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Le allergie della memoria

 

Senza le correzioni auspicate dall’Oliva – in un’ormai lontana “Caccia” del 6 dicembre del 1998, allorché ne uscì la prima edizione -, Aldo Cazzullo ha ora ripubblicato in edizione riveduta e corretta I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, che, come già dice la copertina, vorrebbe essere una “storia critica di Lotta Continua”. Oggi come ieri, nel tentativo di far riemergere i protagonisti di quel movimento politico, l’autore si affida spesso alla memoria di Gad Lerner, che, tra i tanti altri, ricorda in un paio di occasioni la figura di Carlo Oliva. La prima volta lo ricorda come amico di una ragazza che, poi, divenne “dirigente clandestina di Prima Linea”, che come tale venne arrestata e che fu, a suo dire, tra i primi dissociati. Lerner ricorda di averla vista nel carcere di Bergamo, nella stessa cella in cui era Terry Broome, “la fotomodella americana che aveva ucciso il suo sfruttatore italiano”.

 

Quando, in generale, parliamo di memoria, presumibilmente, ci riferiamo ad una serie di attività diverse. Un conto, per esempio, è ricordarsi il numero di telefono di un amico o Il passero solitario di Giovanni Pascoli, e tutt’altro conto è ricordarsi la trama di un film. In un caso è richiesto l’intervento di una memoria che potremmo definire letterale, mentre nell’altro caso è palese che ci accontenteremmo di un riassunto e che al di là di un riassunto non potremmo andare. In questo secondo caso, la memoria è selettiva – in base a qualche criterio di cui neppure siamo sempre completamente consapevoli scegliamo gli elementi che riteniamo rilevanti ai fini di quel riassunto e ne sacrifichiamo altri che riteniamo meno rilevanti. Questo processo, tuttavia, è sempre aperto. Voglio dire che il riassunto di oggi è diverso da quello di ieri e da quello di domani, che è diverso a seconda delle circostanze, incluse tra queste anche la nostra considerazione nei confronti dell’interlocutore. Alla selezione contribuiscono gli interessi del momento, le esperienze vissute, la gradevolezza o la sgradevolezza che l’argomento ci ha procurato o che continua a procurarci, le opinioni che siamo andati formandoci e, alla finfine, contribuiscono i valori in cui crediamo e che riteniamo opportuno distribuire ad eventi e persone.

Se, per esempio, dal diario di qualche personaggio ottocentesco saltasse fuori il ricordo di un incontro con Garibaldi, Marx, Engels e Bakunin e non ricordasse altro di Marx che la sua difficoltà a rimanere seduto, causa la noiosa forma di foruncolosi di cui soffriva alle natiche, è presumibile che costui non avesse maturato gran stima nei confronti dell’autore de Il Capitale.

 

Chi ricorda Marx, di solito, ne ricorda l’intelligenza analitica e la straordinaria dedizione alla causa degli sfruttati. Anche chi ricorda Bakunin, sottigliezze a parte, ne ricorda l’impegno in favore degli sfruttati.

Tuttavia, chi legge gli appunti di Marx intorno a Stato e anarchia di Bakunin s’imbatte più volte in un termine inequivocabile rivolto all’autore: “Donkey !”, in inglese, “asino”. Ma in Stato e anarchia, Bakunin, nei confronti di Marx, fa forse di peggio. Dice testualmente che “Il signor Marx è di origine ebraica (…) nervoso secondo alcuni sino alla depressione, eccessivamente ambizioso e vanitoso, litigioso, intollerante e assoluto come Jehova (…) e, come lui, vendicativo sino alla follia”. Uno è forse più scorretto dell’altro – perché “asino” bolla tesi politiche, mentre “ebreo” non sembra averci granché a che fare con tesi politiche -, ma, per una volta non mi dilungherò sulla natura di un dissidio che è stato più volte ed approfonditamente sviscerato da valenti analisti. Quel che mi interessa far notare, ora, è il modo con cui i rispettivi quadri valoriali – quello di Marx e quello di Bakunin – influiscano sulle reciproche categorizzazioni. Se stavano entrambi dalla parte degli sfruttati è poi anche chiaro che questa parte sia almeno doppia, essendo possibile stare dalla parte degli sfruttati senza essere necessariamente dalla stessa parte. Con le conseguenze che il movimento operaio ben conosce a proprie spese.

