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Due casi di identità

Una scommessa persa da Napoleone

I veggenti di Livorno

 

I veggenti di Livorno

Alle elezioni regionali del 2005, nella città di Livorno e provincia è stato registrato il 70,72% dei voti a favore della coalizione del centro-sinistra e di Rifondazione Comunista, mentre il centro-destra è stato accreditato del 27,97% dei voti. Questa distribuzione dei voti riflette un andamento piuttosto costante nella storia di Livorno: sarà per via delle industrie metalmeccaniche che ruotano intorno al porto, sarà per via del porto stesso e del gran trafficare di merci, sarà per quell’indipendenza toscana che risale fino alla medioevalità, sarà perché nel 1921 c’è nato il Partito Comunista Italiano e se è nato lì qualche buona ragione ci sarà, sarà per ragioni che mi sfuggono, ma è un fatto che, da quelle parti, ci si fa abbindolare di meno dai pifferai di turno e, con buon senso di responsabilità, si cerca di fare ampi segnali ai tanti che, indifesi creduloni, a questi pifferai van dietro. Vladimir Ilic Uljanov nasce nel 1870. Si laurea in legge all’università di Pietroburgo, nel 1893 e, due anni dopo, fonda l’”Unione di lotta per l’emancipazione operaia”. Alla testa di questa organizzazione, nel 1896, guida imponenti scioperi che, in virtù del sagace intervento delle pubbliche autorità, lo trasformeranno in deportato. In Siberia, per tre anni che dovevano sembrar lunghi come la fame. Come ben spiega Stefano Pivato ne I nomi e la storia (Il Mulino, Bologna 1999) la fortuna dei nomi ideologici – ovvero di quei nomi che vengono imposti dai genitori ai figli in omaggio a sistemi di valori consolidati e socialmente condivisi – va fatta risalire almeno al Concilio di Trento (1545-1563), quando, nel tentativo di opporsi alla Riforma Protestante, la Chiesa Cattolica emanò un catechismo che prescrisse una sorta di identificazione tra fedeli e santi modelli di virtù tramite il nome proprio. Come dire che se i genitori battezzano il proprio figlioletto Epifanio sarebbe come se firmassero a suo favore una polizza di assicurazione riguardo al carattere ascetico ed all’erudizione. Con la Rivoluzione francese, tuttavia, le cose cambiano. Con la legge del 20 settembre 1792, la registrazione delle nascite passa dal parroco all’ufficiale di stato civile e Fabre d’Eglantine, in materia di nomi, propone al popolo una nuova chiave ideologica: non più nomi compromessi col potere, ma nomi inneggianti alla natura, al mondo animale ed al mondo vegetale. Dura poco. Perché già nel 1803, la Francia in via di riburocratizzazione limita per legge la scelta dei nomi e perché, già nel 1815, torna ai parroci il compito di registrare le nascite. Ciò non toglie che, successivamente, nuove ondate di nomi ideologici sommergano i pubblici registri: il cosiddetto “risorgimento” italiano, è un caso, ma anche il fascismo, e la resistenza al fascismo, sono altri casi. Con la caduta del fascismo, dice Pivato, il vezzo sociale del nome ideologico vien meno, o, meglio, vien meno il vezzo di imporre una certa tipologia di nomi ideologici – quelli connessi alla “dimensione religiosa della politica” -, mentre s’impone sempre più insinuante il vezzo di imporre altre tipologie di nomi, non meno ideologici dei primi, ma più nascostamente – quelli connessi allo spettacolo, più e meno artistico e più o meno sportivo. Nel 1928 il fascismo compie un atto di invadenza più unico che raro nei confronti del privato cittadino. Decide di passare per legge ad una bonifica dei nomi, come costituissero una specie di agro pontino della semantica nazionale – realizza, in altre parole, quella che Pivato chiama la “profilassi onomastica”. Amerigo Ateo diventa Amerigo Olinto, Anarchia dv Maria, Atea dv Pia, Avanti dv Fioravante, Libertaria dv Gina, Caserio dv Benito, Comunardo dv Romano, Primo Maggio si riduce a Primo, e così via deprivando di connotazioni più o meno remote ma ugualmente in odor di contrarietà al regime. A Livorno, nel 1921, un bambino venne chiamato Spartaco Libero Libertario – e ciò può dare un’idea di quali fossero le aspettative della gente nei confronti dei partiti della sinistra -, ma costui, una decina di anni dopo, si vide appioppare dal Tribunale la più socialmente tranquilla triade di Alberto Luciano Cesare. Tra il 1918 e il 1922, ovvero fino alla Marcia su Roma, nel nostro Paese sono stati assegnati, come nome proprio 72 Lenin (con qualche variazione al femminile, come Lenina, e qualche italianizzazione, come Lenino). Qualcuno di questi a Livorno non poteva mancare. Ed è qui che, stando ancora ai documenti trovati e pubblicati da Pivato, si è verificato uno dei casi di preveggenza più straordinari che mi sia mai capitato di conoscere. E’ il caso di un poveretto che, chiamato Lenin alla nascita, dal 1928 in poi, per ordine del tribunale, ha dovuto accontentarsi di farsi chiamare Enrico. Un poveretto che ha dovuto subìre un mutamento di non poco conto dal momento che, essendo nato nel 1888, al momento aveva ormai trent’anni. Un poveretto che, tuttavia, poteva vantare dei genitori capaci di guardare ben al di là del loro naso, genitori che la sapevano davvero lunga su come si sarebbero svolte le cose al mondo almeno negli anni successivi più immediati. Due fatti lo confermerebbero in modo inequivocabile: nel 1888 – primo -, alla nascita del bambino, Lenin aveva diciotto anni ed era sconosciuto ai più; Lenin – secondo, da tagliare al testa a qualsiasi toro – era uno pseudonimo – che Vladimir Ilic Uljanov si scelse nel 1901.

 

F.A.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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