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Sinistra astrologica

 

Nel 1975, 186 scienziati diciotto dei quali “premi Nobel” firmano una dichiarazione rivolta al mondo intero in cui si dicono preoccupati “per l’accresciuta accettazione dell’astrologia”. Dicono che i clienti dei tanti astrologi “dovrebbero rendersi conto che non esiste alcun fondamento scientifico nei suoi principi”, che tutto ciò ha fatto parte di una “visione magica del mondo” ormai superata e che tanta fede così cieca – per esempio, in un destino predeterminato dalle “forze astrali” - risponderebbe all’inconsapevole esigenza di scaricarsi delle proprie responsabilità.

Nell’approvazione più o meno generale – nonostante a tutta prima l’iniziativa potrebbe sembrare il classico sparo sulla Croce Rossa -, questi 186 suscitano una risposta di dura riprovazione da parte di un filosofo della scienza, Paul K. Feyerabend.

Secondo lui gli scienziati firmatari avrebbero fatto meglio a stare zitti: “non conoscono né l’astrologia né quei risultati delle loro proprie scienze che tolgono ogni efficacia al loro attacco”. I concetti dell’astrofisica moderna sarebbero intrisi di quel sapere che fu già dell’astrologia e, d’altronde, è noto che “le cosiddette scienze erano un tempo strettamente connesse con la magia”. E’ vero, dice Feyerabend nella circostanza, che “noi dobbiamo alla scienza scoperte grandiose”, ma da ciò non segue affatto che esista un “pensiero scientifico” che ha realizzato tali scoperte e segue ancor meno che “i presunti depositari di questo mitico ‘pensiero’ capiscano il mondo, la società, gli uomini meglio degli altri”. Dal mio punto di vista, insomma, riassumerei così: gli scienziati spesso non hanno le carte in regola quando vogliono nettamente distinguersi dal pensiero magico, religioso o filosofico e neppure hanno le carte in regola quando vogliono assumere l’autorità politica per decidere al nostro posto.

 

La vicenda dei 186 scienziati contro l’astrologia e della risposta di Feyerabend è ricordata da Giorgio Galli nel suo ultimo libro, Stelle rosse (Alacran edizioni, Milano 2006), che già nella scelta del sottotitolo rivela chiaramente le proprie intenzioni: Astrologia neo-illuminista a uso della sinistra. Detto molto alla svelta, il ragionamento di Galli è il seguente: l’astrologia è una modalità tra le altre di spiegazione degli eventi e, come modalità previsionale, è stata spesso utilizzata dal potere politico; le forze della sinistra, così come prendono forma dall’illuminismo, si comportano nei confronti dell’astrologia più o meno come la chiesa cristiana – fanno “coesistere una ostilità di principio con una utilizzazione di fatto”; le argomentazioni di Feyerabend – come quelle del pensiero scettico in genere – dimostrano che non abbiamo un criterio per scegliere tra saperi che stanno in piedi e saperi che non stanno in piedi; dunque, “se la democrazia rappresentativa e la sinistra”, intesa come forza innovativa nell’ambito della democrazia rappresentativa stessa – una forza che, peraltro, deve anche fare i conti con i fallimenti delle rivoluzioni in cui ha creduto -, potessero attendersi un futuro radioso, pensare all’apporto della cultura astrologica in particolare ed a quello della cultura esoterica in generale non avrebbe senso, ma, visto che, almeno dal nostro punto di osservazione, il futuro è cupo, tale apporto non può essere trascurato.

 

L’altra sera, m’imbatto malauguratamente in Enigmi, una trasmissione condotta dal tremebondo Corrado Augias su Rai-Tre. Si parla e si straparla del processo a Vanna Marchi e, fra i vari ospiti, c’è Roberto Vacca. Augias gli chiede come mai, a  suo parere, certe cose – come quelle accadute intorno alla persona di Vanna Marchi, per esempio, allorché vendeva “numeri fortunati al gioco del Lotto” o talismani terapeutici – possono accadere, Vacca ha risposto dicendo che nella diffusione di questa cultura non c’è alcun mistero, e che, anzi, il modo in cui si formava e si diffondeva è quotidianamente sotto gli occhi di tutti: la stessa televisione dalla quale lui in quel momento era chiamato a dire la sua diffonde oroscopi e gli stessi giornali che dedicano pagine alla propria indignazione nei confronti di ciò che dice o fa Vanna Marchi, in altre pagine, propinano ai loro lettori la medesima paccottiglia ideologica. Imbarazzatissimo, allora, il prudente Augias gli ha tolto la parola non senza prima prenderne le distanze e soltanto dopo un bel pezzo, proprio per non offendere l’ospite, sul finire della trasmissione, gli ha ridato la parola. Cosa si potrebbe fare, gli ha chiesto, per migliorare la situazione ? E qui Vacca, presumibilmente stufo marcio della lunga censura che aveva subìto, è andato giù durissimo: cominciare dalle università, ha detto, dove c’è ancora gente che insegna agli studenti “Hegel, Gentile, Deleuze, Guattari, Lacan”. E qui, mentre io non credevo alle mie orecchie dalla gioia, Augias l’ha prontamente interrotto per dire che lui, davvero, queste affermazioni del professore non le condivideva e che, piuttosto, ci dicesse cosa si dovrebbe fare nelle università. Al che, nell’attimo precedente allo spegnimento dei microfoni, in un ultimo sussulto di vita prima della fine, Vacca ha risposto: “Studiare la natura, studiare la natura”.

 

Roberto Vacca e Giorgio Galli rappresentano per certi versi due storiche opzioni contrapposte: la fiducia in una scienza empirica, nuda e pura, oggettivante, da una parte e la consapevolezza della sua impossibilità dall’altra – realismo e scetticismo. Ma, come ho tentato di sostenere nei miei scritti, ho l’impressione che, nonostante i meriti rispettivamente guadagnati combattendo due forme di protervia speculari, si illudano entrambi. Vacca dimentica che nessuna scienza può fare a meno dell’apporto della mente umana nel suo procedere: al banchetto della cosiddetta “realtà” ogni commensale è chiamato a portarci qualcosa di suo. Galli trascura il fatto che il nostro sapere funziona, che ci consente di ripetere certi processi ottenendo risultati più o meno uguali e ci consente perfino qualche previsione più e meno affidabile; che qualche criterio per distinguere la buona dalla cattiva scienza – checché ne pensasse Feyerabend – l’abbiamo. Buona scienza è quella riducibile a procedure ripetibili – e ripetibili da chiunque; buona scienza non è quella chiamata all’impossibile e definitivo compito di rappresentare una realtà data, ma quell’impresa, sempre aperta e sempre disponibile alla correzione, che ha il compito di render conto di come la realtà viene costruita; buona scienza, infine, è quella che distingue il mentale dal fisico e non spaccia l’uno per l’altro – come se, tornando alla metafora del banchetto -, il commensale bleffasse in continuazione su ciò che ha portato lui, ciò che hanno portato gli altri e il ben di Dio che si trova in tavola per conto suo.

 

Il principio di ripetibilità e la garanzia che chiunque può accedere alla ripetizione - a differenza di quanto accade nella procedura magica, che assegna una facoltà ad un singolo speciale – costituiscono il carattere intrinsecamente democratico della scienza. La sinistra, dunque, la liberi ben bene delle tante incrostazioni e dei tanti residui nocivi, e se la tenga stretta. E’ l’ultima speranza che ci rimane.

 

F. A.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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