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Caccia all'ideologico quotidiano
doppio tribunale, doppia identità
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de senectute
Doppio tribunale, doppia identità
Spesso, dalla fortuna che trovano, certe nostre espressioni, certe soluzioni adottate e socialmente invalse per categorizzare certi eventi, si trasformano in calchi che, lasciando un’impronta dopo l’altra – come le fotocopie ripetute impallidiscono l’originale fino a farlo svanire – perdono gran parte di quei caratteri che li hanno costituiti.
E’ così che oggi – nel rimbalzare tra una trasmissione radiofonica ed una televisiva – viene a godere di una certa notorietà il personaggio dello “smemorato di Cologno”, una gag di Fiorello che, timidamente, mette alla berlina il presidente del consiglio Silvio Berlusconi perché, allergico all’opposizione ed al suo vocabolario, verrebbe a soffrire di improvvise e drastiche amnesie. Mentre è in corso un processo giudiziario che lo riguarda insieme all’intero sistema finanziario italiano, con esiti ancora più appropriati si avrebbe potuto parlare anche di uno “smemorato di Collecchio”, ma, comunque, in entrambi i casi, ci si ritroverebbe di fronte ad una situazione molto impoverita rispetto al caso originario. Quando, per la prima volta, si parlò dello “smemorato di Collegno” non c’era in gioco una semplice amnesia selettiva, ma l’identità stessa di una persona – e, con essa, aggrovigliandosi gli interessi delle parti in causa, l’identità politica e culturale di rilevanti istituzioni del nostro Paese.
Tutto cominciò il 10 marzo del 1926, allorché un poveretto male in arnese venne sorpreso a rubare nel cimitero ebraico di Torino. Arrestato e portato in questura, costui dichiarò di non ricordare alcunché di sé e della sua vita passata. Fu così che venne rinchiuso nell’ospedale psichiatrico di Collegno dove, presumibilmente, sarebbe rimasto a lungo se la sua fotografia non fosse stata pubblicata dalla “Domenica del Corriere”. Lo poté riconoscere, dunque, la signora Canella, abitante a Verona, altolocata vedova renitente. Suo marito, dato per disperso in guerra, il filosofo Giulio Canella, non c’era ombra di dubbio, eccolo lì. Festa grande e ricongiungimenti vari. Se non fosse che, pochi giorni dopo, salta fuori la famiglia Bruneri a reclamare lo smemorato come suo. Il salto sociale è lungo: non si tratterebbe più di un agiato e stimato professore – addirittura fondatore della “Rivista di filosofia neoscolastica” insieme al famigerato Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica di Milano -, ma di un ex tipografo senza arte né parte, un disgraziato precocemente logorato da una vita quantomeno disordinata.
E’ a questo punto che l’identità dello sconosciuto diventa un problema nazionale. Ci sono in ballo i tanti soldi di Canella, il prestigio degli psicologi chiamati a dirimere la questione, e, presto, ci sono in ballo anche problemi di ordine morale, perché lo smemorato avrà anche perso la memoria ma non altre facoltà e la signora Canella ne rimane incinta.
La vigilia di Natale del 1931, la Corte di Cassazione chiamata a decidere chi dei due fosse lo smemorato – se Canella o Bruneri – si ritrovò divisa esattamente in due: sette voti per Canella e sette per Bruneri. Ma bruneriano era Mussolini e bruneriano padre Gemelli. Il voto decisivo, quello del presidente della Corte, fu dunque per Bruneri. Il che comportò la fuga della famiglia Canelli verso il Brasile, dove lo pseudo Giulio visse fino al 1941, scrivendo saggi ed articoli di filosofia, una disciplina in cui – come risulta evidente osservando l’on. Buttiglione e altri filosofi che periodicamente appaiono in televisione – chiunque, con un minimo di faccia tosta, può esercitarsi senza che, ai più come ai meno esperti, appaia inequivocabilmente un imbroglione.
Come nota Mecacci, gli psicologi non ci fecero una bella figura. Non ce la fece neppure Musatti, che, pur bruneriano, si fece strumentalizzare dai canelliani. Agostino Gemelli, in particolare, poi, fu a sua volta un caso di tragica smemoratezza e d’incertissima identità. Agostino Gemelli, d’altronde, da buon intellettuale fu dapprima fascista e, ancora prima del momento opportuno, feroce antisemita, mentre, appena usmato che le cose stavano per mettersi male, anzi malissimo, riuscì a trasformarsi in antifascista e – qui ci voleva una buona dose di malafede – a convincere i più, o, forse, i meno, ma i meno che contavano molto più dei più.
La storia dell’identità dello smemorato di Collegno non finì affatto con la sentenza del 1931. Cercando di salvare la morale cattolica di facciata – consentendo così il riconoscimento dei figli nati dalla coppia forse-ritrovatasi -, nel 1970, un tribunale ecclesiastico ha rovesciato la sentenza del tribunale civile decretando che lo smemorato era Giulio Canella. Ma, nel 1989, c’è stato chi, servendosi di un computer, ha rianalizzato le impronte segnaletiche ritrovate negli archivi di polizia e ne ha tratto una piena conferma. Lo smemorato di Collegno era Bruneri. Così si conclude l’imbarazzante vicenda di una persona che ha avuto un’identità diversa a seconda dell’istituzione che ne fa la storia.
Note
Dal punto di vista più “letterario”, al caso dello smemorato di Collegno si sono ispirati in tanti: Pirandello, Sciascia, Musco, Totò sotto la direzione di Sergio Corbucci, e Pasquale Festa Campanile. Dal punto di vista storico, l’opera più aggiornata è Indagine sullo smemorato di Collegno a cura di Berruti, Celia, Centini e Julini, edito da Ananke. Per il ruolo di Gemelli, Musatti e altri psicologi – nonché per gli attacchi di Gemelli all’”immorale regime” che, peraltro, aveva sempre sostenuto -, cfr. L. Mecacci, Psicologia e psicoanalisi nella cultura italiana del Novecento, Laterza, Roma-Bari 1998, pp. 33-40.
F.A
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