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Caccia all'ideologico quotidiano
L'uomo invisibile
L'arte di arrangiarsi
Due dimostrazioni leggermente anticipate
Due dimostrazioni leggermente anticipate
Deus caritas est, pubblicata mercoledì 25 gennaio del 2006, è la prima enciclica di papa Ratzinger, Benedetto XVI. E’ divisa in due parti. Nella prima, il papa tratta della concezione dell’amore cristiano – difendendolo dall’accusa di "avversione alla corporeità" e di "aver distrutto l’eros". La seconda parte – una pars construens dopo la destruens - tratta dell’"esercizio concreto del comandamento dell’amore verso il prossimo".
Contro l’illuminismo e contro la filosofia moderna – di cui Nietzsche sarebbe un campione – , ma anche contro gli antichi filosofi greci – che avrebbero visto "nell’eros l’ebbrezza, la sopraffazione della ragione da parte di una ‘pazzia divina’ che strappa l’uomo alla limitatezza della sua esistenza" – , il papa reclama le virtù di un cristianesimo che, nell’intima unione di corpo e anima costituirebbe l’unica garanzia contro la degradazione e la mercificazione del sesso. Non nega, alla fin fine, la tesi che egli attribuisce ai greci – è vero: l’eros vuole sollevarci verso il Divino e la possibilità c’è. Diversi sono i mezzi: laddove loro vanno dritti al solo, lui dice che all’estasi, a quella "vera", ci si arriva dopo un cammino di rinunce e di purificazioni – secondo un modello che io applico da tempo alle sigarette: più ti astieni, più te la godi.
Ma noto che papa Ratzinger non cita San Francesco, laddove, consapevole dell’aleatorietà di un amore che non sia diretto verso i fratelli, invita a mostrarlo, questo amore, "non a parole soltanto, ma con i fatti e in verità".
Al contempo, il governo annuncia una legge che, più che estendere il concetto di legittima difesa, definisce alcune circostanze in cui si legittima l’offesa. L’offesa pesante, quella che costa la vita.
Puntuali, allora – anzi leggermente in anticipo – , giungono al bersaglio i 13 colpi di pistola sparati sull’albanese a Castelnuovo del Garda da un ex-assessore della Lega Nord.
Al contempo, ci giungono notizie del frate Fedele da Cosenza. Francescano fin nel midollo, l’avevamo lasciato nel 1997, dopo l’incontro con quella Luana Borgia che, se proprio in un’enciclica era destinata a non esser mai neppure nominata, in Luana la porcona e in Le doppie bocche di Luana, fu di certo la protagonista principale – incontro dal quale, secondo i giornali, sortì una conversione. L’avevamo ritrovato a capo degli ultras del Cosenza a combattere una vana battaglia per la sua permanenza nel calcio professionistico e ora lo ritroviamo come accusato di pesanti accuse.
Ora, anche se non vediamo l’ora che lo si dimostri vittima di un complotto – perché un complotto non si può negare a nessuno se non iniquamente negandogli fin la possibilità che al mondo possano esistere dei complottanti nei suoi confronti e perché è sempre bene che i reati di cui lo si accusa non siano stati affatto commessi – , non possiamo esimerci dal far notare alcune incongruenze fra ciò che questo frate dice e la pratica francescana alla quale i suoi comportamenti tutti dovrebbero essere informati.
Già il fatto che un frate francescano abbia un segretario mi preoccupa e anche che abbia partecipato all’inaugurazione dell’Erotica Tour di Bologna lascia qualche perplessità – poteva anche andarci il giorno dopo e non sarebbe cascato il mondo. I brani scelti dalle registrazioni delle sue telefonate – con un zelo degno di migliori cause passate prontamente ai giornali – , poi, saltando da un particolare anatomico all’altro del suo gregge di pecorelle, non sembrano ottemperare con stretta osservanza la regola del suo ordine monastico. Ma, che fra le argomentazioni con cui reclama a gran voce la propria innocenza – in cerca di una dimostrazione matematica per convincere i più riottosi di non aver mai e poi mai stuprato né suore né altre -, chieda la pubblicazione della fotografia di una vittima o presunta tale in questione, questo, sinceramente, per me, è troppo.
Non si adeguerà gran che al paradigma di esistenza suggerito dal poverello di Assisi, questo frate Fedele, ma, in compenso, risulta più che prono al paradigma estetico imperante ed alla funzione persuasoria che questo paradigma svolge surrettiziamente nella riproduzione sociale delle disparità. "Ma chi è", sembra abbia detto il frate, "Luana Borgia ?" – e qui gioca in casa – "Brigitte Bardot ?", e chiede se l’abbiamo vista questa suora che millanterebbe lo stupro, "bassa", "tozza", "grassa", e, ancora, chiede che venga diffusa la sua fotografia affinché noi tutti all’unisono ci si possa render conto della sua palese innocenza. Sarà frate, ma prima è maschio, razzista e reazionario, fiducioso nella stupidità altrui – dimentico, peraltro, della tradizionale "bruttezza del peccato" – , e, come tale, colpevole.
Sarebbe il momento di tornare ai tempi di Luana Borgia. Le conversioni, come minimo, si fanno in due. Uno che converte e l’altro che si converte. Nessuno, all’epoca, ha mai indagato a fondo su chi dei due aveva convertito l’altro.
Eros distrutto ? Avversione del cristianesimo alla corporeità ? Macché. Tutte balle. Puntuale – anzi, leggermente in anticipo – a dare consistenza alle tortuose argomentazioni di papa Ratzinger, arriva frate Fedele da Cosenza.
Nota Per le avventure di frate Fedele, cfr. "Corriere della Sera", 24, 25, 26 e 27 gennaio 2006 e "Gazzetta dello Sport" del 24 gennaio 2006.
F.A.
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