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Il karaoke di Freud

Un pronome infido

La colpa di stare male

 

Il karaoke di Freud

Della psicoanalisi non ho mai avuto gran stima. Troppe pretese scientifiche prive di fondamento, troppa disinvoltura nel considerare sintomo di una patologia qualsiasi cosa torni comodo, troppa voglia di accomodare disparità sociali e di genere nonché troppa vaghezza nel definire metodi e limiti della terapia. Tuttavia, spesso, mi è capitato di trovare, nei saggi dei padri fondatori, più di una analisi illuminante.

Nei giorni scorsi, per esempio, mi è capitato di leggere quel saggio di Viktor Tausk sulla Invalidazione del motivo di rimozione attraverso una ricompensa – un saggio del 1913 – e d’imbattermi in un problema di amnesia risolto – se risolto è la parola giusta – brillantemente. Tausk parte dalla constatazione che, ogni tanto, capiti agli esseri umani di voler rimuovere ricordi particolarmente fastidiosi, di dimenticare cose che hanno rappresentato un’esperienza dolorosa, e che, dunque, in certi casi, questa rimozione appaia nel discorso come una vera e propria amnesia. Bene, nota Tausk come sia molto probabile che, nel caso prima o poi durante il prosieguo del discorso il ricordo riemerga, questo sarà preceduto da un altro ricordo – questa volta piacevole, un’associazione che, in qualche modo, funga da ricompensa per il dolore che si va a rivangare. Fra i vari esempi raccontati da Tausk, uno è bellissimo, ma, data la sua complicatezza, cercherò qui di ridurlo ai suoi elementi fondamentali.

Sta parlando con un suo paziente sulla vita sessuale dei suoi tempi e, com’era prevedibile, il discorso finisce sulla prostituzione: "Avevo sedici anni", dice il paziente, "allorché un mio compagno mi informò dell’esistenza di tali donne in via…ora mi sfugge il nome della via…". "In che via ?", lo incalza subito l’analista. "In via…si trattava comunque del nome di una battaglia", si difende il paziente, e qui inizia un lungo e tortuoso percorso di associazioni nella speranza di far saltar fuori il nome della via dimenticata. Lissa, Custoza, nomi di posti in cui gli austriaci hanno sconfitto gli italiani, Tegetthoff, che è il nome dell’ammiraglio che comandava la flotta a Lissa e cui, guarda caso, in Vienna hanno eretto un monumento, proprio nei pressi di via Custoza. Poi viene fuori Canossa e altri ricordi di cultura scolastica: a Canossa, il re si è umiliato innanzi al Papa, e lui, lui che è professore in un liceo cittadino, proprio l’altro giorno ha detto ad una collega che, quanto all’emancipazione femminile, lui, a Canossa c’è già stato, che, in pratica, vuol dire che, come maschio, ha già espiato e che, quindi, può anche piacere sessualmente ad una donna emancipata come questa sua collega. E’ con questa compiaciuta ricompensa, con questo pensiero autovalorizzante, che il paziente può finalmente recuperare il nome dimenticato della via – una via, dove, da quel primo tentativo di rapporto con una prostituta, peraltro, non aveva ricavato granché di buono, tanto da aver subìto inconsciamente l’esigenza di rimuovere, con il ricordo dell’episodio, anche il nome della via in cui l’episodio era avvenuto. "Ah, sì, ecco, ecco in che via erano le prostitute, erano in via Novara".

 

 

 

Due settimane or sono ho raccontato delle mie angosciose vacanze natalizie. Un improvviso vuoto in bocca, la mattina della vigilia di Natale, mi aveva avvertito della perdita di un ponte. Da qui, ricerche affannose – sotto il letto, fra le coperte, perfino nel sacchetto dell’aspirapolvere - e attese preoccupate, radiografie all’esofago ed all’intestino, e, soprattutto, varie teorie variamente umilianti: potevo averlo inghiottito ed evacuato senza rendermene conto, come potevo averlo eiettato in uno starnuto o perso in un sorriso. Nel cercare di far quadrare la vicenda, avevo anche anteposto l’evento a giorni prima, allorché, in un momento di particolare disagio, avevo partecipato ad una festa natalizia dove, giocoforza, ero stato ingaggiato in un improbabilissimo e, per me stonatissimo, umiliantissimo karaoke. Nelle feste tutto può accadermi, mi dicevo, e lì, dove di rimozioni da fare ne avevo a iosa, mi ero perso perfino il ponte.

