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Un genere di malvagità

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Un genere di malvagità

 

Dopo essere scampato ad un campo di concentramento tedesco, il regista francese Robert Bresson dirige Les dames du Bois de Boulogne, ispirandosi ad una pagina di Jacques il fatalista di Denis Diderot e affidandone i dialoghi a Jean Cocteau. La vicenda narrata nel film è incentrata sui rapporti tra un uomo ed una donna. Elena e Giovanni si amano, ma ad Elena l’apparente dato di fatto non basta e, per mettere alla prova il suo Giovanni, decide di fingere di non amarlo più. Giovanni, ahilui, ne prende semplicemente atto e la lascia. Lei, allora, ordisce la sua vendetta: avvicina Agnese, ragazza di poca virtù che trascina la sua vita infelice tra cabaret e separé, e le chiede di fingersi innamorata di Giovanni ingannandolo fino alle estreme conseguenze. Giovanni ci casca, si innamora di Agnese, le mette su casa e si prepara al matrimonio. Quando ci siamo quasi, poco prima della cerimonia in chiesa, Agnese non regge più alla finzione: ha una crisi di nervi ed Elena ne approfitta per ritornare in scena svelando a Giovanni la reale situazione – è caduto in un tranello. Sulle prime lui si arrabbia, poi si pente e perdona. Non è privo di significato il fatto che Les dames du Bois de Boulogne, nella versione italiana, sia stato ribattezzato Perfidia,

 

Non è neppure un caso che, nel 1932, anche Shopworn di Nick Grinde, fosse stato ribattezzato Perfidia. Anche lì si trattava di una donna, la giovane Barbara Stanwick alle prese con l’ingiustizia di classe, costretta più con le cattive che con le buone a dividersi dal bel giovane di buona famiglia che l’amava e capace, alla lunga, di prendersi la sua rivincita. Fatto è che c’è stato un tempo in cui accusare di perfidia le donne sembrava più che legittimo.

La parola “perfidia”, etimo alla mano significa “oltre”, “al di là della lealtà” e designa una categoria psicologica che deriva evidentemente dalla costruzione sociale, maschilmente sociale, dello stereotipo femminile. Così se al maschio è concesso di risolvere i propri conflitti con la forza e con il coraggio, con la lealtà di chi agisce alla luce del giorno e con tutti gli attributi positivi della virilità, viceversa alla femmina, per la soluzione dei propri conflitti, è concessa una capacità di agire nell’ombra, con subdola e sleale malvagità non disgiunta da infinita pazienza, ottenendo risultati anche più sottilmente letali di quanto il maschio – condannato com’è alla pulizia morale del contrasto a viso aperto - non riesca ad ottenere. Come comportamento ideologicamente indotto, allora – come i giochi, gli abiti, le posture fisiche, gli interessi intellettuali, le capacità manuali da cui i mestieri e gli sport praticati – la perfidia femminile diventa una gabbia ugualmente oppressiva per entrambi i generi, perché promuove la ratifica sociale di quei caratteri psicologici che, dividendo, e corrompendo alla radice le relazioni umane, vengono assegnati con sistematicità fin dai primi mesi di vita.

 

Per liberarci dalla perfidia femminile ce n’è voluto. E’ stato necessario che si diffondesse la consapevolezza di come certe categorie fossero, per l’appunto, costruzioni sociali ideologicamente sospette. E’ stato necessario che venissero portate alla luce tutte le fonti di cui era costituito lo stereotipo femminile e che dalla loro analisi risultassero chiari autori e scopi del loro inquinamento. C’è voluto una forte presa di coscienza antiautoritaria, un movimento femminista, una riflessione sugli apparati metodologici delle scienze umane e le molte conseguenze di tutto ciò su quel palinsesto della vita quotidiana dove sono andate mutando alcune forme di organizzazione del lavoro e la struttura stessa del tempo libero. Roba di anni – con i suoi passi avanti e i suoi passi indietro, beninteso. E non è affatto detto che, nella varietà dei moduli di cui si compone la nostra vita sociale, i passi avanti siano stati più numerosi dei passi indietro.

 

Dopo tutti questi anni, tuttavia, torna La perfidia delle donne. E’ il titolo di un libro di Valeria Palumbo (edito da Sonzogno, Milano 2006) dove vengono minuziosamente ricostruite venti biografie femminili, selezionando con accuratezza perfide di ogni tempo e di ogni paese. La Palumbo spazia da Erodiade a Elsa Maxwell e ciò dovrebbe mettere sull’avviso circa metodo e intendimenti che la animano: non si tratta di un ritorno al deprecabile passato, perché qui la categoria ha perso gran parte del suo carattere lombrosiano – la perfidia, in altre parole, non è il segno della donna in quanto tale  -, ma  si tratta di riconoscerne l’applicabilità in rapporto al potere. La Maxwell – giornalista di pettegolezzi, consigliera, organizzatrice di festini per persone importanti - infatti, a differenza di Erodiade, non chiede alcuna testa di nessun Giovanni Battista di turno, ma ambisce a fare e disfare esistenze altrui con mezzi meno sanguinolenti: insinua, maldice, somministra tarli del dubbio, presenta questa a quello e quello a questa, ordisce matrimoni, favorisce divorzi. O la sorella di Nietzsche, Elizabeth, non ha alle spalle, come altre perfide, decine o centinaia o migliaia di cadaveri, ma, andando fino in Paraguay a fondare una Nueva Germania, mira al potere dell’ingegneria sociale e sogna la nazione della pura razza ariana. I cadaveri, allora, a milioni, se mai, li ha davanti a sé. Da questo punto di vista, allora, la perfidia delle donne è semplicemente il riflesso di una slealtà e di una subdolità che, in quanto tratti costitutivi del potere, trascendono i generi.

 

Chi - in un certo momento storico, munito di un certo quadro ideologico -, ha analizzato lo svolgimento de Les dames du Bois de Boulogne di Bresson ha finito con l’indirizzare la propria attenzione soltanto verso la paziente astuzia del personaggio femminile. La vendicativa Elena che inganna Giovanni. E su questa base, per il pubblico italiano, intitola il film Perfidia. Ma dobbiamo anche ammettere che, davanti a sé, costui aveva più di un’alternativa. Se, per esempio, avesse indirizzato la propria attenzione sul personaggio maschile, va da sé che il titolo sarebbe stato ben diverso. Les garçons du Bois de Boulogne, per esempio, o Sprovvedutezza, o, meglio ancora, Dabbenaggine.

 

F. A.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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