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Caccia all'ideologico quotidiano
Una città allo specchio
Il karaoke di Darwin
Il karaoke di Darwin
Ero in ritardo, angosciato per lo stato di impotenza di chi non riesce a lenire il dolore altrui, ma, non potendo ormai fare altro che esserci, c’ero. E la grande sala del ristorante al primo colpo d’occhio mi accoglieva in modo nuovo. Non c’erano i soliti tavoli distanziati l’uno dall’altro, non vi si aggiravano i camerieri nella loro divisa, non vi regnava il circospetto parlottìo di tutti i giorni. Due grandi tavolate da una parte – dove tutti, camerieri inclusi, si erano trovati un posto dove gli pareva – e una grande, enorme, sontuosissima tavolata dall’altra – dove ogni ben di Dio era lì, bello e pronto, a disposizione di tutti, cibo e bevande a volontà.
E’ la festa dell’istituzione, siamo sotto Natale e, una volta tanto, nessuno è lì nel suo ruolo, nessuno è dirigente, nessuno è professore, cameriere, giardiniere, operaio, guardiano, impiegato. Si è lì per una vera serata di festa, nella spensieratezza e nell’affetto, consapevoli, come si dice e si dirà in qualche discorsetto d’occasione con il bicchiere in mano, consapevoli di far parte della stessa grande famiglia. E’ Natale. Rispetto agli altri anni, indubbiamente – sarà perché non ci sono gli invitati di riguardo, sarà perché il tempo passa e più passa più ci si sente nella stessa barca, sarà perché lo sa Dio – c’è un clima diverso. E sulla parete di fondo, questa volta, c’è la proiezione di un grande schermo di computer. Cerco d’inventarmi un contegno per l’occasione, saluto a destra e a manca, ricevo le mia pacche sulle spalle, mi trovo un posto, mi vado a prendere qualche leccornia e mi chiedo cosa ci faccia. Lo schermo.
Pochi minuti dopo lo so. La festa prende piede. Ci son due ragazzi in gamba che si danno da fare. Niente di meglio che bere mangiare e cantare. Dagli altoparlanti parte la musica, sullo schermo passano le parole, è karaoke. I ragazzi tirano a sorte le ugole d’oro, c’è chi si offre, chi accetta obtorto collo, chi, comunque, ci prova, la collettività che aiuta – dove non arriva uno, arrivano tutti. Si comincia con “Romagna mia”, si passa da “Grazie Roma” a “Firenze Santa Maria Novella”, tocca alla “Gianna Gianna Gianna” del povero Rino Gaetano e chi sa dove si va a finire, la notte è lunga. E’ una festa bellissima, senza pause, trascinante, con giovani e meno giovani che ci danno dentro, senza risparmiarsi e senza trincerarsi nell’abito stirato della quotidianità. E’ una bellissima festa, ce lo leggiamo negli occhi. Certo, sarà questa angoscia che mi rosicchia l’anima, sarà che non sono mai stato fatto per questo genere di cose, sarà perché ho visto troppe volte Fanny e Alexander di Bergman o perché ho letto I morti di Joyce – rappresentazioni troppo nitide di ciò che la festa natalizia nasconde, dell’abbandono drastico e inesorabile che prelude ogni abbraccio -, certo qualcuno manca, a questa festa. A quel piccolino là, tenuto in braccio e vezzeggiato un po’ da tutti, per esempio, manca la mamma – l’anno trovata morta, in casa, venti giorni fa; un altro paio di persone non ci sono più, e Marco è per l’ennesima volta in ospedale. E, come ci penso io, lo so, ci sta pensando l’amico alla mia destra mentre sta tentando un varco nella sua aragosta, ci sta pensando la gioviale aiutante di cucina che sta cantando, intonatissima peraltro, che “il pomeriggio è troppo azzurro, per noi” e che “il treno dei desideri all’incontrario va”, lo so, ci stanno pensando un po’ tutti. Ma la festa - questa festa che si deve fare -, non c’è che dire, è una bella festa. E non la guasta nemmeno che ora tocca a me, che è il mio turno al karaoke, che il mio turno è un supplizio, che farfuglio che non ho mai azzeccato una nota in vita mia, che, comunque, non mi tiro certo indietro, che provo a gridare qualcuna delle parole che troppo velocemente, maledizione, mi si accavallano sullo schermo. Tanto cantano tutti. Perché è festa.
