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Caccia all'ideologico quotidiano

 

Orazio, Aristofane, Giosue Carducci e altri

Come va e come non va

 

Come va e come non va

Prendo possesso della camera intorno alle 20.30. Entro, mi chiudo la porta alle spalle e passo all’analisi. Prima guardo il cartellino del prezzo. Da sentirsi male, ma, mi dico, me lo pagano – peggio per loro, peggio per tutti noi, a che punto è ridotto il Paese, ma dove sta andando quel che rimane dell’umanità. C’è lo schermo della televisione già acceso – dove campeggia la scritta “Benvenuto signor Accame”, c’è il riscaldamento manovrabile a piacere, il tavolino con la carta da lettere, il frigobar con lo champagne – guardo solo il prezzo del quartino di acqua minerale, e fanno sei euro sei -, è pronta la scheda da appendere alla maniglia esterna per l’ordinazione della colazione in camera, due telefoni, due taccuini, due penne, il telecomando, il cioccolatino sul tovagliolino, cinque tipi di illuminazione, un letto sontuoso e vastissimo, poltroncina, specchi ovunque. Passiamo al cesso. Vasca, doccia, cesso propriamente detto con striscia certificante il suo lindore biologico e morale, bidé – ci mancherebbe ancora non ci fosse -, la carta igienica predisposta per lo strappo, un telefono supplementare, sgabello, asciugamani morbidi di tutte le taglie – per le mani, per la faccia, per i piedi, per le pudenda, per il corpo nella sua interezza -, due accappatoi due con stemma dorato sulla schiena, specchio ingranditore per individuare il peluzzo più recondito nel naso, tre tipi di shampoo, due di bagnoschiuma, saponette, cuffia, fazzolettini profumati e altre scatolette che non oso aprire. Va bè, per tre giorni starò lì dentro. C’è un che di insopportabilmente e stupidamente lussuoso che mi angoscia, ma, per tre giorni, starò lì dentro. Ora è tardi, ho fame, ora sarà bene andarsi a cercare una pizzeria nei dintorni e stare alla larga, mi raccomando, dal ristorante dell’albergo. D’accordo che me lo pagano, ma una cena con cinque camerieri intorno e con piatti finemente decorati e desolatamente vuoti non me la sento. Mi richiudo la porta alle spalle, cerco di orientarmi nei corridoi resi silenti dai pesanti tappeti, trovo l’ascensore e schiaccio il pulsante con la freccia in giù. Dopo un po’ – sempre nel più distinto silenzio, come se lui fosse sempre stato lì – le porta dell’ascensore si aprono e debbo constatare di non essere solo. C’è dentro un tizio che mi guarda. Un po’ mi ricorda qualcosa, ma avrei anche potuto passarci sopra se non fosse che anche a lui io ricordo qualcosa e lui decide di non passarci sopra: “Ehi”, fa con disinvoltura – e io a questo punto so che ci conosciamo, ma l’”ehi” non mi dà alcuna indicazione sul pronome che ci siamo riservati. Del tu o del lei. “Buonasera”, scelgo un bel franco “buonasera” con una lieve intonazione di ironia, così mi tolgo il problema del “cosa ci fai qui” o del “ah, ma anche lei qui” – un “buonasera” non untuoso può fare al caso mio. Intanto, si prende tempo e chi lo sa che costui non ci venga incontro. Ma lui: “Come va ?”. Eh, come va.

Non ho la più pallida idea di quanta storia sia dovuta passare sotto i ponti della vicenda umana nel pianeta prima che saltasse fuori, dal cilindro dei trucchi linguistici per la sopravvivenza, un interrogativo d’apertura come il “come va ?”. Di certo, c’è voluta la metaforizzazione dell’andare nonché l’invenzione e la pattuizione con l’interlocutore di un soggetto implicito. Chi o cosa è che “va” ? La “barca” di Orietta Berti, quella che finché va è bene lasciarla andare ? E che cos’è questa “barca” se non una metaforizzazione ulteriore di una vita estesa al massimo della sua genericità ? E’ un’apertura con scarico di responsabilità quella di chi approccia l’interlocutore con un “come va ?”, ridotto all’osso dell’interrogatività se non addirittura azzerata come in certi “ça va” francesi – “ça va”, un’affermazione proposta alla condivisione altrui, come uno scacchiere di neutralità dove eseguire le prime mosse, schermaglie non affondi. Il soggetto presupposto – la vita – è una totalità vaga offerta all’interlocutore; chi parla non si assume alcuna responsabilità né in ordine a ciò che può seguire come risposta né in ordine a ciò che questa risposta, di vissuto davvero, viene a designare. Tocca all’interlocutore, nella misura in cui vuole espandersi nell’altro, decidere cosa prendere e cosa tagliare della propria vita, selezionare accuratamente il brandello di sé più adatto all’interlocutore ed al contesto dell’interazione. In un ascensore che scende in pochi secondi al pianoterra è più che probabile che l’interrogato trascuri i morti più recenti e le ultime malattie, il perché dei pochi soldi in tasca, l’età che avanza, le preoccupazioni per i propri cari, lo sgomento per il medioevo che ci aspetta, quel fastidioso doloretto al colon trasversale sinistro che lo affligge da qualche ora e risolva l’intricata questione con un “Bene, bene” – senza rilanciargli la palla, perché, se no, giocoforza, dovrebbe optare per un pronome. Del tu o del lei. “Bene, bene”.

