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Il bastone di chi sta davanti e la mansuetudine di chi sta dietro

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Il bastone di chi sta davanti e la mansuetudine di chi sta dietro

 

Secondo Dan Brown, l’autore del Codice da Vinci, l’anello episcopale del massimo responsabile della Società della Santa croce e dell’Opus Dei, Javier Echevarria, è “in oro massiccio, costellato di ametiste e diamanti e con gli emblemi della mitra e del pastorale”. Ma Vittorio Messori, nell’iniziarne l’intervista, fa subito notare che, al dito del prelato, sta un “leggero cerchietto d’oro” – si notino i diminutivi – “con un cammeo in corallo e una scontata Madonna con Bambino” – si noti la scontata, come a suggerire che possa esser stato acquistata in saldo o che, comunque, di poca cosa si tratti. Poca cosa che, per l’appunto, dovrebbe di per sé riversare sull’Opus Dei e sui suoi protagonisti tutta quella luce positiva che la storia – quella vera e quella dichiaratamente inventata nel romanzo – è riuscita ad occultare in un mare di tenebre negative.

 

Il pastorale di cui favoleggia o non favoleggia Dan Brown è un bastone ricurvo all’estremità superiore ormai da tempo divenuto simbolo dell’autorità del vescovo – un bastone il cui buon uso sarebbe riservato al pastore. L’idea di affidare un valore salvifico al pastore viene direttamente dal Vangelo di Giovanni (X), laddove fa raccontare a Gesù la cosiddetta parabola del Buon Pastore. Che non è poi così chiara come la si vorrebbe far passare. “In verità, in verità, io vi dico”, comincia Gesù, che chi non entra dalla porta, nell’ovile, è un ladrone. Chi entra dalla porta è il pastore, le pecore lo conoscono, lui conosce le sue pecore e addirittura le chiama per nome. Poi lui s’incammina e le pecore lo seguono, mentre col cavolo che seguirebbero lo straniero. A questo punto Gesù ha già finito, guarda i suoi discepoli e quelli hanno una faccia che la dice lunga. Non hanno capito niente. E Gesù, sbuffando, ci riprova, complicandola ulteriormente: “In verità, in verità, io vi dico”, che lui è la porta dell’ovile e se qualcuno entra attraverso questa porta sarà salvato, mentre tutti quelli che sono arrivati prima di lui, erano ladri e assassini. Si dimentica di dire che non è che quelli venuti dopo siano meno ladri e meno assassini, ma, in compenso spinge un po’ di più la metafora e dice che, oltre che porta traverso cui passare, lui è anche il buon pastore medesimo. Invita infine a diffidare dei mercenari e, assai cripticamente, comunica altresì di essere un pastore benestante e occupatissimo, perché di ovile ne ha anche un altro e, prima o poi, ne farà un tutt’uno. Che lì abbia perso dei voti è ovvio: numerosi presenti si sono convinti che desse i numeri e se ne sono andati borbottando. Al candidato non conviene mai prospettare futuri consociativismi.

 

Da quando ero bambino, andando qualche volta allo stadio e, più tardi, di fronte alla televisione, non ho mai avuto la sensazione che, nel gioco del calcio, vincessero sempre i migliori. E, se i migliori spesso non vincono, mi son sempre detto, qualche motivo ci sarà. Qualcuno avrà provveduto. Non mi ha stupito granché, dunque, la caterva di intercettazioni telefoniche che, confermando questa mia antica convinzione, in questi giorni, ha messo in imbarazzo qualche potente fino ad ora ben circoscritto al mondo sportivo. Mi ha stupito non poco, tuttavia, un articolo di “contorno morale” – diciamo così – con cui “La Gazzetta dello Sport” ha accompagnato il ritmo serrato degli eventi scandalosi. In questo articolo, veniva ricordata un’intervista rilasciata da Lapo Elkann allorquando era ancora designato devozionalmente come “nipote prediletto dell’Avvocato” e non eufemisticamente nell’odierna problematica versione di “un uomo in cerca di se stesso”. L’avevano fatto parlare della Triade dirigenziale cui era affidata la vincentissima Juventus e lui aveva risposto: “Quei tre mi ricordano Caino e Babele”.

Ora, a parte gli interrogativi sui processi formativi cui il giovane Lapo è stato sottoposto, stupisce non poco – ma testimonia altresì di un quadro ideologico che include una realtà ben più vasta di quella rappresentata nel singolo caso – che, a fronte delle nefandezze attribuite all’autorità consacrata, il prototipo dello stigmatizzato venga riciclato come “maître à penser”. Come se avesse preso piede la sensazione che il potere – con la sua esigenza chirurgica di successo economico, con la sua logica fredda, con la sua spietata programmazione   - possa essere, non dico rovesciato, ma, almeno, sbeffeggiato nei limiti in cui, agonizzando i suoi interpreti del momento, e non rischiando alcunché, beninteso, portando in trionfo le sue vittime più illustri. A prescindere dal fatto che, poi, mandate per qualche giorno nella lavanderia della storia e ripulite degli schizzi di fango, queste vittime siano pronte a sostituire i caduti ed a ripercorrerne le gesta superandole, se possibile, in nefandezza.

 

Il fatto che di qualcosa debba pur vivere getta sulla metafora del buon pastore un’ombra di inquietudine. Almeno dal punto di vista delle pecore. Come il fatto che, comunque, dell’oro stia al dito del prelato dell’Opus Dei, o che la storia dell’Opus Dei non sia affatto edificante, anche se il Codice da Vinci non fosse né mai stato scritto né fosse mai stato ridotto a film, getta sull’istituzione un’ombra di inquietudine. Almeno dal punto di vista di chi pecora non è. Ma, anche qui, è sintomatica del modo con cui vengono attivati i processi di valorizzazione sociale e delle tecniche di ribaltamento del loro segno, la ferma convinzione di Javier Echevarria relativa alle conseguenze dell’opera di Dan Brown, romanzo o film che sia: più che a radere al suolo l’istituzione, servirà a rafforzarla – e già oggi il giro degli “amici” e degli “estimatori” dell’Opus Dei può considerarsi notevolmente allargatosi.

 

Fin dal nome – Lapo deriva dall’ebraico “iahakob”, colui che segue, metaforicamente, che segue il buon pastore – è un nitido esemplare di pecorella cui, se non è proprio smarrita, occorre dare una mano perché torni all’ovile. Che la Triade siano tre e che Caino e Babele siano due può essere fonte di preoccupazione. Non tanto che Babele abbia preso il posto di Abele. Presumibilmente, si è trattato di un lapsus. Strafreudiano, volendo, ma lapsus. Noè, d’altronde, ebbe tre figli – Sem, Cam e Iafet – e furono questi tre figli, effettivamente, a incappare in quel brutto giro di tangenti relativo alla Grande Opera della Torre di Babele. Non a caso, in quei frangenti, ci fu chi, molto in alto, provvide a rendere difficili le intercettazioni telefoniche.

 

F. A.

 

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a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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