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la striscia di garza

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La striscia di garza

 

 

A differenza di molti loro colleghi dei tempi che furono, gli etimologi del giorno d’oggi tendono ad escludere che quel tessuto rado e leggerissimo di cotone che chiamiamo “garza” derivi il proprio nome da quella stessa città di Gaza cara al popolo della Palestina e oggetto di tante contese. Pare che nel medioevo si parlasse di un “garzare” e di un “garzo” come di un “cardo da scardassare”, ovvero di un’operazione in grazia della quale la fibra del cardo veniva districata dagli altri elementi della pianta.

 

Capitando in largo anticipo alla stazione Centrale di Milano, al viaggiatore potrà risultare istruttivo soffermarsi nell’atrio al pianoterra. Ivi, animato da spirito scientifico, munito di acribia critica e di un buon metro potrà rendersi conto di quanta acqua sia passata sotto i ponti e sotto qualcos’altro di ancora più rotondo: il nome delle mutande è lo stesso, ma le mutande sono diverse e diverse – a meno di un intervento davvero invasivo del re dei trapianti – diverse sono le ragazze. Le mutande si chiamano ancora “Roberta”, ma la farfalla colorata appesa alla lunga treccia non c’è più, la stoffa occorrente è cambiata di qualità e – in meno, drasticamente -, di quantità, la ragazza è ancora di spalle, ma il sedere non è più quello. Non voglio con ciò affermare che le natiche del 1983 hanno seguito il tragico corso insito nella loro ineludibile biologicità, ma, piuttosto, voglio dichiarare che, nel lasciare il posto, ad altre, hanno dovuto soccombere ad un processo che con il biologico non ha nulla a che fare e che attiene, invece, direttamente e pienamente alle sfere – è il caso di dirlo – dell’ideologico.

C’è più carne scoperta – perché il lembo che rimane s’infila, presumo fastidiosamente, nel divisorio – e ci sono proporzioni diverse a caratterizzare il rapporto tra natiche e spalle – con un vantaggio di queste ultime che porta la femmina verso una geometrizzazione futurista -, la schiena è più sottile e la carne, più sferica, è complessivamente molto meno. Come se, nell’imperativo della dieta, ci fossero servite porzioni di sedere forse più equilibrate dal punto di vista metabolico e forse più nutrienti ma irrimediabilmente inferiori. E ancora di nuovo – e di ideologicamente preoccupante – c’è il fatto che, se nell’inforcatura del 1983, costituita da sane cosce ampie e ben tornite, non sarebbe passato uno spillo, in questa inforcatura da primissimo terzo millennio ci passerebbero appaiati un ferro da stiro ed una caffettiera.

Nell’evoluzione dei modelli di bellezza femminile, com’è noto, interagiscono fattori di natura diversa: da un lato, preme la cultura della magrezza e delle sue correlazioni – i tempi e i modi della vita sociale, gli ideali del benessere e della ginnicità da ottenersi fin al costo più contraddittorio dell’anoressia, la dinamicità e la sua durata dalla culla alla tomba -, dall’altro, preme una riforma della morale sessuale che non solo ci permette di vedere ciò che prima non dovevamo vedere, ma anche di rappresentare schiuso ciò che prima doveva restare ben serrato. Il che – se conferma che dal punto di vista cognitivo il sedere è ormai tutt’altra cosa – ci rivela anche qualcosa sulla sua natura di segnale – non di invito, ma di garanzia. Al di là di ogni ragionevole dubbio.

 

Infatti, la pannicolite, ovvero quel processo infiammatorio a carico del tessuto fibroadiposo sottocutaneo, ricategorizzata come “inestetismo” – come se l’estetismo fosse di per sé portatore di valori positivi -, è diventata quella mostruosità a portata di tutta la biologia femminile contro cui urge la mobilitazione generale che prende il nome di cellulite. E il nuovo sedere deve mostrarsene mondo.

