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Caccia all'ideologico quotidiano
I calcinacci di Gerico
Morte di un imputato
Nelle ore di punta
I calcinacci di Gerico
Fra i tanti episodi poco edificanti raccontati dall’Antico Testamento quello che accadde a Gerico desta almeno un paio di perplessità. Le cose, più o meno, sono andate così. Giosuè, al cui confronto Attila è un chierichetto linfatico, è alla guida del popolo di Israele che, ramingo, fa la fame e la sete un po’ di qua e un po’ di là del Giordano. Ogni tanto gli appare il Signore che ne ha sempre una: ora vuole una bella circoncisione generale e ora vuole la distruzione di una città i cui cittadini, più che comprensibilmente, in vista del passaggio del popolo eletto, si sono barricati e strabarricati dentro le mura e col cavolo che escon loro incontro festanti. Il Signore in materia ha le idee chiarissime. Sull’obiettivo: soltanto una famiglia, degli abitanti di Gerico, deve restar viva e vegeta, mentre uomini, donne, bambini, anziani, buoi, pecore e perfino quegli asinelli che soltanto più tardi avrebbero usufruito di quella buona stampa che avrebbe potuto far loro da salvacondotto, tutti quanti avrebbero dovuto esser passati a fil di spada. E sul modo: avrebbero dovuto girare intorno alle mura della città per sei giorni di seguito; sette sacerdoti, pronti a suonarle allegramente, avrebbero dovuto piazzare davanti alla famosa Arca sette trombe e, all’alba del settimo giorno, dopo essersi fatta la circonvallazione di Gerico per ben sette volte, Arca in spalla, giunto finalmente il momento di suonarle, l’intero popolo eletto, fino allora zitto e mosca, avrebbe dovuto mettersi ad urlare come un sol uomo.
Detto e fatto. Il suono che ne risulta è tale che, in un attimo, le possenti mura di Gerico crollano e Giosuè può compiere quel suo massacro che fede e timor di Dio gli consigliano. Fatto salvo il vasellame d’oro e d’argento – che servirà per abbellire il superattico di chi sta lassù - li ammazza tutti, tranne – secondo i patti - gli abitanti di una certa casa.
Nella sua Musurgia universalis sive Ars Magna consoni et dissoni in X libros digesta, pubblicata a Roma nel 1650, il gesuita Athanasius Kircher dice che i suoni e le armonie plasmano l’anima come la cera e che fin gli uomini più ferini e crudeli, attratti dal suono, possono esser ridotti in quattroequattrotto alle regole della convivenza civile. All’anima, il suono giungerebbe tramite quello che lui individua come uno “spirito”, ovvero un sottilissimo vapore che, impercettibilmente, scorrerebbe nel sangue venendo quindi eccitato da un’aria che, a sua volta, sia stata mossa dall’armonia musicale. Da buon bislacco cultore di scienza e collezionista di meraviglie comprovanti la perfetta simmetria del creato, Kircher non ci fa mancare l’esperimento scientifico cruciale che spiegherebbe il fenomeno. E’ l’esperimento del bicchiere: lo si riempie d’acqua e si passa l’indice bagnato sull’orlo, si produce un suono e l’acqua si muove – meno acqua ci si mette più grave sarà il suono che si ricava e meno acqua si muove. L’acqua è un liquido, il sangue provvisto di spirito pure, ed ecco dimostrato – almeno alle persone di buona volontà come Athanasius Kircher – come il suono giunge all’anima interagendo con le sue disposizioni. Ecco perché nella musica è nascosto un principio terapeutico ed ecco perché Gesù, con un semplice sussurro, ha potuto ridar l’udito al sordo.