 

La seconda volta che Lerner si ricorda dell’Oliva è per dire che, a certe riunioni, partecipava anche “un insegnante milanese dalle orecchie a sventola”, che, all’epoca, “cominciava a ragionare sulla crisi della politica”. Punto. E Basta.

Non so cosa sia o cosa fosse la “crisi della politica”, ma so che, all’epoca, Oliva era già stato dirigente di un’altra formazione politica e che, oltre a numerosi saggi, aveva pubblicato un libro importante, Il movimento studentesco e le sue lotte. So anche che, se insieme agli altri, di cui Gad Lerner serba memoria, Oliva ha partecipato a riunioni ed assemblee, in quelle sedi ha portato il suo contributo di analisi e di passione politica come aveva fatto prima di militare in Lotta Continua e come ha continuato a fare dopo. Come gli altri, peraltro, perché in quelle sedi, ci si riuniva per fare analisi politiche e per imbastire pratiche che di quelle analisi fossero la conseguenza, e non ci si riuniva né per dar vita a tornei di bridge, né per intonare collettivamente Funiculì Funiculà.

 

Che Francesco D’Alessio stesse dalla parte degli sfruttatori, marxbakunianamente parlando, è indubbio. Che sfruttasse ampiamente alcune risorse della giovane Terry Broome è altrettanto indubbio. Per chiamarlo “sfruttatore” – nel senso in cui si designa comunemente il particolare rapporto di dominio di un maschio nei confronti di una femmina -, occorre invece trasgredire gli impegni semantici con una certa disinvoltura. E anche che Terry Broome facesse la fotomodella fa sorgere qualche problema – fotomodella era la sorella. D’Alessio avrà passato una sera sì e l’altra pure al Nepenta, avrà condotto vita smodata tra gioco, femmine e droghe, non sarà stato un modello di virtù come San Domenico Savio, ma, che si sappia, non lucrava dalla vendita del corpo di Terry Broome che, d’altronde, in vendita, che si sappia, non è mai stato. Non aveva bisogno di prostituirsi né di far prostituire, era ricco di suo – ed è da lì che ne venne minata l’etica, costituendo pian piano la sua ricchezza l’incubatrice delle pallottole che il 26 giugno del 1984 l’avrebbero abbattuto.

 

Non è questione di “scherzi della memoria”. E’ questione di consapevolezza politica in ordine al significato dei propri ricordi ed alle soluzioni narrative che adottiamo per farci belli e per autovalorizzarci. E’ vero che la memoria è un processo sempre aperto, di continua ed infaticabile classificazione e riclassificazione, ma allorché i suoi risultati parziali finiscono nei libri – scritti, riscritti, stampati e ristampati -, buona parte della fluidità di questo processo viene meno. E c’è il rischio che, come una pietra tombale, quei risultati diventino definitivi.

La responsabilità del ricordo è pesante. Se a Marx non dispiacerebbe affatto assumersi a futura memoria tutto il peso di quell’”asino” affibbiato a Bakunin, questi, oggi, farebbe volentieri a meno di aver dato dell’”ebreo” a Marx. Quando, poi – come è il caso di Lerner -, il processo di selezione, assecondando il disimpegno odierno e dunque subendo una nuova servitù, finisce con l’annichilire l’intero senso di ciò di cui si sta parlando – un movimento politico, con le sue ragioni, i suoi obiettivi, i suoi martiri e i suoi carnefici – il ricordo che ne risulta diventa un inquietante paradosso. Una forma allergica di astenia politica che, consentendo pur qualche frivolezza educata nei salotti buoni di oggi, non permette più sguardi acuti nelle bolge di ieri. E va da sé, allora, che di queste figure sfuocate, a volte, non si possa percepire altro che un paio di orecchie  a sventola.

 

F. A.

Note

Nel 1998, il libro di Cazzullo fu pubblicato da Mondadori; l’edizione del 2006 è invece di Sperling & Kupfer. I ricordi dell’Oliva sono rispettivamente a pag. 243 e a pag. 256 di quest’ultima edizione. Per Bakunin, cfr. Stato e anarchia e altri scritti, Feltrinelli, Milano 1968, pag. 152.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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