Nelle vetrine delle farmacie, in questi anni, l’ho vista rappresentata visivamente in tre soluzioni: come buccia d’arancia, come pelle di elefante e, più recentemente, come fodera trapuntata. Si tratta di tre soluzioni accomunate da uno stesso elemento costitutivo: l’involucrità. La cellulite è rappresentata come qualcosa che del corpo non fa autenticamente parte integrante, come qualcosa di sostanzialmente estraneo al corpo e, come tale, sradicabile, eliminabile. Il frutto che si mangia, d’altronde, è l’arancia, la buccia si butta. Il corpo, allora, quello “vero” della finzione ideologica, è quello che ci sta sotto, pronto a comparire non appena si abbia l’abilità o la buona sorte di applicare la giusta pozione.

 

Che la lotta alla cellulite sia una missione che inizia nell’estetica e prosegue nella morale è un fatto reso ancora una volta evidente dall’ultimo “kit” che giura sulla guerra lampo  - “facile e veloce”, come hanno detto Napoleone, Hitler, Mussolini,  Bush, Blair, Berlusconi e quant’altri  – per ottenere “glutei perfetti”. L’hanno battezzato “Bioetyc” e, nonostante l’y greca, il nome promette il paradiso della correttezza eterna ad entrambi i contraenti del patto sacro che lega il produttore al consumatore.

La ragazza che dovrebbe orientare alla scelta ovviamente non sembra averne affatto bisogno. Ha un sedere perfetto incastonato in un corpo che, per nostra fortuna, non estende il processo evolutivo di “Roberta” – non accentua cioè l’asimmetria del rapporto con le spalle e non assottiglia ulteriormente le cosce -, ma, in compenso, divarica le gambe di quel tanto che, oltre al ferro da stiro e la caffettiera, questa volta ci può passare anche la lavastoviglie. E’ ripresa, poi, dal basso verso l’alto e da una distanza sufficientemente ravvicinata per farci prendere coscienza di un ulteriore spostamento ideologico.

 

Il tessuto del costumino si intrufola negli interstizi più delicati, ma non più per l’esiguità della stoffa e per la sua elasticità, ma, piuttosto, per la sua stessa inconsistenza. Sfrangiato, sfilacciato ed etereo fino a perdere la forma, copre e non copre, è più tolto che messo, sembra fatto di garza ed è questa sua intrinseca improvvisatità che, nella disinvoltura di un gesto e di una posa,  ne rivendica tutto il suo immenso potere di attrattore sessuale – innescando al contempo, con tutta la grevezza di un imperativo categorico, il ricatto più bieco a chi intendesse astenersene per mille buone ragioni, comprese quelle di averci un sedere devastato dalla cellulite.

 

F. A.

 

Note

Volendo fondare o affondare nei tempi biblici l’investitura ideologica della cellulite, ci si potrebbe riferire al problema della Regina di Saba, di cui l’Antico Testamento non ci dice il nome, ma di cui, in compenso, conosciamo l’esigenza impellente.

Andò in visita a quello che passava come il più saggio dei re, Salomone, e vi fu tra loro uno scambio di doni e di qualcos’altro, visto che più tardi ne nacque Menelik. Accreditando Salomone almeno di un pizzico della saggezza presunta, ciò dovette avvenire prima di recarsi sul Mar Morto, dove, in cerca della bellezza perduta, si sarebbe affidata alla speciale salinità delle sue acque. Colei che, per altri, è Balkis, o Makeda, rimase anonima nella Bibbia, come si diceva, anche perché la storia la scrivono i maschi e Salomone, per uso personale, ebbe la modica quantità di 700 mogli a fronte di appena 300 amanti – una situazione in cui anche al più saggio dei re può capitare di dimenticare un nome.

La pubblicità di “Bioetyc” è stata pubblicata su “Il Corriere della Sera” del 4 aprile 2006. Per l’etimologia di “garza”, cfr. M. Cortellazzo e P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1979.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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