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il valore e la democrazia
Il valore e la democrazia
In principio c’era la bestemmia. Nel 1889, invece, venne introdotto nel codice penale italiano il reato di vilipendio – ovvero si decise di condannare gli atti di palese disprezzo nei confronti di qualcosa che, evidentemente, non doveva essere disprezzato. Di fatto, né si alludeva ai principi della termodinamica, né alle geometrie iperboliche, né, tantomeno all’evoluzionismo darwiniano – che, anzi, poteva essere vilipeso a piacere (ricchi premi e cotillons per i vilipendenti). Di fatto, ci si riferiva alla religione che, tuttavia, veniva considerata nel suo complesso, senza discriminare fra culto e culto. Nel 1930 il vecchio codice Zanardelli lasciò il posto al codice Rocco: il fascismo aveva da poco firmato il Concordato con la Chiesa Cattolica e, conseguentemente – secondo il principio che i preti è meglio averli per amici -, ecco che, nella legislazione italiana, viene istituito un trattamento preferenziale a tutto vantaggio della Chiesa Cattolica rispetto agli altri culti. Commette reato non solo chi esprime pubblico disprezzo nei confronti della religione cattolica, ma anche chi si esprime contro le sue istituzioni. Dire, per esempio, che l’insegnamento di Gesù Cristo è ottimo ma che il comportamento di chi dice di rappresentarlo fa schifo, è reato.
Nonostante sia stato elaborato dal regime fascista, qualche rimasuglio di questo codice Rocco è ancora tra noi. Dal 1997 al 2005, la Corte Costituzionale è ripetutamente intervenuta per sistemare alla bell’e meglio la situazione. In particolare, nel 2000, è stato depennato un articolo della legge che, definendo ancora la cattolica come “religione di Stato”, contraddiceva ormai apertamente il dettato delle modifiche apportate al Concordato nel 1985. Da lì, una riequiparazione di tutti i culti religiosi che, ancora oggi – come ormai sa anche l’ex ministro Calderoli - , risultano sotto tutela. Ai cattolici, comunque, questa nuova situazione non piacque affatto. Per la serie “Avrei fatto meglio a tacere”, sull’Avvenire del 22 novembre 2000, Giuseppe Savagnone – uno che fa parte di una commissione istituita dalla Moratti per stabilire il codice deontologico degli insegnanti –, dopo aver affermato che “la giustizia non coincide sempre con l’uguaglianza”, retoricamente si chiede: “Quale persona di buon senso potrebbe sostenere che un’espressione o un gesto irriguardoso nei confronti di Maometto abbiano lo stesso peso alla Mecca o a Milano e meritino un’eguale sanzione ?”. Scritta appena sei anni fa: a futura testimonianza della scarsa capacità di analisi e di preditività dei cattolici e del come cambia velocemente il cosiddetto “buon senso”.
In Italia, nella stessa posizione protetta della religione, codici alla mano, fino a qualche tempo fa si sono trovati i capi di Stato, la nazione, la bandiera nazionale. In Austria – come testimonia il processo a David Irving, uno storico tanto incapace da non aver trovato solide prove della criminalità nazista -, c’è anche la Storia.
Nulla di per sé ha un valore. Un valore nasce sempre e comunque da un particolare processo mentale in grazia del quale qualcuno pone in rapporto due cose assegnando alla seconda la facoltà di sanare un’implicazione della prima. L’acqua diventa valore nel momento in cui spegne il fuoco, così come nel momento in cui estingue la sete. La tal persona diventa un valore per un’altra nel momento in cui ne constata l’indispensabilità. Che per vivere insieme si debba contemperare in qualche modo questi processi è ovvio, perché spesso ciò cui assegno valore io non è lo stesso cui affida valore il mio vicino. Può capitare anche che quel che mi costruisco come valore positivo, il mio vicino se lo costruisca come valore negativo. Sarà quindi difficile convivere, occorrerà tanta pazienza, tanta capacità di negoziazione, qualche rinuncia, ma, in definitiva, se le cose stanno così, convivere si può. Ad una condizione, tuttavia: che si sia d’accordo sulla provenienza di questi valori – si sia d’accordo, cioè, sul fatto che il valore è il risultato di un processo, individuale e sociale, e non qualcosa di indipendente, un di per sé, che è lì soltanto per essere accolto e ossequiosamente applicato. Se qualcuno la pensa così – e se pensa che l’intera vita associata, quella della comunità come quella del pianeta intero, debba essere informata al principio dell’espropriazione dei valori alla fonte, o perché dati da un Dio o perché rinvenibili in Natura – sono problemi. Gravi.
La democrazia cui ambisco è quella eretta sulla consapevolezza della provenienza dei valori. La democrazia che mi fa orrore – una democrazia che mi è difficile distinguere da una dittatura - è quella eretta sull’autorità di valori imposti, sottratti all’elaborazione di chi in questa democrazia deve viverci rimboccandosi le maniche per conseguire quel poco di felicità individuale e collettiva che può permettersi.
La prima non ha paura di nulla: la sua Storia non si basa sulla Verità, ma sulla coerenza, e non confonde mai i simboli con le cose. Non ha paura né della scienza né delle religioni. Teme le contraddizioni, ma soltanto perché procurano l’infelicità di una costruzione mancata. La seconda ha paura di tutto e, alle persone consapevoli e padrone di se stesse, preferisce l’ebete, lo schiavo, il servo, l’esercito degli obbedienti.
Note
Ho consultato e saccheggiato il sito dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, http://www.uaar.it/
Per notizie sulle insulse denunce a carico di Calderoli, cfr. L. Fuccaro, Offesa alla religione, Calderoli indagato, in “Corriere della Sera”, 21 febbraio 2006, e per la condanna di Irving, cfr. “Negò l’Olocausto”. Tre anni di carcere a Irving, in “Corriere della Sera”, cit.
F.A.
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