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L’ultima vocale

 

Per un attimo e soltanto per un attimo m’è sembrato di sognare. Nel paginone d’apertura de “Il Manifesto” campeggiava un titolo enorme, un titolo che nella sua enormità attendevo da una vita, il segno di una svolta decisa, il segno di un ripensamento evidentemente doloroso e sofferto, ma anche liberatorio. Da lì in avanti avrei potuto guardare con fiduciosa speranza all’avanzata di una Sinistra finalmente degna del suo nome e della sua storica missione a favore degli oppressi, contro tutti i potenti e contro tutti gli opportunisti loro servi. Ero in treno, stavo dirigendomi verso la toilette, il giornale l’aveva in mano un passeggero e lo teneva leggermente spiegazzato su un lato, ma il titolo indubbiamente era quello – e che titolo - e l’emozione era tanta.

 

Eravamo nell’autunno del 1964 allorché i casi della vita mi misero in mano una copia di quel saggio. Lo lessi e la mia vita cambiò: tutti quei pezzetti che disordinatamente mi frullavano nel cervello da tempo, all’improvviso, trovarono un ordine, uno schema in cui ciascuno di essi svolgeva una sua funzione precisa. Detto in breve, il saggio dimostrava come la filosofia – tutta la filosofia, la filosofia in quanto tale, pur con tutti i suoi crediti storici e con la buona stampa di cui gode tuttora – fosse un’irrimediabile truffa: si basa su una teoria che vorrebbe trovare la garanzia della conoscenza in qualcosa che dalla conoscenza stessa è stato inesorabilmente separato – la realtà, le leggi della natura, e già che ci siamo anche le leggi della morale – inventandogli un’autonomia che, di principio – perché qualsiasi risultato di conoscenza è pur ottenuto da qualcuno -, non può avere. Le cose stanno così, prendere o lasciare o, meglio, prendere e basta. Perché – anche questo spiegava il saggio – questa filosofia, in un modo o nell’altro, è sempre al servizio del Potere, giustifica scienze, religioni, magia, le imposizioni più diverse. Nell’irriverente  forma del gioco, questo saggio, dunque, rivelava che l’intero edificio di quel sapere teoretico che nutre pretese conoscitive è privo di fondamenta – e che, quindi, tutto questo gran parlare e questo gran valorizzare questo e quello è soltanto il frutto di cinici bari consapevoli e di illusi servili inconsapevoli. Silvio Ceccato che, nel 1948, ne fu l’autore, l’aveva intitolato Il gioco del teocono – dove il “teo” stava per l’iniziale di “teoretico” e il “cono” stava per l’iniziale di “conoscitivo”. Era il saggio più rivoluzionario in cui mi fossi imbattuto e cercai invano, per anni, di convincere della cosa le forze politiche dell’opposizione che si arrabattavano nel Paese – cercai invano di spiegar loro che una rivoluzione che avesse senso poteva soltanto prendere le mosse dalla denuncia radicale della struttura e dell’organizzazione del sapere. A nessuno mai ne fregò alcunché. Anzi. All’intellettuale di sinistra modello – quello sempre ben disposto a dimenticare che Heidegger fosse nazista o incresciosi fatti del genere niente affatto casuali -, la proposta dava fastidio. Non la riteneva seria nella misura in cui non scorgeva bene il posto che avrebbe potuto occupare lui una volta che la rivoluzione fosse scoppiata e, puta caso, avesse vinto. Tuttavia, giusto per lasciare una traccia per i volonterosi del futuro, con Oliva, nel 1971, di questo Gioco del teocono, abbiamo fin curato una edizione critica. Ogni tanto se ne parla fra noi, se ne applica costantemente gli insegnamenti ma, fino a quell’attimo sospeso dell’altro giorno, era ridotto ad un ricordo venato di non poca nostalgia – come qualcosa che avrebbe potuto essere e non è stato.

La pagina era spiegazzata. Passando incerto e tentennante tra i sedili, mentre il treno esprimeva tutta la sua “alta velocità”, avevo letto male. Appena arrivato a portata di un computer l’ho verificato. “Il Manifesto” si guardava bene dall’annunciare “l’ora del teocono”, ma, dando libero corso ancora una volta a quella sorta di acronimo – preoccupante come tutti gli acronimi perché in pochi giorni fanno perdere il senso delle parole che hanno messo assieme – che è malauguratamente nato dal “conservatore” e dal “teocratico”, diceva più modestamente che “è l’ora del teocon”. Notizia peraltro, ahinoi, vana. Perché la sapevamo già. Ho l’impressione, infatti, che così come, in definitiva – storia del mondo alla mano: crociate, Santa Inquisizione, nazionalsocialismo e fascismo, autoritarismi vari - è sempre “l’ora del teocon”, l’ora del teocono”, invece, non scoccherà mai.

 

F.A.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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