Racconta Niles Eldredge, in Perché lo facciamo, di quanto sia rilevante ai fini della riproduzione di certi uccelli la capacità di cantare. Il maschio punta ad un territorio, supera – quando supera – la resistenza di altri maschi che ovviamente non vedono di buon occhio l’intrusione – e, esibendo il suo piumaggio canta per attirare una femmina, che, fin dai primi momenti di vita nel nido, ha imparato dal padre a riconoscere le caratteristiche canore della sua specie. Eldredge racconta anche due casi tristissimi. Per uno sghiribizzo del destino, a fianco al nido di una coppia di uccelli lapislazzuli, si era fatto il nido anche una coppia di uccelli ministro. Fatto sta che, al momento in cui ai lapislazzuli nasce una femminuccia prepondera il canto del ministro maschio rispetto al canto del babbo lapislazzuli, e fatto sta che questa femminuccia ha finito con l’apprendere il canto sbagliato. Non è mai riuscita ad accoppiarsi. Come mai è riuscito ad accoppiarsi quel maschio di uccello golabianca che, nonostante ci desse dentro come impazzito per ventiquattr’ore, giorno e notte, per chi sa quale immonda stortura del suo codice genetico o per chi sa quale incidente culturale non è mai riuscito ad intonare il canto giusto della sua specie. Cantava e cantava, sempre più disperato, e tutte le femmine del circondario gli preferivano qualcun altro.
Ho dovuto scappar via un po’ prima, per certi dolori che mi hanno tenuto compagnia tutta la notte, ma alla festa dell’istituzione per cui lavoro, in definitiva, ho fatto onore. Due giorni dopo, tuttavia, sono a casa mia, e ci siamo quasi. E’ la vigilia di Natale. Mi alzo non senza una vaga percezione di qualcosa che non va. Vado in bagno e, mentre mi lavo i denti, all’improvviso, resto sgomento. Il senso di vuoto che mi pervade prende una forma ben definita: il ponte non c’è più. Guardo nel lavandino, giro e rigiro la lingua in bocca, guardo: c’è un buco, e il ponte non c’è più. Corro al letto, cerco fra le coperte, sotto il cuscino, sotto il letto, fra le pagine del libro di Eldredge, nella tazza della camomilla, sotto il tappeto. In un crescendo d’angoscia, del ponte, nemmeno l’ombra. La faccio breve: telefonata al medico, è Natale, te lo sei inghiottito, capita, è Natale, vediamo cosa succede, se senti un dolore forte, corri al pronto soccorso, è peritonite, se no martedì vai a fare una lastra, se c’è ancora te lo si tira fuori. Non oso pensare come. Buon Natale. Tre giorni, dunque, di attesa rassegnata, prima di essere amorevolmente accolto al pronto soccorso ed essere sottoposto a esami radiografici che hanno decisamente escluso la presenza di corpi decisamente estranei nel mio esofago e nei miei intestini. Sempre più perplesso me ne sono tornato a casa, con due pensieri ricorrenti. Primo: dov’è finito il mio ponte ? Da che parte è uscito ? Se è difficile inghiottirlo è altrettanto difficile sputarlo senza accorgersene. Sono già arrivato a questo punto ? E, se sì, a che punto sono arrivato ? Secondo pensiero: d’accordo, per mia fortuna, gli esseri umani hanno elaborato anche altre strategie per accoppiarsi. Io devo aver approfittato di una di queste, perché se mi fossi affidato al canto, mi aggirerei ancora ramingo e solitario tra le ostilità del mondo. Ma non sarà che…in quell’unico vano tentativo di karaoke – nell’imbarazzo estremo, nel bailamme dell’inconsapevolezza, nello sforzo di confondermi nella confusione collettiva, nell’affanno della socialità coatta – me lo sia inghiottito lì e, come in un’anestesia di lunga durata, non me ne sia accorto che due giorni dopo ? Con la fuga repentina dalla festa e con i persistenti dolori notturni, i conti, finalmente, tornerebbero.
Nota Il libro di Niles Eldredge, Perché lo facciamo, reca come sottotitolo Il gene egoista e il sesso ed è edito da Einaudi (Torino 2005).
F.A.
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