Passate le feste ormai da un pezzo, le ricerche sono rimaste infruttuose e nessuno si è presentato con il mio ponte in mano a chiedermi la meritata ricompensa per avermelo ritrovato. Per l’ennesima umiliazione, dunque, ho telefonato alla mia dentista. Dentista femmina.

Ogni volta che le parlo mi viene in mente quel saggio della Marie Bonaparte su L’uomo e il suo dentista. Ivi, fra l’altro, la sagace psicoanalista spiega che "per l’inconscio del bambino, il dolore della castrazione simbolica del dente caduto o tolto è seguito dal trionfo della rifallizzazione simbolica rappresentata dalla crescita del dente adulto", e che, quindi, quanto fanno oggi i dentisti per l’adulto "è paragonabile a quanto fa così generosamente la natura per il bambino al momento della seconda dentizione". Se l’antico dentista, pertanto, in quanto semplice cavadenti rappresentava soltanto funzioni castratorie, quello odierno, abilissimo costruttore di protesi, rappresenta funzioni rifallizzanti. Almeno, aggiungo io, fino a quando le protesi stanno al loro posto.

Rimuginando fra me e me questi pensieri, gliel’ho detto. Impotente e rassegnato ho accettato l’idea di ricomparirle davanti: lei convinta di rifarmi la protesi persa, io convinto di ratificare la mia sconfitta in uno stato di prostrazione che, a nessun prezzo, lei avrebbe potuto distogliermi dal rifiutare.

 

In una celebre lezione del 26 aprile del 1955, lo psicoanalista francese Jacques Lacan, analizzando La lettera rubata di Edgar Allan Poe, affermava che "è l’ordine simbolico ad essere, per il soggetto, costituente" e che, dunque, quella lettera che il protagonista del racconto di Poe ritiene rubata prima di ritrovarla esattamente dove doveva essere "materializza l’istanza della morte".

 

In quello che ritenevo un vano tentativo di rendere meno grigio il mio futuro, ridisteso per l’ennesima volta sulla lunga poltrona della mia dentista, ho aperto la bocca. Lei ha guardato un attimo e mi ha chiesto: "qual è, scusi, il ponte che ha perso ?". Io ho alzato la mano destra, ho teso l’indice e l’ho infilato nel vuoto della mia arcata superiore sinistra. Lei, allora, ha detto: "Il ponte è lì, al suo posto, esattamente dove gliel’avevo messo e non le manca proprio nulla". Quanto era stata umiliante l’esperienza del perderlo, era poca cosa nei confronti dell’umiliazione patita nel ritrovarlo. Dovrò riflettere a lungo su questo cruciale episodio della mia esistenza e, ora come ora, non ho la più pallida idea delle conclusioni che ne trarrò. Così come l’amnesia di "via Novara" rappresentava l’esigenza si svuotare almeno di qualcosina il pesante fardello delle proprie sconfitte, questo mio lapsus percettivo qualcosa di grave, di gravissimo, vorrà pur dire. Lascio agli appassionati di psicoanalisi il compito di tirare le somme sulla mia vita sessuale e mi rendo conto di quanto il mio ponte – cadendo, scomparendo alla mia percezione - avesse lasciato un vuoto incolmabile nella mia bocca, ma, al contempo, avesse colmato il vuoto angosciante delle feste natalizie. Il che per me – che non ho alcuna intenzione di dar retta a Lacan, abbandonandomi alle sue "istanze di morte" – è stato già un risultato di non poco conto (F.A.).

 

 

Note

Per il caso di via Novara – e per leggerne la versione integrale (che è molto più bella di quel che sono riuscito a rendere io) -, cfr. Viktor Tausk, Scritti psico analitici, Astrolabio, Roma 1979, pp. 30-33. Tausk è uno dei tanti suicidi di cui è costellata la via della psicoanalisi. Per un’interpretazione di questo suicidio, e per i connessii suoi rapporti con Freud, cfr. P. Roazen, Fratello animale. La storia di Freud e Tausk, Rizzoli, Milano 1973.

L’uomo e il suo dentista è in M. Bonaparte, Psicoanalisi e antropologia, Guaraldi, Bologna 1971, pp. 136-140.

La lezione di Lacan venne redatta nel 1956.

 

C.O.

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a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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