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Evoluzioni e circonvoluzioni provvidenziali

 

Al movimento evoluzionista ed alla Chiesa Cattolica – ovvero a due agenzie ideologiche che, per forza di cose, dovrebbero contrapporsi - segnalo due casi di psichiatri ugualmente pericolosi.

Il primo è quello di chi ha ultimato un profilo del perfetto pedofilo riducendolo al possesso di sette caratteristiche. Sarebbe “apparentemente normale”, “maschio nel 92% dei casi”, “eterosessuale”, legato da un “rapporto di coppia fissa”, avvantaggiato da un “reddito medio superiore” nonché da una “istruzione” altrettanto “superiore”.

 

Il secondo è quello di chi ha trovato una spiegazione di ordine evoluzionistico a quello che lui definisce come un nostro “bisogno” e che io, invece, preferisco denunciare come un bisogno altrui soddisfatto da lacrime e sangue tutto nostro. Voglio dire: che alcune categorie di persone, a questo mondo, godano di privilegi è evidente. Che non sempre questi privilegi siano giustificati o che contribuiscano al bene comune è altrettanto evidente. Preti importanti e capi stregoni, scienziati, artisti vari, sportivi, persone dotate di particolari abilità ricevono giustamente la nostra ammirazione fino a che rimangono nell’ambito di quelle loro abilità, ma nel momento in cui da questo loro ambito sconfinano non si vede perché debbano godere di particolari privilegi. E invece la nostra esperienza sociale ci fa trovare spesso, troppo spesso, di fronte a palesi ingiustizie: gente che può dire scemenze senza pari senza che nessuno osi sanzionarla in alcun modo, gente che può rubare sotto gli occhi semichiusi dell’autorità, gente che può commettere qualsiasi delitto contro la società di cui fan parte senza pagarne le conseguenze, a differenza degli altri membri meno fortunati della medesima società. E’ quello che, in un mio libro recente, chiamo il “sistema delle stelle” – lo “star system” di prehollywoodiana memoria esteso ai nuovi protagonisti delle professioni ideologicamente funzionali al potere -, un sistema nei cui confronti vige ormai come una sorta di obbligo sociale l’indulgenza generalizzata, un’assoluzione dai suoi tanti peccati in nome di un’aura divina che circonderebbe il capo e non solo il capo di tutti i suoi idoli. L’evoluzione naturale, allora, secondo questo psichiatra di turno, giustificherebbe appieno questa nostra indulgenza a causa del nostro “bisogno di star”.

 

Un paio di esperimenti dovrebbero chiarirci le idee. Primo. Prendiamo delle quaglie femmine e portiamole al cinema o, meglio, in un locale a luci rosse. Mostriamo loro dei filmati in cui si vedano scene di accoppiamento tra quaglie maschi e loro consorelle quaglie femmine. Poi le si riporti a casa e si organizzi loro una specie di cocktail quaglia-party in cui ci siano quaglie maschi mai visti e quaglie maschi interpreti dei filmini già visti. Beh, le femmine sceglieranno sistematicamente i maschi già visti all’opera rifiutando gli altri. Il principio darwiniano che ne verrebbe sancito è quello secondo il quale la femmina si assicura il successo riproduttivo scegliendo il maschio già testato. Al cinema.

Secondo esperimento. Abbandoniamo le quaglie sporcaccione e prendiamo dei macachi maschi. Come si trattasse di fiches al casinò, dotiamoli di una certa quantità del loro cibo preferito e, quindi, passiamo alle contrattazioni: offriamo loro fotografie in cambio di cibo. Le fotografie sono di due tipi: una raccolta delle migliori facce di macachi altolocati nella scala gerarchica e una raccolta delle più lubriche zone pubiche delle migliori macache del momento. Bene, i macachi maschi sono disposti a restituire buona parte del loro cibo in cambio delle fotografie dei maschi altolocati. Se, per caso, gli si offrisse, che so, la foto di un macaco metalmeccanico o di un macaco extracomunitario non sembrano disposti a pagarla neppure una nocciolina. E la stessa zona pubica di macaca, in fin dei conti, sul mercato non tira più della foto del macaco vip. Ecco dimostrato come il nostro bisogno di star non sia affatto, come potrebbe dire l’Accame, l’indotto di un sistema ideologico funzionale allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma, piuttosto, l’ineluttabile risultato dell’evoluzione della specie sul pianeta, una delle tante forme di adattamento che, più direttamente o più indirettamente, garantiscono la nostra sopravvivenza. Tanto è vero che.