Cenato alla meno peggio, torno più tardi. Apro la porta della camera e mi accorgo che qualcosa è cambiato. Sono sicuro di aver spento le luci, nell’uscire, e ora sono accese – quelle accanto al letto. Non solo: la coperta, ora, è sollevata fino a formare un triangolo e sopra il tappetino c’è una specie di asciugamano, bianco, e sopra l’asciugamano, c’è un pacchettino, da cui, ancora, traspare del bianco. Mi stanno mettendo a letto. Il grande albergo è grande perché paga qualcuno che faccia il giro delle camere sistemando la mercanzia ideologica del buon sonno ristoratore. Nel pacchettino c’è un paio di pantofole bianche con lo stesso stemma dorato che fa bella mostra di sè sul retro degli accappatoi. Ma il pacchettino è chiuso, sigillato.

Ne Il mondo narrativo, Pietro De Angelis e Davide Pinardi, cultura antropologica alla mano, isolano gli ingredienti fondamentali che vanno a costituire le varie forme di narrativa e, ad un certo punto della loro analisi, non possono fare a meno di rilevare l’importanza decisiva di certi particolari. Traendo un esempio dal film che Peter Weir diresse nel 1989, L’attimo fuggente, fanno notare che il padre di quel ragazzo che deciderà di suicidarsi pur di non soccombere sotto la sua ottusa autorità, prima di coricarsi, dispone con millimetrica precisione le sue pantofole sotto al letto. E’ questo un segno cui, ormai, siamo abituati ad assegnare un significato pressoché univoco: c’è volontà d’ordine dietro quel gesto, a volte ossessione – come se l’ordine delle nostre povere cose, in prima istanza, potesse garantirci l’ordine dell’universo intero, e come se quest’ordine, in seconda istanza, potesse garantire un senso a noi stessi. Chi racconta in questi nostri anni può dunque contare sull’associazione ideologica dell’esageratamente ordinato con dittatori più e meno casalinghi, assassini seriali, patologie psichiatriche varie – mentre, di converso, al disordine tocca tutta la positività del genio, della simpatia, dell’improvvisazione e della sanità interiore. La vicenda dell’Attimo fuggente, d’altronde, era sagacemente situata nel 1959, allorché queste connessioni non dico che fossero ancora da stabilirsi, ma, perlopiù, appartenendo al bagaglio di consapevolezza di pochi, non risultavano così decisive nell’attribuzione dei ruoli sociali e della loro valorizzazione nella narrativa.

Mi predispongono financo il varco nel letto, mi ritappetizzano il tappeto affinché il mio piede sia certo che non tocchi ove altro piede umano abbia già toccato e, lasciandole sigillate nel sacchettino – rinunciando dunque a presentarmele pronte all’uso -, mi certificano che le pantofole non sono mai state indossate da alcuno. Capisco: c’è un momento in cui lusso e igiene si sposano. Genereranno ossessioni di classe. Mi sono ben guardato dall’usarle. Una relazione umana è fatta anche del rifiuto a percorsi predeterminati. Così come, a chi mi voleva sistemare nel bell’ordine dell’asettico incontro casuale in ascensore, non ho affatto risposto “Bene bene”, ma ho risposto “Malissimo, a dire il vero” lasciandolo nell’imbarazzo di approfondirne le cause oppure fuggirne. Come l’attimo.

Già Lichtenberg, verso la fine del Settecento – in epoca di ben poca correttezza politica nell’uso del linguaggio - aveva subodorato del marcio nell’annichilimento di significato dello scambio linguistico. “Come va ?”, disse un cieco a uno zoppo – aforismava - “Come vede”, rispose lo zoppo.

Di pantofole, in omaggio ad ossessioni più banali - e meno costose -, mi porto sempre dietro le mie.

 

Note Perché appaia al mondo la formula del “ça va”, dice Bruckner avanzando una soluzione piuttosto generica, “occorre lasciare la relazione feudale ed entrare nell’era democratica che suppone un minimo di uguaglianza tra individui separati, sottomessi alle oscillazioni dei propri umori”. Meno generica, più divertente – e presumibilmente sbagliata – è l’ipotesi di un’origine medica della metafora, secondo la quale il “va” deriverebbe dalla domanda “Comment allez-vous à la selle” che attesterebbe la regolarità intestinale come segno di buona salute. Cfr. P. Bruckner, L’euphorie perpetuelle – Essai sur le devoir de bonheur, Grasset, Parigi 2000, pp. 33-34.

La battuta di Lichtenberg è databile fra il 1775 e il 1776. Cfr. G. C. Lichtenberg, Lo scandaglio dell’anima, Rizzoli, Milano 2002, pag. 365. Il mondo narrativo di De Angelis e Pinardi è edito da Lindau (Torino 2006).

 

F.A.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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