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Caccia all'ideologico quotidiano
29/10/2006
Povera Emma
La tazzina venefica
La tazzina venefica
Madre Teresa di Calcutta è morta nel 1997. Nel 2003, già nel titolo di un libro a lei dedicato, don Teresio Bosco l’ha definita “il sorriso di Dio”, ma ciò non ha impedito che il recente film televisivo chiamasse “il sorriso di Dio” Papa Luciani. I cattolici non hanno la memoria più lunga degli altri e d’ora in poi, nel ricordo degli affezionati, i due personaggi dovranno spartirsi l’appellativo. Tuttavia, il cardinale Bertone, segretario di stato vaticano, contesta alla regia di Giorgio Capitani errori e licenze varie che avrebbero finito con il dare, di Giovanni Paolo I al secolo Albino Luciani e della sua vita, un’immagine poco veritiera. La più grave delle licenze, a detta del cardinale, sarebbe quella relativa alla morte, perché, allorquando il film si sofferma su quei drammatici momenti, un’inquadratura è stata singolarmente dedicata ad una tazzina di caffè. Il che avrebbe costituito una pesante allusione all’ipotesi che il Papa fosse stato avvelenato.
Tempo fa qualche amante dell’arte rimase con il fiato sospeso per il furto di un quadro famoso, L’urlo di Edvard Munch. Presumibilmente, lo scalpore e l’apprensione sarebbero stati minori se fosse stato più noto il fatto che, dello stesso urlo, esistono almeno quaranta versioni – tutte inesorabilmente autentiche, o, detto altrimenti, tutte dipinte dal medesimo autore. Cinque di queste versioni, peraltro, sono in possesso dello stesso Museo di Oslo da cui il quadro venne trafugato. Della cosa – e di altre consimili, tutte ugualmente interessanti - ci informano il sociologo Alessandro Dal Lago e l’artista Serena Giordano nel loro bel libro dedicato ai Mercanti d’aura. Un’analisi delle logiche che governerebbero l’arte contemporanea – è la tesi degli autori – evidenzierebbe il ruolo decisivo dell’aura, che, se considerata in termini empirici – come, per esempio, voleva il teosofo Rudolph Steiner – designa un concetto ben vago, ma se considerata come una costruzione mentale particolare riuscirebbe a render conto di come prodotti tanto diversi – come quelli dell’arte contemporanea (e non solo dell’arte pittorica) – possano ritrovarsi tutti classificati dalla medesima etichetta. E’ arte La morte della Vergine di Caravaggio come L’urlo di Munch o come La montagna Sainte-Victoire di Cezanne, come l’Orinatoio di Duchamp e come l’azione scenica di quel tale, Chris Burden, che, nel 1971, in una galleria d’arte californiana, si fece sparare in un braccio da quattro metri e mezzo. Da una parte, insomma, è arte tutto ciò che qualcuno decide di categorizzare come tale e, dall’altra parte, tutto ciò che qualcun altro incornicia mentalmente come tale – in piena libertà, in teoria, ma, perlopiù, assecondando tutta una serie di convenzioni socialmente invalse.
In Addio alla ragione, laddove sottopone ad impietosa critica il concetto di “progresso” in filosofia, nelle scienze e nelle arti, Paul K. Feyerabend imputa un grave errore agli storici dell’arte. In sostanza dice che i fini della pittura, come le tecniche usate, sono stati più d’uno, ma che una critica d’arte priva di una prospettiva storica ha ritenuto che i propri fini fossero il paradigma di tutti i fini possibili. In virtù di questo presupposto, avrebbero interpretato ogni passo in direzione dei propri fini come un “progresso” e ogni passo nella direzione opposta come una forma di decadenza. Porta ad esempio, allora, la forma ottica dell’aureola che, sulle prime, è rappresentata come un circolo di dorato splendore intorno alle teste dei santi, poi, gradualmente, diventa sempre più ellittica, quindi assume l’aspetto di un anello di Saturno e, infine esce dai confini dell’espressione pittorica incorporandosi nell’oggetto materiale – come nel caso delle spalliere di certe sedie, dove circolarità e volume designano la santità della persona che ha il diritto di sedervisi.
