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Caccia all'ideologico quotidiano
22/10/2006
Le capre variopinte
Uno sporco mestiere
Contrordine, chierici
L'eterogenesi dei fischi
Le capre variopinte di Hamelin – Un racconto per bambini
Lui è uno scrittore di Frascati, ha pubblicato due libri da Bompiani, ha vinto la Volpe d’Oro 2005, mentre con la sinistra regge il passaporto – e vorrà pur dire qualcosa in termini di saper vivere –, con la mano destra si sta grattando la fronte all’attaccatura dei capelli. Non è che gli pruda, è gesto di allegra constatazione, di coincidenza favorevolissima. Tanto è vero che sorride.
Lei è un’insegnante napoletana, tiene entrambi i pollici infilati nelle tasche dei jeans e con ciò esibisce tutta la sua disinvoltura. Sorride.
Lui ha un ristorante a Portofino, è anche consigliere provinciale a Genova – per Alleanza Nazionale. La destra è in tasca – dico la mano, non sto facendo allusioni politiche – e con la sinistra si sta dando un’aggiustatina agli occhiali. Sorride.
Lui è un dottore commercialista nel comasco, ha un nome che sembra il programma di un’eternità confortevole, Cristian Paradiso. Fa un gesto come se dicesse “ma dai”: la mano sinistra aperta in avanti, palmo verso l’alto, la destra che stringe l’omero sinistro. Sorride,
Lei è titolare di un call center – non so bene cosa sia, ma dev’esser cosa rispettabilissima -, a Bolzano. Gomito largo, mano sinistra sul fianco. Sorride.
Lui è un consulente, laureato in ingegneria al Politecnico ha preferito un posto di vicepresidente di una società che fa ricerche di mercato, a Milano. Con la sinistra regge l’agenda bella imbottita e con la destra impugna una penna altrettanto cicciotta, all’altezza dello sterno. La penna qui, aerea com’è, è più il dirigibile di un ceto e di un milieu sociale, che non strumento di scrittura. Sorride.
Siamo a sei, ne mancano altri cinque.
Lui è uno skipper di Sorrento. Si chiama esattamente come un politico locale morto qualche anno fa - nel 1994 -, un vecchio professore di matematica. Sarà un discendente sui quali i genitori hanno investito. Con le mani impugna saldamente una corda da barca con cui ha fatto una specie di cappio. Più skipper di così. Sarà perché ha il nome di un altro, sarà perché la professione impone un rigore morale ben scolpito financo nei muscoli dell’espressione, sarà perché gli è sorto un dubbio, sarà perché ha mal di pancia, lui non sorride.
Lui fa il broker e, infatti, sta leggendo l’inserto “Affari e Finanza” de “La Repubblica”. Lo regge con la sinistra, mentre con la destra si sta aggiustando gli occhiali. Anche lui. La toccatina fa. Il suo sorriso è meno marcato, a bocca chiusa, ma c’è.
Lei è un medico di Verbania, direi che si è seduta e che con le mani stai cercando di sistemarsi i jeans, che, forse, strettini, nella posizione, le danno un po’ di fastidio. Poco convinta, ma sorride.
Lei dice che fa l’attrice, ma una ricerchina in internet dice che fa la modella. Niente nudo, niente glamour – che non so cosa sia ma immagino che sia una cosa terribile - e niente intimo, solo ritratti e fashion – che non so cosa sia ma immagino che sia una cosa meno terribile del glamour. Tuttavia qualche fotografia in mutandine c’è lo stesso. Il braccio destro penzola e la mano sinistra stringe alla vita. Sorride.
Era l’ultima.
Lo scrittore non è Umberto Eco, l’attrice non è Monica Bellucci, il medico non è Veronesi, il politico non è il Presidente del Consiglio, nessuno di costoro rappresenta vertici di notorietà e nessuno di costoro costituisce un’icona di riferimento per le masse popolari. Al più, possono dare una mano a qualcuno e, presumibilmente, in qualche circostanza, avrebbero bisogno di una mano pure loro. Hanno successo sì, ma nel loro ambito. Anzi, nel loro ambitino. Sono abbordabili. Stanno bene – ci mancherebbe -, è gente da cene fuori una sera sì e una no, vacanze di qua e di là, casa di proprietà, casa in montagna e forse anche casa al mare, ma il loro standard di vita non è eccezionale – con un po’ di buzzo buono, con una rinuncina in più alla propria autonomia, senza troppi grilli per la testa e con un minimo sacrificio di sé ci si può arrivare.
Tutti indossano capini di cashmere che vanno da un costo di 59,90 euro a 159,99. Si stanno dando un contegno per la funzione che svolgono – prototipi decidui per la promozione di comportamenti commerciali (un’offerta di un self-service all’ingrosso valida fino al prossimo 26 ottobre) -, ma ne sono anche soddisfatti. Come minimo, ci hanno guadagnato un golfino di puro cashmere nonché la convinzione di corrispondere appieno, fisicamente mentalmente culturalmente e politicamente, agli stili di vita ratificati dal regime.
Sono tutti sulla quarantina, qualcuno quasi, qualcuno più verso i cinquanta. Hanno un’età commisurata al potere d’acquisto. Sono le stelle di un firmamento minore, dove vige la poca luce, non pretendo una notte in cui tutte le vacche siano nere – come diceva Hegel -, ma almeno grigie, una penombra necessaria perché tutti o quasi tutti possano prima ambire e poi meritarsi un capino di cashmere senza poterne indagare a fondo né i processi ideologici in base ai quali ambiscano e meritino, né la qualità ovviamente non eccelsa del cashmere medesimo in questione. Troppi nove nei prezzi: 99 e 90, 189 e 99, c’è perfino un 129 e 99 – forme del denaro che neppure sono più in voga per l’acquisto di un bene comune come il pane, sono qui utilizzate per un bene che dovrebbe essere di lusso. Troppi nove nei prezzi tengono questo cashmere e questi suoi testimoni a debita distanza dal cashmere dei quartieri alti, dove i centesimi non sono mai esistiti e se sono esistiti lo sono stati soltanto per le collezioni fior di conio, dove le unità sono trascurate di principio e dove le decine di euro vengono sistematicamente arrotondate alle centinaia superiori.
Il modello evoluzionista vuole che l’animale costretto alle angherie della natura, dalli e ridalli, produca da sé le sue difese. E’ così che le capre degli altopiani della Mongolia, invece di andarsene in costa Azzurra, hanno risposto ai meno trenta gradi di casa propria ed hanno sviluppato una lana protettiva particolarmente fitta e calda, sotto il pelo più lungo.
Il modello evoluzionista potrebbe anche volere che l’animale costretto alle angherie della cultura, dalli e ridalli, produca da sé le sue difese. E’ così che alcuni, invece di ribellarsi all’intrinseca follia del mercato, si sono decisi a prestare la propria immagine per indurre propri simili o quasi a desiderare ed a pagare quel che loro – in virtù di quello che potremmo definire come uno spirito di adattamento superiore – hanno avuto gratis.
F. A.
Nota
Traendolo da un’antica leggenda, Robert Browning scrisse Il pifferaio variopinto di Hamelin nel 1845 e lo specificò come A Child’s Story. Lì i topi prendevano il posto delle capre cashmirevoli e il pifferaio era uno solo. Ma quel che conta è che chi va dietro alle lusinghe finisce male.
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