prontuario che altro.

E’ a questo punto che Anna mi esprime tutta la sua solidarietà – sa quanto mi deprima sbagliar libro - ma è anche a questo punto che butta lì una sua deduzione: “Chi l’ha scritto, allora, non è un medico”. E mi sorprende, ma non posso che risponderle, “Beh, non lo so”, da colpevole. In effetti, da acquirente entusiasta quanto incauto, non ci avevo guardato.

 

Fin da quel primo luglio del 2005, giorno in cui il primo telefilm della serie venne trasmesso da una televisione italiana, il dr. House mi ha interessato. Per almeno tre buoni motivi. Il primo è costituito dal fatto che House è uno specialista in diagnosi, ovvero in un ambito della cultura medica che dovrebbe essere sempre considerato fondamentale, ma che, nella pratica medica, è invece particolarmente negletto. Perlopiù – almeno nel primo approccio, che in certe circostanze è decisivo - veniamo curati con la tecnica dello sparo nel mucchio. Il secondo buon motivo è l’attenzione che, nel procedere verso la diagnosi, House riserva al contesto ed alla storia del paziente – attenzione che, in un rapporto dove il racconto del paziente viene interrotto dal medico in media dopo 18 secondi, è praticamente inesistente. Il terzo buon motivo per il quale i telefilm mi hanno interessato è costituito dall’elevato tasso di correttezza scientifica rispettata dagli sceneggiatori. Argomentazioni e linguaggio concerneranno casi rari ma non impossibili o banalizzati – a differenza di quel che accade nei telefilm e negli sceneggiati prodotti dalle televisioni italiane, dove, di regola, si presume che lo spettatore venga considerato quantomeno un deficiente scegliendo, in ragione di ciò, eventi e linguaggio ad hoc che di una cultura scientifica rappresentano soltanto una beffarda caricatura.

 

Mi sento imbrogliato. Già nel titolo. Quello originale, intanto, era più onesto – The Medical Science of House M. D., dove il suffissoide delle due lettere finali stava per “Medical Doctor”, che è una versione inglese del latino “Medicinae Doctor”. I casi del dr. House promettono una dimensione narrativa o, quantomeno, un’analisi della dimensione narrativa che l’autore non aveva nessuna intenzione di sviluppare.

E vado a verificare. L’autore è un certo Andrew Holtz, laureato in fisica, giornalista scientifico. Non è un medico. Perché Anna ha detto che l’autore non era un medico ? Senza accorgermene, cosa le avevo detto di così significativo da indurla al sospetto ? Sono le interviste ad altri medici che mettono in sospetto. C’è una deferenza verso il parere dei medici che un medico, probabilmente, non avrebbe. E c’è il fatto di aver avuto l’idea di occuparsene – del dr. House. Un medico non avrebbe perso tempo dietro ad un personaggio che mostra tanto scrupolo nella diagnosi, perché un personaggio del genere lo infastidisce e preferisce ricategorizzarlo come personaggio di fantasia, fin un po’ implausibile, medico falso da contrapporglisi – medico vero e, dunque, protagonista di una società dove l’ideologia terapeutica prevede la copertura del sintomo piuttosto che la sua riconduzione ad un sistema di cause che spesso, addirittura, sconfinano dai sacri confini della scienza biologica e s’inoltrano in quei terreni minati del mentale e dell’ideologico che sono costituiti dalla menzogna del paziente.

 

Come personaggio, House designa un rovesciamento valoriale - una piccola rivoluzione che va al di là del ruolo sociale che svolge. Come Clint Eastwood negli anni Sessanta, nel momento in cui appare nei film di Sergio Leone, eredita alcune funzioni narrative del “buono” tipico, ma “buono tipico” non è. Non agisce in nome e per conto della Legge, è un bel risultato evolutivo di gene egoista, ma la sua azione viene a collimare ugualmente con gli interessi degli oppressi e degli sfruttati, perché svela le contraddizioni dei potenti, siano essi ufficialmente schierati con la legalità o ancora sguazzanti nell’illegalità. Sa che, per passare da uno stato all’altro, è solo questione di tempo e di condizioni opportune.

House eredita alcune funzioni narrative del buon medico – quando può salva il malato -, ma, nel rifiutare tutto l’apparato retorico dietro il quale il medico si nasconde – compresa l’ipocrisia, ovvero il canovaccio d’obbligo dei momenti cruciali del suo rapporto con il paziente (e da ciò l’accusa di cinismo che gli viene rivolta) -, svela la funzione ideologica della medicina e la sua storia fatta di scelte subordinate agli interessi dei potenti.

 

Tuttavia House è affetto da una grave zoppia e questa zoppia – è messo in chiaro fin dal primo episodio – ha una sua storia, e risale – ma guarda un po’ la simmetria della vita - ad un primigenio errore diagnostico. Tuttavia House è tossicodipendente. Tuttavia House ha qualche problemino con l’altro sesso, non parla con un linguaggio politicamente correttissimo e manifesta qualche segno di un disincanto democratico in corso. E tutto ciò fa da contraltare alla sua rivoluzionarietà, costituendo, come insieme, una sorta di tassa che gli sceneggiatori hanno pagato al quadro ideologico entro il quale loro stessi pur dovevano riscuotere lo stipendio. La diversità di House vien spiegata a forza di stigmi inflittigli. Come il mancinismo al Clint Eastwood di Per un pugno di dollari. Un House medico privo di stigmi avrebbe potuto mettere in crisi l’ordine costituito, perché sarebbe stato soltanto il risultato delle proprie analisi sul mondo, sul suo sapere e sul ruolo che il potere gli imponeva di interpretare. Come il rivoluzionario sociale che nasce dall’indigenza o dall’ingiustizia subita – o come il pistolero che diventa infallibile livellatore sociale in virtù di atrocità subite in proprio o da qualche suo amato parente -, nel momento in cui la sua diversità viene ricondotta ad un’anomalia, o ad una serie di anomalie individuali, in quello stesso preciso momento House è asetticizzato, normalmente consolatorio, fin rassicurante: ha buone ragioni borghesemente compatibili per essere così come è, e non potrà mai indurre ad anomalie collettive.

 

 

F. A.

Nota

I casi del dr. House è pubblicato da Sperling & Kupfer, a Milano nel 2007.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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