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Comici in competizione
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Dottissimo, Romano Prodi risponde ad una dichiarazione di Berlusconi – "spero che Prodi non si sottragga al confronto con me per paura" – citando Totò: "Ma quale paura ? Nel mio vocabolario non esiste questa parola a meno che non si tratti di un errore di stampa".Totò sembra l’abbia buttata lì, questa battuta, in un film di Giorgio Simonelli del 1943, Due cuori fra le belve – un film che venne poi rieditato con il titolo di Totò nella fossa dei leoni. I due cuori della versione originale, comunque, non erano quelli di due leader politici avversari alle elezioni politiche, ma quelli di Totò e della sua agognata bella di turno, Vera Carmi, in un’Africa da 1943, un Africa che più nera non si può, dove perfino il gigante buono di Primo Carnera, dipinto di lucido da scarpe, contribuiva a disegnare forme e contorni di una cultura tragicamente razzista.E’ in questo stesso film che, anticipandosi professore, Totò spiega quanto segue: "La scimmia non è proprio una bestia del regno animale, ma bensì la metamorfosi vulcanica ed umanitaria integerrima, la paratomia dell’uomo sintetico, una sintesi delle cellule umanitarie che, a prescindere dalle cellule umanitarie della corpulenza anatomica maschile, escludendo naturalmente la parte addominale fisiologica, abbiamo il nervo simpatico che soffre di antipatie e di simpatie, così che, calcolando le distanze tecniche tra l’uomo e il gorilla, accediamo al campo specifico della sua perfetta rassomiglianza con lo scimpanzé. E’ chiaro ?".Ovviamente, proprio chiaro chiaro chiaro non era, ma proprio in questa sua mancanza di chiarezza stava quel poco che c’era da capire. Si trattava di uno sberleffo - nei confronti della teoria darwiniana e, soprattutto, nei confronti degli intellettuali tutti, ovvero di coloro che ricorrono ad un linguaggio aulico per sostenere le proprie tesi, darwiniane o meno che fossero.L’intera storia del teatro testimonia di quella tecnica del comico consistente nel citare a sproposito qualche campionatura di linguaggio aulico per irridere, accaparrandosi il favore popolare, certe categorie di persone. Dal Manzoni che fustiga gli abusi del latino a Franchi e Ingrassia che ritraducono in siculo le finezze del francese, è tutta una corsa alla citazione dotta per farsi portatori di una criticità innocua – quella di chi, guadagnandosi da vivere, denuncia un male evidente in superficie per tacere rigorosamente del male alla radice.
In certi casi, la s- usata come prefisso, capovolge il significato delle parole che la seguono. "Sgonfiare" è il contrario di "gonfiare", "sfiducia" è il contrario di "fiducia", così come lo "scontento" è il contrario del "contento". In altri casi, o la s- ha comunque un valore privativo o peggiorativo (come nello "sgrammaticato"), o di separazione (come nello "sfornare" o intensivo (come nel verbo "strascinare"). Questa s- deriva dal latino "ex" che designava l’uscire da un luogo o da uno stato, o l’essere privo di qualcosa.Allorché, il 20 settembre del 2005, Enzo Ghinazzi in arte Pupo confessò pubblicamente che - pur lieto di accollarsi onori e oneri di Affari tuoi, il gioco a premi televisivo condotto fino alla primavera precedente da Paolo Bonolis -, non sarebbe riuscito a proferire "scavicchi, ma non apra", per designare l’operazione di slacciamento con cui i concorrenti preludevano alla fatidica apertura dello scatolame di loro competenza, apriva una sorta di stato di crisi linguistica nel Paese. Accettava, insomma, che gli si passasse il testimone, ma, al contempo, pretendeva quel guizzo di autonomia che gli poteva garantire la pari dignità. Ci volle del tempo, della pazienza, della sperimentazione sociale e molta competenza linguistica comparata, per giungere – dopo prove ed errori – a quella nuova designazione che a tutt’oggi informa di sé le masse parlanti votanti plaudenti che pur allo scavicchiamento erano state sagacemente educate: "Spippoli, ma non apra".
Il cavicchio, detto anche caviglio, era un piccolo legnetto, a guisa di chiodo, che si conficcava nel muro – quando la materialità del muro, beninteso, lo consentiva -, o in terra, per attaccarci qualcosa. Con l’s- a prefisso, l’italiano annoverava uno "scavigliare", nel senso di "togliere dalla caviglia", o uno "scavizzolare, ovvero un "cercare checchessia in luogo riposto", ma ci volle Bonolis per ratificare urbi et orbi, uno "scavicchio" che, in fin dei conti – diciamolo –, era nell’aria.Il legnetto nelle scatole non c’era, ma lo spago a chiusura sì, e lo spago può essere anche un cavo, ovvero un cavetto. Di affinità, insomma, ce n’erano a sufficienza, per benedire la metafora. Lo spippolare designava un cantare di genio, o il dire alcune cose chiaramente e con franchezza, così come, peraltro, quello staccare i chicchi dell’uva tanto affine al piluccare. Per ingrappolare tutte le scatole e per individuare nel gesto che le apre una sorta di disvelamento ce n’è dunque voluto, ma alla finfine ci si è arrivati. Tuttavia, il processo di innovazione metaforica non cambiava di segno ideologico. Italiano aulico, o raro, comunque desueto, era lo "scavicchi, ma non apra", e italiano aulico, o raro, comunque desueto, è lo "spippoli, ma non apra". Niente scismi, niente guerre intestine, nessuna ulteriore raschiata sul fondo del barile della devolution. Il Paese avrebbe mantenuto la sua unità.
Quando dico che Prodi dimostra tutta la sua dottrina citando Totò, ovviamente, sto mentendo. Così come io non ricordavo affatto la lunga battuta sulla parentela dell’uomo con la scimmia, così Prodi non ricordava affatto la battuta sulla paura. Così come io l’ho ricavata a pagina 50 di Suonala ancora, Sam – un’ampia raccolta di citazioni cinematografiche curata da Roberto Casalini nel 1990 (edita da Bompiani) -, così Prodi (o chi per lui) ha ricavato la sua citazione a pagina 251 del medesimo libro. Entrambi abbiamo fatto lo stesso acquisto ed entrambi ce ne serviamo. Del caso di Prodi, tuttavia, va rilevata la differenza sostanziale dal caso del duo Bonolis-Pupo: loro, alla Totò – per far ridere -, hanno usato del linguaggio aulico, mentre Prodi – allo stesso scopo – ha usato il linguaggio del comico. Ma, date le rispettive funzioni sociali, va osservato come entrambe le soluzioni siano sorte per soddisfare le esigenze politiche di quella cultura di massa dove appare perfettamente legittimo passare dallo "scavicchi" allo "spippoli" – dove la differenza, cioè, è accettata e fin gradita per quel tanto di novità innocua che costituisce -, ma dove rimane imperiosamente proibito trasgredire alla ripetizione dell’elemento che comunque deve rimanere uguale: Berlusconi o Prodi, scavicchi o spippoli, faccia come le pare, ma, da lì non si scappa, non apra
F.A.
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