In un romanzo del 1979, Cannibali e missionari, la scrittrice americana Mary McCarthy racconta di una raccogliticcia “commissione per i diritti umani in Iran” (siamo ai tempi dello scià) che, tramite un dirottamento aereo, viene rapita da un gruppo terroristico internazionale, dandosi il caso che, sulla stessa rotta, viaggiasse anche un gruppo di ricconi collezionisti d’arte (“una categoria di persone peggiore dei dentisti e degli idraulici”). Con il che vengono “dirottati” anche i piani relativi alla contropartita per la liberazione degli ostaggi. Il capo dei terroristi, infatti, ha un’idea luminosa e finisce con l’imporla ai complici: non soltanto la liberazione di alcuni detenuti politici palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane, non soltanto denaro da distribuire ai contadini poveri, non soltanto riconoscimenti politici, non soltanto l’uscita dell’Olanda (dove si svolge la maggior parte della vicenda) dalla Nato, non soltanto salvacondotti, ma anche quadri famosi, eccelse proprietà dei collezionisti e, ad un tempo, patrimonio della civiltà borghese tutta e oggetto primario di quel processo alienato che è il feticismo delle merci. E’ così che, in cambio della vita degli ostaggi, i terroristi, che, per una volta, vogliono ottenere il proprio scopo schernendo pubblicamente i valori del sistema capitalistico, chiedono la consegna di opere di Rubens, Rembrandt, Goya, Tiziano, Giorgione e, soprattutto, Vermeer.
Nelle tragiche vicissitudini che seguono, la McCarthy coglie anche il momento in cui un prete, anch’egli ostaggio tra gli altri, cerca di consigliare l’anziana padrona del Vermeer, piuttosto renitente a cedere al ricatto. Le suggerisce di guardare a quell’opera d’arte come ad una semplice tela, a legno, a colori, a polvere; le suggerisce, cioè, di ricondurla alla sua materialità, spogliandola integralmente dell’aura che storia, cultura e mercato le hanno accumulato addosso. Ma la signora recalcitra, si ribella, perché non riesce più a tornare indietro in quel percorso, non solo suo ma anche dell’intero ceto sociale cui appartiene, che, all’apparenza irreversibilmente, ne ha segnato la vita.
La tazzina del caffè, allora, implica la costruzione sociale di un’aura negativa. Papa Luciani morì nel 1978 – un paio d’anni dopo l’avvelenamento tramite caffè e parathion dell’antropologo Carlo Tullio Altan da parte della governante della vecchia zia e otto anni prima dell’avvelenamento di Michele Sindona nel carcere di Voghera. Ogni correlazione, soprattutto con il secondo caso, in Vaticano non è gradita. Ma dalla Rai, che ha prodotto il film, prontamente, giunge una contro-obiezione. L’allusione c’è, se il caffè, nella tazzina, manca. Perché, se manca, qualcuno l’ha bevuto. Ma se il caffè nella tazzina c’è ancora – come sembra ci fosse -, beh, se c’è ancora, spiacenti per il Vaticano, ma ogni rapporto di mezzo e scopo tra tazzina di caffè e papa morto viene meno. Tutto l’investimento semiologico collettivo sulla tazzina di caffè svanisce. C’è il caffè, magari c’è l’aroma, ma perde l’aura.
F. A.
Note
Madre Teresa, il sorriso di Dio di Terenzio Bosco è pubblicato da Elledici nel 2003. Mercanti d’aura è pubblicato da Il Mulino, Bologna 2006. L’azione scenica di Burden fu intitolata, molto naturalisticamente, Shoot. Come racconto ne Le metafore della complementarità (Odradek, Roma 2006), Steiner sosteneva che, tutt’attorno all’essere umano, aleggiasse un’aura variabile in rapporto alle tipologie, come “una nube di forma press’a poco ovoidale - in media circa il doppio dell’altezza e quattro volte la larghezza. Addio alla ragione è pubblicato da Armando, Roma 1990; il brano in questione è a pag. 153. Cannibali e missionari è pubblicato da Mondadori, Milano 1982. Per le critiche del cardinale Bertone a Papa Luciani – Il sorriso di Dio, cfr. L. Accattoli, Critiche del Vaticano al film su Papa Luciani, in “Corriere della Sera” del 27 ottobre 2006.
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