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Caccia all'ideologico quotidiano
22/10/2006
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Contrordine, chierici
Dan Brown ha pubblicato Il codice Da Vinci nel 2003. Nel maggio del 2006, all’apertura del festival di Cannes, è stato proiettato il film che il regista Ron Howard ha ricavato dal romanzo.
Sia nei giorni precedenti che nei giorni immediatamente successivi, la Chiesa Cattolica ha mobilitato le proprie forze per opporsi a questo film.
C’è stato chi ha parlato di “infame opera di propaganda”. C’è stata una sorta di scomunica da parte del Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, tristemente nota, un tempo, sotto il nome di Sant’Uffizio; la denuncia veemente delle “offese, calunnie, errori storici e teologici” commessi nei confronti della figura del Cristo, dei Vangeli e della Chiesa stessa; la proposta di un noto intellettuale cattolico di costituire, finalmente, una “Anti Defamation League” cui, d’ora in poi, venisse affidato l’arduo compito di imporre la Verità dei cristiani e, infine, ovviamente, c’è stato l’invito esplicito a boicottare il film con ogni mezzo.
Arthur Schopenhauer venne in Italia due volte. A Venezia, a Firenze, a Roma, a Napoli, poi ancora a Venezia - e infine, la seconda volta, anni dopo, ancora a Firenze -, portata a termine la sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione e consegnatala all’editore, il filosofo sentiva il bisogno di “ricrearsi lo spirito” prendendo contatto direttamente con le numerose vestigia della cultura classica che, qua e là sepolte e dissepolte nel pattume di sempre, contrassegnano la nostra penisola. Come fa notare Anacleto Verrecchia in una sua indagine biografica maliziosamente titolata Schopenhauer e la vispa Teresa (Donzelli, Roma 2006), nella sua prima tappa - a Venezia, dove giunse verso la metà di ottobre del 1818 -, più che dal fascino dei monumenti venne attratto dal fascino di una signora che, anche se del tutto digiuna del Quadruplice principio di ragion sufficiente, tuttavia si dimostrò ferratissima in altri argomenti cui il filosofo si compiacque di cedere. Più volte.
Dal taccuino sulla tappa romana, invece, emerge un’annotazione talmente misteriosa da sembrare incredibile – tanto è vero che le accurate ricerche di Verrecchia in proposito sono risultate vane. Vi si legge che, secondo Schopenhauer, “la sagrestia della chiesa di San Giovanni in Laterano contiene il rilievo dell’esecuzione di Giordano Bruno”. Com’è possibile – si chiede Verrecchia – che la Chiesa condanni al rogo qualcuno e poi lo celebri nelle proprie reliquie ? “Si dirà che la Chiesa sarebbe capace di fare questo e altro, come dimostra la sua storia”, suggerisce Verrecchia, “ma la glorificazione delle sue vittime sarebbe paradossale”, perché “anche i carnefici hanno una loro logica, sia pure perversa”. E’ più probabile, dunque, che Schopenhauer si fosse sbagliato o che avesse preso per buona la spiegazione di un buontempone.
F. A.
Il 14 ottobre scorso, mi capita di soffermarmi innanzi ai manifesti che ne pubblicizzavano la proiezione. Ero in piazza Damiano Chiesa e sotto l’ampia facciata della chiesa di Sant’Ildefonso. Annunciavano che nel cinema dell’oratorio veniva proiettato il film Il codice da Vinci. Accorrete numerosi, non c’era scritto. Dan Brown sul rogo, per il momento, non c’è ancora finito. In compenso potrebbe esser stato cooptato nell’Opus Dei.
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