 

Tanto è vero che il “bisogno di star” è addirittura iscritto nel nostro cervello. E’ qui che  lo psichiatra si mette il neuro davanti e ci racconta di un ulteriore esperimento cruciale. Lasciamo le quaglie alle loro orge e i macachi al loro autoerotismo e prendiamo, questa volta, alcuni volontari umani, possibilmente assetati. Offriamo loro due bicchieri di una brodaglia ugualmente marroniccia e chiediamo loro quale dei due gli sia più piaciuto. Tutti in coro diranno che è più buono il contenuto del secondo bicchiere. Poi portiamo loro altri due bicchieri contenenti la medesima roba, però, questa volta, gli diciamo che nel primo c’è della Coca-Cola, mentre nel secondo c’è della Pepsi. Bevono a garganella e tutti in coro, soffocando per quanto possono la bombola di gas che hanno ingerito, tutti in coro diranno che è più buona la Coca-Cola. Il perché ce lo spiega il neuropsichiatra: nella corteccia prefrontale del nostro cervello ci sarebbe scolpita una sorta di hit-parade enciclopedica, dove si troverebbe annotato che la Coca-Cola è più famosa della Pepsi. Il che metterebbe in moto quelle anime candide delle nostre papille gustative che, sulla base del sentito dire, si darebbero da fare affinché il risultato della nostra percezione fosse un gusto più gradevole.

 

Devo render conto di una prima omissione. Alla prima bevuta, quando tutti dicono in coro che è più buono il contenuto del secondo bicchiere, non ho detto che in questo secondo bicchiere c’era della Pepsi, mentre la Coca-Cola era nel primo. Neppure questo, comunque, è servito perché il neuropsichiatra in questione venisse colto dal dubbio su quale delle due aziende avesse finanziato al ricerca.

 

Selezionando quella parte di popolazione che risponde ai requisiti di essere maschio nel 92% dei casi, apparentemente normale, eterosessuale, sposato o convivente, con reddito medio e istruzione superiori si rimane pur sempre con una cifra di cittadini potenzialmente pedofili piuttosto cospicua. Ma le caratteristiche sono sei e quelle elencate dallo psichiatra in questione erano sette. Seconda omissione. O a causa di un’interpretazione perlomeno azzardata del noto passo evangelico in cui Gesù si rivolge alle mamme dicendo loro che lasciassero pure che i loro pargoli venissero a lui, o a causa di esperimenti scientifici che – a differenza di quelli che dovrebbero confermare la radice evolutiva del nostro “bisogno di star” – non ci vengono raccontati, infatti, la settima caratteristica che individuerebbe il perfetto pedofilo sarebbe costituita dalla sua fede religiosa. “Credente”, dice lo psichiatra. E con ciò, prenotandogli un posto in paradiso, fa sì che nemmeno lì le anime innocenti possano stare in pace.

 

F. A.

 

Note

Il tema dello star system allargato l’ho affrontato in Antologia critica del sistema delle stelle (Odradek, Roma 2006). Quando l’ho scritto non avevo potuto leggere il saggio dello psichiatra Christophe André, Tutti pazzi per i Vip (in “Mente & Cervello”, 20, IV, 2006), da cui ho tratto gli esperimenti citati – trascurandone, per ragioni di tempo, altri ugualmente demenziali. Lo psichiatra che, tra l’altro, affibbia la fede al pedofilo è Antonio Tundo (cfr. M. Tartaglia, Quegli orchi che vivono in famiglia, in “Libero”, 19 marzo 2006).

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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