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quozienti di intelligenza

 

Quozienti di intelligenza

 

Adesso che non ci sono più problemi di par condicio, posso rendervi partecipi di un dubbio che da qualche tempo mi assilla.  C’è una mia amica, una che di politica – diversamente da me – se ne intende, che sostiene che Berlusconi sul piano della perspicacia personale è, come dire, sopravvalutato, anzi, per dirla tutta, che è un po’ scemo.  Io le rispondo che a me sembra anche più intelligente del necessario e che, in tutta franchezza, è soprattutto dalla nostra parte della barricata che mi sembra che l’intelligenza scarseggi, ma non c’è verso di convincerla.   Per lei, uno che ragiona come quello lì, che ha quelle idee lì sul mondo, sui suoi avversari e sul suo ruolo, non ci piove, ma intelligente non è.   È uno scemo e se ha perso il governo per lo zero virgola zero uno per cento vuol dire che se le merita.

            Mah…  Sapete anche voi che questi problemi sono, come si diceva una volta, di lana caprina.  Le definizioni dipendono dai criteri di cui ci si serve, più o meno consapevolmente, e non hanno mai valore assoluto.  La mia amica ha una certa tendenza a misurare gli altri sul metro della propria ombra, come dice il poeta,  e probabilmente pensa che chiunque, per essere considerato intelligente, debba essere di sinistra e meglio se ha fatto parte in gioventù di Avanguardia Operaia.   Non ignora, naturalmente, che il Silvio nazionale ha fatto una brillante carriera imprenditoriale, che è diventato uno degli uomini più ricchi del mondo e si muove, sul piano politico, con micidiale efficienza, ma in fondo queste cose non le interessano.  Certa del proprio sistema di valori, riserva l’apprezzamento intellettuale a chi lo condivide.

            In un certo senso, ha ragione lei.  E non le si può opporre nemmeno l’accusa di essere intollerante.   La tolleranza, checché ne pensi Ratzinger, non si identifica con il relativismo, nel senso che per ammettere la liceità dei valori altrui non è obbligatorio essere insicuri sui propri.  Liberissimo il signor Berlusconi di credere, se davvero ci crede, di essere un genio, le cui ricette politiche non possono che garantire il bene della nazione e libero, ahimè, il quarantanove virgola zero nove per cento degli elettori di condividere tale fiducia, ma questo non significa, ovviamente, che abbiano ragione loro.  Non l’avrebbero neanche se fossero il cinquanta virgola zero uno.  Il successo, in questo mondo imperfetto, non garantisce altro che la capacità di avere successo e ragione e intelligenza sono tutt’altra cosa.  Si trovano senza difficoltà persone intelligentissime che non dispongono del becco di un quattrino e risultano affatto irrilevanti sul piano politico ed esistono magnati e potenti piuttosto lacunosi quanto a quoziente mentale.  Se sono arrivati dove sono arrivati, dipende da una quantità di motivi che vanno verificati caso per caso.

            Vi dirò.  Io, personalmente, continuo a credere che la capacità di pianificare le proprie azioni in vista dell’ottenimento di un fine dato sia indizio non lieve di intelligenza e che in questo il Presidente del Consiglio uscente (anzi, uscito) sia un assoluto maestro.  Ma è ovvio che ciò non esclude che la sua visione del mondo mi sembri sbagliata e gravemente deficitaria ed è altrettanto ovvio che non si può risolvere il problema distinguendo un’intelligenza “pura”, propria di chi riesce in un modo o nell’altro ad attingere alla verità, dall’intelligenza puramente “pratica” di chi sa badare ai propri interessi, quella che molti preferiscono definire come “astuzia” o “furbizia”, o con analoghi termini svalutativi.   Quei termini, oltretutto, comportano una sfumatura di giudizio morale (la vecchia storia della golpe e del lione) che con il nostro problema non ha nulla a che fare.

            Chiamiamola come vi pare, comunque non si può negare che la capacità di ottenere quello che vuole Berlusconi ce l’ha.  Eppure, strano ma vero, le elezioni le ha perse e non certo perché i suoi antagonisti si siano dimostrati più furbi o più intelligenti di lui.  Forse gli si potrebbe rimproverare di essere stato troppo furbo, perché, a ben vedere, ha vinto la campagna elettorale con una strategia del tutto razionale (quella di sfruttare la propria posizione di vantaggio e di eludere le regole studiate per imbrigliarlo), ma non ha potuto coglierne i frutti, perché con una tipica furbata di basso conio, quella di cambiare la legge elettorale all’ultimo momento, aveva creato una situazione in cui il centro sinistra ha potuto assicurarsi il controllo di entrambe le camere al di là dei risultati numerici.  Come dire che la furbizia, con quel tanto di sleale e disdicevole che il termine comporta, alla fine non paga.  Che non è vero, naturalmente, ma per consolarci in questi tempi confusi possiamo far finta di crederci.

 

C. O.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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