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Guerra e pace in famiglia

 

“Facendo frusciare le gonne di seta e movendo nervosamente i gomiti, la contessa Sofia entrò nella sala. Si teneva eretta sul busto e con un sorriso da conquistatrice esaminava i presenti”. E’ a questo punto che chi descrive la scena si alza e le si fa incontro: “Credo che siate venuto da molto lontano”, dice lei, “Arrivo da Mosca e a Mosca sono arrivato da Vladivostock”, dice lui, “Davvero !”, fa lei, “Fate dei così grandi viaggi, com’è interessante !”, esclama, e prosegue, “Ma qui ? Che cosa v’interessa ?”, “Qui ?”, risponde lui, “Leone Nicolaevic”, e parrebbe quasi di vederlo – stupito della dabbenaggine della domanda e imbarazzato dell’ovvietà della risposta. “Oh”, esclama, allora lei, “Leone Nicolaevic, è ben poco”.

Siamo esattamente nel 1900, lui è il diciottenne Victor Lebrun e lei è la signora Sofia Andreevna Bers che, nell’ormai lontano 1862, aveva sposato il grande scrittore Leone Tolstoj. Victor è appena arrivato a Jasnaja Poljana, è animato da quell’incauto entusiasmo che solo l’Allievo sa riversare sul Maestro, e questo Maestro è lì presente, ormai vecchietto, settantaduenne, e malato, ma ancora capace di lasciare il proprio segno con un colpo da Maestro, nonostante la presenza critica, criticissima, di sua moglie.

 

Tolstoj sembrerebbe una figura il cui spessore morale non possa esser messo in dubbio alcuno. Scrittore perseguitato dalla polizia zarista – buona parte dei suoi romanzi e dei suoi saggi venivano falcidiati dalla censura -, scomunicato dalla Chiesa russa, amato dai poveri, dagli oppressi e da tante persone che, nelle sue parole, hanno ritrovato il senso altruistico della vita e della giustizia. Ma, a quanto pare, niente affatto amato dalla moglie. Che, pure, gli ha dato una caterva di figli – dodici, se non vado errato – e, soprattutto, non l’ha mai lasciato, avendo sempre rispetto per il suo lavoro senza mai cedere all’insana tentazione di trasformarlo in acritica devozione – e senza mai estendere questo rispetto, come fosse un dovere, a chi aspirava a divenirne allievo.

Victor Lebrun, che in Devoto a Tolstoj (Lerici, Milano 1963) racconta la sua solerzia di amico e segretario negli ultimi anni dello scrittore, dice che la contessa Sofia classificava gli allievi del marito come “ignari”, o “oscuri”, guardandosi bene dal mostrar loro benevolenza. Anzi, come poteva, coglieva al volo l’occasione per contraddire il Maestro di fronte ai propri allievi o per svelare prosaicamente i dettagli più intimi della sua vita familiare.

Victor Lebrun non è il solo ad aver osservato lo stato della relazione tra lo scrittore e la moglie. Tutte le biografie di Tolstoj pongono in rilievo la sua insofferenza nei confronti della moglie e ciò a partire dai primi anni del loro matrimonio. Non si è trattato, insomma, di un rapporto che si è andato sgretolando sul lungo periodo, fra le cure della numerosa prole e le difficoltà di una esistenza non comoda. E neppure si è trattato – almeno per quanto ne possiamo sapere – di un rapporto andato alla malora in seguito ad un episodio preciso in cui uno dei due si sarebbe macchiato di una colpa imperdonabile. E’stata, invece, una lunga ed estenuante battaglia che, alla fine, un vincitore l’ha avuto.

 

Scrive una lettera a Gandhi dove parla delle difficoltà e fors’anche dell’impossibilità di opporsi al Male – quello con la emme maiuscola a designare la categorizzazione più ampia e più perentoria – e, in compagnia di una figlia e del proprio medico, nel 1910, Tolstoj mette in atto una vera e propria fuga che finisce tragicamente, perché, in viaggio, è colto da forti febbri ed è costretto a fermarsi. Fa in tempo a raggiungerlo la moglie che muore. Ha vinto lei: non perché gli è sopravvissuta, ma perché quella fuga ha significato per lui il peggior tradimento dei propri principi.

 

Non tutto nel pensiero di Tolstoj fila liscio. Con il suo corrispondente Gandhi, per esempio, condivideva la fobia per il sesso. Anche la sua passione per la lettura di Schopenhauer non vorrei che servisse soltanto ad alimentare la riserva di misoginia di cui sentiva l’esigenza. Lebrun riferisce un colloquio che, in questo senso, risulta chiarissimo: Tolstoj aspetta un momento in cui crede di esser solo con lui per chiedergli se è “mai stato innamorato” e lui, allegramente – allegramente lo dice lui -, gli risponde che “non ne ha avuto il tempo”. E Tolstoj incalza ambiguamente: “Di modo che da questo lato siete puro ?”. E Lebrun risponde un fiero “sì”. Poi c’è una mano sulla spalla, poi c’è un bacio che più casto e paternale non si può, ma fermo restando che Lebrun, “con la coda dell’occhio” nota che la vigile signora Sofia, non vista, sta seguendo la scena.

Allorché, tempo dopo, Lebrun mette in pratica gli insegnamenti del Maestro dedicandosi alla vita agreste nel Caucaso – una vita tutta all’insegna del contatto con la natura, mungiture, coltivazioni di asparagi ed alveari in cui si produceva il miglior miele del mondo -, ha una storia di sesso poco chiara con una contadina turbercolotica e fumatrice incallita. Confermandoci quanto poco fosse avvezzo alla realtà di un rapporto con la donna, lo chiama il suo “romanzo” e, non sapendo che pesci pigliare, ne scrive al Maestro chiedendogli consigli. E qui, nelle risposte, vengono ad essere tacitate tutt’altre domande – non tanto quelle relative ai rapporti sessuali di Lebrun, quanto, piuttosto, quelle relative ai motivi del fallimento matrimoniale di Tolstoj stesso.

Una “crudele e dolorosa tentazione”, la chiama così, il Maestro. In agguato, cedendo alla prima, starebbero le “nuove seduzioni a cui non potrete resistere”. Il matrimonio, comunque vada, è un “sacrificio”, e quello che “fareste restando con lei e sposandovi sarebbe incomparabilmente più grande”, si noti “più grande”, “di quello che farebbe lei consentendo a farsi sposare da voi”. Scappare, dunque, è la parola d’ordine, anche perché “per matrimonio non bisogna intendere solo la cerimonia ma”, bontà sua, “anche la possibilità e l’ammissione di relazioni coniugali”. Secondo lui, infatti – e qui il maschilista Tolstoj dà il meglio maniacale di sé -, “il matrimonio è un reciproco impegno dell’uomo e della donna, l’uno verso l’altro, i quali, se sono condotti alla necessità di una unione sessuale”, e sottolineo “se”, “dovranno mantenere rapporti solo l’uno con l’altro”. Ma, attenzione, “un tale matrimonio non solo non esclude l’astinenza, ma, al contrario, la esige ancor più”. E con ciò la contessa Sofia, nonostante tutta la sua cattiva stampa, ci appare inequivocabilmente come una santa donna.

 

F. A.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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