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Caccia all'ideologico quotidiano
17/12/2006
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Due richieste di risarcimento
Due richieste di risarcimento
Nel romanzo Otto cavalli neri per l’87° Distretto, scritto nel 1985 (Mondadori, Milano 1986), Ed Mac Bain fa rivelare al personaggio del Sordo – un cattivo ricorrente che ama sottoporre alla polizia sotto forma di rebus i suoi insani propositi – tutta la sua ammirazione per un regista cinematografico come Alfred Hitchcock. Ma gli fa dire che i film di Hitchcok li apprezza tutti tranne uno, Gli uccelli, “una sciocca esercitazione nel campo della fantascienza”.
Anche in Nocturne, che Mac Bain scrisse nel 1997 (Mondadori, Milano 2001), ad uno dei suoi personaggi attribuisce un dubbio relativo a Gli uccelli. Gli fa dire che non pensa che sia stato Hitchcok a scriverne il testo.
E anche in Ultima speranza, scritto l’anno successivo, nel 1998 (Mondadori, Milano 2000), Mac Bain fa domandare ad un suo personaggio: “Mai avuto una Melanie qui dentro?”. Mentre ad un altro gli fa rispondere: “Era così che si chiamava la ragazza negli Uccelli. Quel film scritto da Alfred Hitchcok”. Al che, rientrando in virtù del suo straordinario potere di scrittore nella testa del suo primo personaggio, Mac Bain vi coglie il tarlo di un dubbio, o qualcosa di più: non riteneva affatto che fosse stato Hitchcock a scrivere quel film.
E’ presumibile che, nell’enorme sua produzione letteraria, Mac Bain abbia alluso ancora alla questione, ma tre casi mi sono più che sufficienti, sia per non poter considerare la cosa del tutto casuale, sia per azzardarne una spiegazione.
Indubbiamente Alfred Hitchcock diresse Gli uccelli. Lo realizzò, nel 1963, ricavandolo, come Rebecca, la prima moglie – un film del 1940 – da un racconto della scrittrice inglese Daphne Du Maurier, ma la sceneggiatura fu opera di Evan Hunter di cui, per l’appunto, Ed Mac Bain è lo pseudonimo.
Allora, le citazioni di Ed Mac Bain sono autocitazioni e il loro senso è chiaro. Ci tiene a farsi ricordare per un’opera da cui, a causa della fama del regista, si sente ingiustamente espropriato. O di più: chiede ripetutamente un risarcimento – quello che toccherebbe ad uno scrittore confinato tra i minori nel momento in cui lo si ritrovasse autore di un’opera di livello superiore. Insomma, facendosi battere la lingua sul dente che duole si presenta da quel dentista benigno che saremmo tutti noi, suoi lettori, affinché gli si tolga il dolore.
Stranamente ma neppure tanto – perché un’idea fa alla svelta a replicarsi -, anche Hitchcock fa qualcosa di simile a ciò che fa Mac Bain. Nei suoi film, infatti, Hitchcock è presente anche come attore, o, meglio, in veste di semplice comparsa – una volta è un signore seminascosto da una cabina telefonica, una volta è un signore che passa sul marciapiedi opposto e un’altra volta ancora è uno che esce da un negozio con due cani al guinzaglio. Si cita o, forse più esattamente, appone la sua firma all’opera. Sulle prime, pertanto, il gesto parrebbe privo di significati rivendicatorii.
Tuttavia, a pensarci bene, questa esigenza di firmare più vistosamente la propria opera, non è molto diversa da quella che ha mosso Mac Bain. Il regista è un autore del tutto particolare. E’ il terminale del lavoro di tante persone – scrittori, sceneggiatori, fotografi, musicisti, tecnici del suono, esperti vari e, ovviamente, attori -, è catalizzatore, coordinatore, sintetizzatore, un deus ex machina, insomma, che ha bisogno del lavoro altrui. Spesso, nel cinema come nel teatro, però, questo suo ruolo, per una ragione o per l’altra, rischia di venire sminuito o addirittura ignorato: può essere a causa della notorietà o della bravura dell’attore, può essere a causa dell’importanza del testo che sta mettendo in scena, può essere a causa della particolare concezione della forma d’arte in questione diffusa nel pubblico. Ecco, allora, che urge in qualcuno la necessità di saltar fuori dal collettivo per guadagnarsi la sua pubblica individualità. Una citazione – fosse anche un’autocitazione – è allora una forma di risarcimento.
F. A.
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