E’ rimasta piuttosto in ombra, da noi, la figura del filosofo russo Lesevic. Muore nel 1905, poco dopo il primo tentativo rivoluzionario. Gli toccò un’esistenza tristuccia, braccato dal regime zarista, rifiutato dal mondo accademico di Pietroburgo, mai integratosi – lui che era per riforme graduali - fra gli aspiranti cospiratori dell’epoca. Da un ricordo di Cernov, che diventerà leader del partito socialista rivoluzionario e che ebbe l’occasione di ascoltarne una conferenza a Tambov, si ricava un’idea circa una sua curiosa caratteristica. Prima della conferenza, una conferenza su Robinson Crusoe – per l’aspetto fisico, per l’impaccio, per la voce fievole, sorda e nasale – aveva suscitato non poche preoccupazioni. Sembrava la persona meno adatta a parlare in pubblico ed a farsi ascoltare da chiunque. Ma, una volta sul palco, avvenne la sua mutazione provvidenziale. Cernov lo chiama “un oratore per grazia divina”. “Fu come se (Lesevic) crescesse di statura e la sua voce si rafforzasse, sbalordendo con la ricchezza di vibrazioni, l’espressività e una certa forza particolare con cui conquistava l’attenzione dell’uditorio”. Chi ha ascoltato le conferenze di Goebbels nei momenti trionfali del nazionalsocialismo o quelle di Karl Kraus nella Vienna dei primi decenni del Novecento annota cose simili. C’è un potere della parola, in quanto argomentazione, ma c’è anche un potere – enorme – della parola in quanto suono e, mentre nei confronti della parola siamo spesso provvisti non dico di tanti ma di qualche strumento di difesa, nei confronti della suasività del suono, di solito, siamo più disarmati.
Nonostante io fatichi a distinguere Bach da Orietta Berti, a qualche concerto, perlomeno in qualità di accompagnatore, ho assistito. Bene, ho potuto dunque notare, non senza stupore, che grandi e men grandi musicisti, di solito, si equivalgono al momento di rivolgersi al pubblico, tra un brano e l’altro: qualche aneddoto mal raccontate, parole distratte, frasi smozzicate, qualche borborigma inintelligibile accolto con tanta indulgenza dallo spettatore complice di codice. Come se, per l’appunto, un linguaggio, nella gerarchia dei mezzi di comunicazione, lasciasse posto all’altro – come se una presunta povertà della parola si facesse da parte a favore della presunta ricchezza della musica.
Non sarà tramite l’ingenua fisica di Athanasius Kircher, non sarà soltanto tramite i sette sacerdoti sette trasformatisi negli Ottavo Richter dell’epoca, ma fatto sta che, caso ante litteram di “mani sulla città”, le mura di Gerico sono crollate come fossero fatte di segatura. Giosuè non la conta giusta. Trombe, urla e circonvallazioni di Gerico Arca in spalla avran fatto la loro bella scena e avranno ringalluzzito lo spirito di corpo del popolo eletto, ma è presumibile che una parte cospicua dell’impresa sia da accreditarsi ad alcuni infiltrati che, da giorni, agivano nascostamente in città. Antico Testamento alla mano erano semplici spie, ma, dal momento che le mura non si agitano come le superfici dell’acqua in un bicchiere al primo mi-bemolle che arriva, sembra lecito ritenere che, con il favore delle tenebre, si siano dati da fare non poco ai fini dello spettacolino conclusivo. Che abbiano potuto agire con relativa tranquillità godendo di una certa protezione è testimoniato dal fatto che costoro erano stati ospitati segretamente in casa di Rahab, che, proprio per ciò, ebbe in premio la vita salva per se e per i propri cari. Non indifferente – e ad ulteriore dimostrazione di come il Signore guardi benevolmente anche alle pecorelle smarrite e soprattutto a quelle -, non indifferente, dicevo, è il particolare relativo alla professione della signora Rahab in questione. Meretrice.
F.A.
Note
Per l’episodio biblico, cfr. Giosué, 5 e 6. Per le tesi di Kircher, cfr. D. Pastine, La nascita dell’idolatria, La Nuova Italia, Firenze 1978, pp. 52-53. Il ricordo di Cernov è citato in D. Steila, Scienza e rivoluzione, Le Lettere, Firenze 1996, pag. 28. In questo stesso libro è rinvenibile un ampio schizzo della vita e delle opere di Lesevic.
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