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Caccia all'ideologico quotidiano
05/11/2006
Dilemmi diplomatici
La riconversione della colpa
Il consigliere astuto e l’immigrato un po’ meno
La riconversione della colpa
Domenica scorsa, al Gran Premio di Valencia, il motociclista Valentino Rossi è caduto ed ha perso il titolo mondiale. I giornali hanno commentato l’episodio mettendo in positivo tutto ciò che poteva esser messo in positivo. Soprattutto, la persona di Valentino Rossi che, oltre che campione abilissimo, appare sempre leale, ben disposto verso il mondo, Vige l’abitudine, nelle redazioni dei giornali, di ricorrere ai competenti nella materia di cui si sta parlando. Valentino Rossi era caduto. Nella redazione della Bibbia dello sportivo, la “Gazzetta dello Sport”, hanno avuto un’idea.
Anche nel Compendio del Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, come fa notare Giorgio Galli in un suo recente libro, Non credo (Kaos edizioni, Milano 2006), si fa gran uso dell’ormai storica metafora della caduta. Cadono Adamo ed Eva, commettendo il primo peccato, e cadono gli angeli che, da spiriti creati qual sono, “con libero scelta”, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutano Dio e il suo Regno. Chi si trova prima in alto e poi, più o meno repentinamente, in basso, cade: dall’Eden alla circonvallazione nell’ora di punta, dal Paradiso all’Inferno, dal primo piano al pianterreno, dal seggiolone al pavimento – così come da direttore generale a usciere, da caposquadra a gregario, da comico a spalla, da cardinale a parroco, da generale a sergente, o, più generalmente, da valorizzato a svalorizzato. Tutte cadute – con i danni e i dolori conseguenti.
La letteratura laica – o per caustica opposizione o per complicità nel rovello morale religioso -, comunque, non manca di cadute. Da una parte, si potrebbe considerare la poesia di Giuseppe Parini che già nel titolo fa il verso all’interpretazione biblica, La caduta, per l’appunto, ma per una logica decisamente fuor di metafora, parla del poeta che cade, fisicamente, in una via di Milano e che, anzi, dalla caduta e dai commenti che seguono trae la convinzione di aver fatto bene a non piegarsi compiacendo i potenti, ovvero gode di non esser caduto mai metaforicamente. Dall’altra parte – dove la complicità con il rovello morale religioso è evidente -, andrebbe considerata La chute che Camus pubblicò nel 1956 – una sorta di monologo in cui un avvocato racconta del proprio successo e di una sua improvvisa consapevolezza di viltà che lo porta ai limiti dell’autodistruzione, ma comunque ancora ben disposto ad accogliere, a confortare e a volte fin a rimediare alle cadute altrui.
Prima nei libri di storia, poi nei titoli dei film, a lungo trionfò “la caduta dell’impero romano”, ma col tempo – istituendo l’analogia con pretese più attuali di quelle dell’antica Roma – si predisposero altre cadute: La caduta delle aquile di John Guillermin, nel 1966, e La caduta degli dei di Luchino Visconti, nel 1969, che dissodano il terreno, per così dire, per La caduta, il film di Oliver Hirschbiegel, prodotto nel 2003, dove Bruno Ganz interpreta Hitler nei suoi ultimi e tragici giorni – dal 20 aprile al 2 maggio del 1945 - in cui visse nel bunker di Berlino.
Testimonia con una perentorietà singolare del giudizio morale di un‘epoca il fatto che lo stesso titolo, La caduta, sia stato dato da Pio Schena, in quest’anno 2006, ad un suo video di pochi minuti che non documenta né rivolte di angeli né rovinosi incidenti di percorsi imperiali, ma, nel rigore di una logica civile, la demolizione di uno dei cosiddetti ecomostri che, alla faccia di ogni piano regolatore, era banditescamente cresciuto sul litorale della nostra penisola.
Tra il versante metaforico e quello non metaforico – quasi inutile dirlo – “La Gazzetta dello Sport” ha scelto quello metaforico. La caduta di Valentino Rossi andava subito trasformata se non in poesia almeno in un’epica che attingesse direttamente alla mitologia della contemporaneità. Cosa di meglio, poi, che il nome stesso del commentatore invitato a pronunciarsi sull’evento facesse tutt’uno con il suo commento ? Come in quei casi – non consueti – in cui chi firma l’articolo dice con ciò molto di più di quanto possa dire nell’articolo stesso.
“Benvenuto tra noi mortali”, diceva il titolo annunciato già in prima pagina e l’articolo era firmato Lapo Elkann – come se, ferma restando la classe sociale di appartenenza, l’uso di cocaina e le sue frequentazioni abbiano finito con il costituire un capitale – uno dei pochi che mancasse alla sua famiglia – per affrontare competenze in materia di cadute dalla motocicletta – un capitale di colpa riconvertita in positivo che un sistema sociale avido e privo di pudore è pronto a mettere a frutto.
E’ così che l’ex giovane in cerca di se stesso ma che intanto trova qualcosa d’altro produce letteratura socialmente edificante, permettendosi pure di schiacciare più volte sul pedale della metafora: “la vita è come un ‘circuito’ con cadute e trionfi”, dice Lapo, e “la mia esperienza personale mi dà la certezza che, quando gli obiettivi sono forti e giusti e quando il team è combattivo e leale, si può ricominciare immediatamente”. Ricominciare immediatamente ? Non mi sembra una buona notizia per il suo entourage.
Dopo il primo peccato, come è noto, ne sono seguiti altri. Un profluvio. Ma Dio non ha abbandonato l’uomo peccatore, anzi, gli ha predetto che prima o poi le cose si sarebbero sistemate e che lui sarebbe stato sollevato dalla caduta. Non si trattava di aspettare il ritorno di Lapo, ma il Messia redentore. Ecco perché nella “Liturgia della veglia pasquale” si parla della caduta come della “felice colpa”.
F. A.
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