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L'imbroglio della vita e la mangusta spericolata

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L’imbroglio della vita e la mangusta spericolata

Una ballerina viene trovata morta, ammazzata per strada, di notte, e la polizia indaga. Non ci mette molto a capire che la ragazza aveva in qualche modo a che fare con il mondo della droga, ma il fidanzato, interrogato in proposito, casca dalle nuvole. Ritrovano un’agenda in cui la ragazza annotava scrupolosamente tutti i suoi impegni quotidiani – la lezione di ballo, la colazione con il proprio agente, l’appuntamento dal parrucchiere, etc., perfino le telefonate di conforto alla madre del fidanzato. Nello spazio riservato alle domeniche, fra l’altro, compare sistematicamente la scritta “Del”. La polizia si chiede cosa cavolo possa voler dire. Lo chiedono al fidanzato che, pensa che ti ripensa, trova la soluzione. Tutte le domeniche, visto che il teatro le lasciava qualche ora in più a disposizione, la sua ragazza aveva l’abitudine di fare una spesa un po’ speciale e amava arrivare fino ad un negozio particolare per comprare qualche leccornia; “delicatessen”, dice lui, ecco cosa vuol dire “Del”, è un’abbreviazione, tanto è vero che il negozio dove andava a rifornirsi si chiama “Delì”. Con il che, sia i poliziotti incaricati dell’indagine, sia la traduttrice di Ghiaccio per l’87° Distretto di Ed Mc Bain, sono sistemati.

“Il progresso non ha liberato l’essere umano”, dice Federico Fenzio in un saggio dal titolo coraggioso, Ai cavalli del non-vero si guarda in bocca, “gli uomini e le donne vivono in un mondo ribaltato, incatenati entro categorie di pensiero, schemi di azione, rappresentazioni che mascherano e sostengono l’imbroglio che li circonda”. “Che vi sia ‘qualcosa che non va’ è avvertito soprattutto da coloro che non godono dei pregi economici di questa follia, ma è rimosso consciamente attraverso la stanchezza e il pensiero dell’inevitabilità di questo ’stato delle cose’”. E il pensiero, dunque, il pensiero di ciascuno di noi compreso il suo, “non può non riflettere oggi il senso di vertigine e di caos che il mondo rivela a chiunque voglia addossarsi l’impegno della critica”.

E’ nella consapevolezza di questo vertiginoso imbroglio, dunque, che Fenzio può decidere di mandare all’inferno la struttura canonica della narrazione saggistica. Si guarda bene dall’enunciare un piano logico e consequenziale in virtù del quale snocciolare la propria argomentazione per renderla più convincente che gli sia possibile e si guarda bene dal conferire all’articolazione del suo pensiero la forma del saggio più o meno scientifico o più o meno filosofico: chetata la propria “foga di individuare un punto nevralgico sul quale innestare il motore di una Critica”, nell’irreversibile bagnomaria delle balle in cui stagioniamo, tanto vale “partire da un punto qualsiasi”. Per esempio dalla constatazione di essere a passeggio con il proprio cane – una “educazione alla critica del mondo contemporaneo” può prendere l’avvio anche da lì.

Nell’esercitare l’arte dell’imbroglio, d’altronde, nel biologico variamente distribuito nel pianeta, non siamo soli. O a scopo difensivo o a scopo d’ingannare la preda, il mondo animale offre una ricca gamma di esempi in cui qualcuno imbroglia. Sul dorso di alcuni molluschi e di alcuni granchi, certe alghe non crescono per caso. Servono da camuffamento. Alcuni ragni trasportano formiche morte e ne imitano l’andatura. C’è un bruco del Borneo che, sui propri aculei, non solo ha imparato a sistemare fiorellini in bocciolo, ma è così attento alla funzionalità della propria trappola da sostituirli quando appassiscono. Alcune pupe di una farfalla azzurra dell’Africa Occidentale si ricoprono di peli biancastri in modo da apparire morte e ammuffite. Gli etologi hanno spesso discusso il caso di quelle pupe di lepidotteri che sembrano imitare un muso di scimmia – un’immagine che incuta sufficiente timore da far girare al largo i predatori. Forse meno noti sono invece quegli insetti – bruchi, lepidotteri, scarabei, ragni - che, per sopravvivere, si sono ridotti ad imitare quell’infima categoria dello spirito che è costituita dagli escrementi. Stratagemma che, almeno dal punto di vista di chi associa alimentazione ed igiene, dovrebbe funzionare benissimo. Mentre più pericoloso – e quindi sconsigliabile – appare il leggendario trucco utilizzato dalla mangusta acquatica.

Soltanto dopo che i morti si sono moltiplicati, i poliziotti sono tornati sulla faccenda dell’appunto sull’agenda della ragazza. Su tutte le domeniche ha scritto “Del”, dice l’agente Carella, ma “vi pare una cosa tanto importante da doverla scrivere su un’agenda ?”. E, poi, perché “Del” ? Se il negozio, poi, si chiama “Delì”, la cosa, poi, non quadra, con quel minimo di principio di economia che guida tutte le nostre abbreviazioni. Se davvero la povera vittima avesse voluto appuntarsi il suo impegno settimanale in cerca di “delicatessen” da “Delì”, avrebbe scritto “Delì” e non “Del”. Nessuno abbrevia risparmiando una sola lettera dell’alfabeto. Ed è qui che l’assassino viene a trovarsi nei guai, è qui che la vittima diventa leggermente meno vittima ed è qui che la traduttrice si ritrova in un imbroglio da cui non può più liberarsi, costretta ad un compito che non può eseguire. Perché quel “Del” sta per “deliver”, che, in inglese, sta anche per “consegna”. Non comprava leccornie, la domenica, la fanciulla, ma consegnava droga – e che sentisse il bisogno di appuntarsi l’impegno sull’agenda è uno di quei misteri della voglia di espiare che  nei romanzi polizieschi risolve tante psicologie incerte e qualche inganno certo da parte dell’autore. Che la traduttrice non ne possa uscire è invece chiaro: “del” è il morfema iniziale di “delicatessen” e con “del” inizia il nome del negozio dove presuntamente la vittima avrebbe dovuto far le sue compere, ma “del” è anche il morfema iniziale di “deliver” e in italiano non c’è un verbo che inizi con “del” e che abbia un significato affine al “consegnare”. L’unica soluzione che le rimane è quella di far parlare i suoi personaggi in un improbabile miscuglio di italiano ed inglese: “del” non voleva dire “delicatessen” ma “deliver”, consegna, vero ? Chiese, allora, Carella all’assassino.

Bisogna sapere che la mangusta acquatica è ghiotta di carni di volatili e non bisogna dimenticare che la maggior parte dei volatili è munita di becchi – più e meno lunghi, più e meno appuntiti, più e meno tenaci. Per catturare la sua preda preferita, allora, la mangusta acquatica, innanzitutto, esce dall’acqua, poi si nasconde ben bene nell’erba e, infine, si acquatta sollevando il treno posteriore. Indi, allarga l’orifizio anale in modo da farlo assomigliare ad un fiore o ad un frutto maturo. E aspetta. Quando arriva occorre prontezza.

 

Nota Il romanzo di Ed Mc Bain è del 1983 ed è stato pubblicato in Italia da Mondadori l’anno successivo. La traduttrice nei guai è Andreina Negretti.

Il saggio di Fenzio è pubblicato da Mimesis, Milano 2005.

Gli esempi etologici sono tratti da J. L. Cloudsley-Thompson, La zanna e l’artiglio, Boringhieri, Torino 1982.

 

F.A.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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