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Giorni di fuoco
In una conferenza al MIT di Boston nel 1947, Julius Robert Oppenheimer, un fisico che camminava come Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco cui gli Stati Uniti d’America affidarono la direzione dei complessi lavori per la costruzione della prima bomba atomica, ebbe ad affermare che, con l’energia nucleare, “i fisici hanno conosciuto il peccato”. Non è stato il solo, tra i fisici in quegli anni, ad adottare improvvisamente un linguaggio religioso per esprimere la propria costernazione.
Con l’argomento più ignobile di tutti – “lo fanno tutti” -, il prossimo governo virerà decisamente verso la costruzione di centrali nucleari. Sputeranno sull’esito del referendum del 1987, seppelliranno l’incidente di Chernobyl come il frutto ovviamente bacato del bacato sistema comunista all’interno del quale si è prodotto, dimenticheranno che, fra il 1969 ed il 1979, negli impianti americani erano già stati contati contosessanta incidenti che, a detta degli esperti, avrebbero potuto portare alla fusione del nocciolo, essendoci arrivati in alcuni casi molto vicino, nasconderanno alla bell’e meglio tutto il poco rassicurante – compreso l’incidente inglese dell’aprile dell’anno scorso, a Sellafield, incidente in grazia del quale, sono stati riversati nell’ambiente circostante 83.000 litri di liquido radioattivo -, nasconderanno tutto e andranno avanti. E’ da tempo che i migliori affari si fanno con i sedicenti governi di sinistra.
In considerazione del fatto che, dagli schermi televisivi e nelle pagine dei giornali, si parla dell’antinuclearista come di una figura di mentecatto emotivo e troglodita, in via di estinzione o praticamente estinto, dico perché io sono fermamente contrario alla costruzione di centrali nucleari – qui come altrove. Non sono contro la scienza, anzi, penso che in nulla la procedura scientifica si distingua dal modo con cui chiunque cerca di risolvere i propri problemi o di spiegarsi quel che non gli torna del tutto chiaro. Come tale, la scienza è un processo aperto per definizione, non limitabile da confine alcuno. Ma quando tramite questa scienza si ottengono dei risultati di cui non si ha il pieno controllo – come è il caso, per fare un esempio, delle scorie radioattive -, prudenza e responsabilità sociale vogliono che si lasci perdere. Nel 1945, quando, prima degli immondi crimini di Hiroshima e di Nagasaki, si è fatto il primo esperimento di far scoppiare una bomba atomica, alcuni fisici dello stesso progetto Manhattan avevano il dubbio che lo scoppio avrebbe potuto propagarsi all’atmosfera terrestre e non avevano la benché minima idea del modo in cui avrebbe potuto arrestarsi. Visto che siamo qui a ricordarlo, le cose, poi, non andarono così, ma è indubbio che, considerato lo stato d’incertezza, avrebbero dovuto fermarsi. Non si sono fermati perché gli scienziati erano servi del potere politico e militare.
Quando Dio si diverte a mettere alla prova Abramo ordinandogli di sacrificargli il figlio Isacco, Abramo non si porta dietro soltanto la legna – che, anzi, la fa portare ad Isacco -, ma si porta dietro anche la brace del focolare, per esser certo di non dover star lì a bestemmiare per accendere il fuoco. Nel Levitico (6, 13), si ordina che il fuoco del santuario arda di continuo e in Maccabei (1, 19-22) il focolare acceso è sacro. Nel Vangelo di Giovanni (1, 4 e 9), Cristo, la Parola, Colui che è, è luce degli uomini, ma in Luca (12, 49) questa luce porta il fuoco sulla Terra: “Io son venuto a metter il fuoco in terra” – e, tanto per esser chiari fuor di metafora, “Pensate voi che io sia venuto a metter pace in terra ? No, vi dico, anzi, discordia” (Luca 12, 51). Matteo (3, 11) fa dire a Giovanni Battista: io vi battezzo con acqua, ma quello che viene dopo di me – e non si riferisce ad Oppenheimer - è più forte: “Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e col fuoco” e Luca (3, 16) conferma: Spirito Santo e fuoco.
E anche su Dio non ci si può sbagliare: nel Deuteronomio (5, 24-25) la sua voce è udita “in mezzo al fuoco” e in Ebrei (12, 29) Dio è un fuoco divorante.
Fuochi perpetui, focolari più e meno metaforici, roveti ardenti, fornaci fumanti, colonne di fuoco che guidano gli Ebrei nell’Esodo e lampi sul monte Sinai, insomma, sono ingredienti indispensabili per la preparazione di un buon cristianesimo.
Dopo “così fan tutti”, pertanto, alla causa del nucleare prossimo venturo, non poteva mancare “Dio lo vuole”. Ha ritenuto opportuno ricordarcelo nei giorni scorsi, in un’intervista a Radio Vaticana, il cardinale Renato Martino, uno che non camminerà come Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco, ma che sa andare ugualmente dritto allo scopo: che la Chiesa mai e poi mai è stata contraria al nucleare; che, anzi, è sempre stata favorevole; che già nel 1957 la Santa Sede fu tra i fondatori dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica; che, se il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, al paragrafo 43, dice, bontà sua, che bisogna “elevare i livelli di sicurezza dell’energia nucleare”, vuol dire che, da parte loro, la costruzione di nuove centrali nucleari non si discute. E auspica anche, il cardinale, con un argomento che la dice lunga. Più lunga di quel che vorrebbe.
Per il presente, auspica, il cardinale, “un approccio non ideologico al tema dell’energia nucleare per uso civile” e spiega: “non ideologico (…) nel senso di pragmatico, non guidato da preconcetti pro o contro, ma” – e qui viene il bello – “ma inteso a realizzarne l’uso più sicuro”. E’ l’esempio perfetto da ricordarsi ogni qualvolta qualcuno ci parla dell’esigenza di discutere di qualcosa in termini “non ideologici” – come se una discussione in cui gli interlocutori non applicano valori fosse sensata e possibile: è un imbroglione. Ogni qualvolta abbiamo a che fare con questo argomento sappiamo che chi lo fa proprio è un semplice ed inequivocabile imbroglione. Infatti lui dice: parliamone, senza preconcetti, ma di che ? Dell’opportunità del farla o non farla e dei criteri da condividere per definire questa opportunità ? No. Lui dice che dobbiamo parlare dell’”uso più sicuro”. “Uso” ? Allora, vuol dire che, mentre fai finta di discuterne con me, la centrale nucleare l’hai già fatta.
Note
Il discorso di Oppenheimer è ricordato da Giancarlo Sturloni in un libro dedicato ai disastri della grande scienza e della tecnologia avanzata, Le mele di Chernobyl sono buone (Sironi, Milano 2006, pag. 223). “Basta seppellire il torsolo bene in profondità”, conclude la barzelletta russa citata in apertura. Al libro di Sturloni debbo anche altre informazioni preziose. Il giudizio sull’andatura di Oppenheimer, invece, è del fisico Isaac Isidor Rabi. Cfr. R. Rhodes, L’invenzione della bomba atomica, Rizzoli, Milano 2005, pag. 743. Per le dichiarazioni del cardinale Martino, cfr. L. Accattoli, Il Vaticano: sì all’energia nucleare per uso civile, in “Corriere della Sera”, 24 aprile 2006.
F. A.
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