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Caccia all'ideologico quotidiano
Uno sforzo particolare
Il doppio del candidato
Una contestazione molto tempestiva
Il doppio del candidato
Non ho visto personalmente il manifesto, ma il “Corriere della Sera” assicura che vi sia ben visibile un pallone da football nonché la scritta “Nel calcio e in politica c’è chi si è comportato sempre bene. Vota Zio Bergomi”. Fa parte, questo manifesto, della campagna elettorale di un signor Bergomi, che, presentandosi con “zio” e “pallone”, mirerebbe palesemente ad uno scambio di persona. Nel mondo del calcio, Bergomi rappresenta un telecronista, ex terzino dell’Inter e della Nazionale, un campione del mondo del lontano 1982, un avvalorato, dunque, da storia propria e storia altrui. Sufficientemente avvalorato da far gola ad un signor Bergomi che, sarà anche zio perché zio non è difficilissimo esserlo, ma, magari, campione del mondo non lo è di sicuro.
E’ il caso, allora, di un candidato che cerca con tutte le sue forze di non essere se stesso di fronte all’elettorato. Preferisce che qualcuno lo voti credendolo un altro, piuttosto che qualcuno lo voti per le sue virtù. Pare sfiduciatissimo nei confronti del proprio bagaglio di valore e, approfittando di un’omonimia, prova a splendere del valore altrui. Obbedisce all’impulso di cercare l’inganno ulteriore, come se, nella candidatura elettorale di questi nostri anni di fragilissime impalpabilissime superfluissime convinzioni politiche, non ci fossero già inganni a iosa.
Un caso analogo, per certi versi, è quello di quel signore che scrive una lettera a casa dei suoi potenziali elettori, scegliendo, invece, la verità più indiscutibile.
Dopo aver vantato la maturità classica con 60/60, la laurea all’Università Cattolica “a pieni voti”, il felice matrimonio allietato dalla nascita di due frugoletti uno maschio ed uno femmina, la libera professione, le origini campane e la vita milanese, l’ispirazione umanitaria trasmessagli dalla madre e, infine – massimo degli onori ovvero lo sputo nel piatto prima ancora di averci mangiato – il fatto di non essere mai stato iscritto ad un partito politico, dopo tutto questo ben di Dio, si autodefinisce “un ragazzo del 1968”, ma, tanto per essere chiari, non un ragazzo del ’68 come militante attivo di un’epoca che, per qualcuno, è un contrassegno di eroismo intellettuale, ma – e per essere chiari chiari lo riscrive sotto la firma – un ragazzo del 68 in quanto nato nel 1968.
Mi son chiesto perché nascere nel 1968 possa costituire un valore per qualcuno e mi son reso conto che rispondere non era facile. Non potendomi venire la risposta dalla cultura esoterica – numerologia, presunte congiunzioni astrali o antiche profezie: tutti marchingegni della subordinazione sociale -, ho finito col pensare che costui, nel documentare con tanta enfasi la propria data di nascita, abbia voluto attingere esattamente ai valori opposti per i quali il 68, con non poche colpevoli superficialità, rimane nella storia. Come se avesse trovato il modo più esplicito per garantire chi lo vota che lui, di quei valori, non partecipa. Nel 1968 è nato e, dunque, non ne ha responsabilità alcuna.
E’ il caso del candidato che, a differenza del primo, dice la più rigorosa delle verità, ma che, dicendola, inganna l’elettorato. Si fa scudo di una parola – un numero, un anno – e prova a portarsi dietro qualcosa di quel che la parola ha significato per altri, ma, al contempo, se ne mette al riparo. Per un verso è lui, per un altro no.
Passa il tempo, si succedono le tornate elettorali e, nel pragmatismo trionfante, il dr. Jekyll ha imparato a candidare mr. Hyde.
F. A.
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