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Caccia all'ideologico quotidiano
15/10/2006
Uno sull’altro, nessuno su niente
Ipocriti in armi
Promozioni da Strega
Uno sull’altro, nessuno su niente
Sulla targa in ottone campeggiava un tabù di cui non avevo mai avuto sentore: “Vietato sovrapporre nomi”.
Papere invecchia e gli acciacchi si fanno sempre più evidenti. Capita, allora, che quegli stessi suoi padroni che, a causa dei propri – di acciacchi – farebbero di tutto pur di evitare il medico, nel caso del cane – fidando nel fatto che né avrebbe potuto protestare, né, tantomeno, con il suo silenzio avrebbe favorito l’ibridazione della diagnosi con interpretazioni psicoanalitiche -, amorevolmente e con l’apprensione dell’amorevolmente, lo portino dal veterinario. Capita anche che ivi siano destinati a lunghe soste di attesa del proprio turno in una saletta spoglia condividendo l’esperienza con altri – altri cani, altri padroni, per sguardi in cagnesco e per sguardi comprensibilmente complici nell’impresa ideologica che li contrappone ad un’umanità, là fuori, esente da scambi d’amore con forme di vita diversa dalla propria.
Non avendo ancora raggiunto il grado di specializzazione raggiunto dalla medicina destinata agli umani, capita anche che, fra i pazienti in fila, non tutti siano vecchi e malati, ma ci sia anche una mamma che, dieci giorni dopo aver partorito, sia lì, con uno dei suoi cucciolotti, giusto perché non si sa mai, per una visitina di controllo. Un cucciolotto che rischia la vita per uscire dal cestino e che, poi, giocoforza, finisce nel grembo della padrona attira carezze e chiacchiere. Così, di racconto in racconto – quando è rimasta incinta, di chi, se stanno bene e se sono stati sistemati tutti – si perviene alla domanda cruciale: “Ha già un nome ? Come si chiama”. E capita che, raddoppiando in coccole, la padroncina dica di no e, mostrando di tenerci, al proprio pensiero, spieghi che un nome non l’ha ancora perché lei, giudiziosamente, aspetta a darglielo. Aspetta cosa ? Aspetta che si manifesti un po’ il suo carattere.
Sulla targa in ottone campeggiava un tabù di cui non avevo mai avuto sentore: “Vietato sovrapporre nomi”. Nel contesto, tuttavia, ci voleva poco per capire quali situazioni ne avessero originato l’esigenza: la targa sormontava una plafoniera di citofoni, giù in strada, e la strada si trovava in una città di mare. Facendo due più due, si arrivava presto alla conclusione che in quel condominio si affittassero appartamenti per i periodi di vacanza e che, al fine di evitare che ogni affittuario applicasse una targhetta con il proprio nome in corrispondenza del citofono – in una corsa interminabile all’appiccica ed al riappiccica -, la pratica veniva impedita a tutti. Se nome c’era, era il nome di un protoaffittuario che chissà dov’era a quest’ora o del padrone di casa – che, ovviamente quanto paradossalmente, abitava altrove.
Ora che ci penso: questa località di mare è la stessa dove hanno vissuto molti dei miei parenti. Tra questi, mio zio Guido, uno zio ricco e gaudente. Aveva sposato la zia Elena di cui ho un solo ricordo: eravamo davanti alla spiaggia e lei mi indicava un gabbiano. Mi diceva: “sai come fai a prenderlo ? Devi mettergli il sale sulla coda”.
In fatto di nomi ad esseri umani non si aspetta affatto che qualcuno manifesti il proprio carattere. Anzi. Le cose vanno così diversamente che, spesso, può perfino sorgere il sospetto che un nome dato – assecondando questo o quel criterio che riguarda colui che lo dà, ma sostanzialmente alla cieca per quanto riguarda colui che lo riceve – urga sulla persona come un imperativo in virtù del quale caratteri e atteggiamenti ne saranno necessariamente orientati.
L’affronto più truce alla sacralità del nome viene commesso in un romanzo di José Saramago, del 1997, Tutti i nomi. C’è un momento in cui il protagonista – che si chiama come l’autore e che è impiegato di concetto presso l’Anagrafe – è condotto in un cimitero in cerca della tomba di una sconosciuta. L’occasione, dapprima, è propizia per riflettere sulla burocrazia che governa i cimiteri moderni dei paesi cosiddetti civili, dove dopo un certo numero di anni quel che resta di un corpo viene portato via per creare posti liberi, vanificando quell’idea di “considerare per sempre intoccabile una sepoltura, come se, siccome non è potuta essere definitiva la vita, lo potesse essere la morte”. Poi, facendo sopraggiungere la sera e il buio e facendo addormentare il suo eroe tra le tombe e facendolo risvegliare un po’ infreddolito ma ancora pignolo come prima – nel settore delle tombe destinate ai suicidi -, Saramago gli fa incontrare un buon pastore. E’ così che, fra le brume del mattino, una persona cresciuta nella devozione del Dato Anagrafico, viene a sapere di quella che a prima vista gli appare come una suprema, intollerabile, trasgressione. Il pastore gli svela che tutte le targhette con i nomi, tutti i numeri applicati sulle tombe dei suicidi, sono stati tutti scambiati, a casaccio, da lui stesso. Lì, a nessun corpo interrato corrisponde il suo nome. I suicidi, spiega, sono persone che “non vogliono farsi trovare” e lui li libera definitivamente dall’essere “importunate”, anche perché, se proprio qualcuno vuol piangere su una tomba, “non c’è maggior rispetto del piangere per una persona che non si è conosciuta”.
Il cucciolotto di husky, fra qualche giorno avrà un nome e presto sarà il suo, perché presto, tramite questo nome, imparerà a rispondere al richiamo della sua padroncina. Col tempo farà cose, si comporterà in certi modi, svilupperà quell’insieme di attitudini e di comportamenti che da qualcuno saranno categorizzati come il suo carattere. Ma difficilmente cambierà nome. Se rimarrà dov’è, rimarrà sotto l’egida del tabù: “Vietato sovrapporre nomi”. Per quanto ci sia una signora che ogniqualvolta m’incontra con Papere al guinzaglio le dice, “ciao Lady”, Papere, ci mancherebbe, è rimasta Papere. Per quanto anziana, di Lady ne farebbe una tragedia. Mio zio Guido, però, rimase presto vedovo. Favorito da varie circostanze, diciamo così, si consolò alla svelta risposandosi con una giovane dabbene. Tanto dabbene quanto esigente ed esigente quanto dabbene. Quando tornò dal viaggio di nozze, mio zio Guido si chiamava Vittorio.
Nota
Nella traduzione di Rita Desti, Tutti i nomi di Saramago è stato pubblicato in versione italiana da Einaudi nel 1998. Il titolo è proprio “il motto non scritto” del Cimitero in cui si aggira il signor José – un Cimitero che, in proposito, è in perenne concorrenza con l’Anagrafe (cfr. pag. 194).
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