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Caccia all'ideologico quotidiano
Gli zoccoli duri del regime
Mitologia politica
Nel contesto
Gli zoccoli duri del regime
A quanto asserisce Rosita Levi Pisetzky, storica della moda, è al periodo umbertino, ovvero agli ultimi venti anni dell’Ottocento, che si deve far risalire, tra le persone dabbene, l’abitudine ai ricevimenti nei giardini e, nelle circostanze, l’uso, da parte delle signore, di guanti e cappelli - cappelli più e meno disadorni, di materiali leggeri, a larghe falde, dai chiari colori, come piacevano alla regina Margherita. Che, quindi, il cappello possa tuttora designare valenze simboliche varie, fra cui, preminente, quella di rappresentare differenza di classe e potere d’acquisto di una persona non può stupire più di tanto. Che, ancor oggi, il “Corriere della Sera”, nel raccontare come si è svolto il Concorso Ippico Internazionale di piazza di Siena in Roma, dedichi ben sei fotografie per documentare il “vezzo dei cappelli in tribuna d’onore”, può stupire davvero. Sembra notizia – notizia si fa per dire, meglio sarebbe dire “attestazione di quel tanto di effimero che sancisce la gerarchia sociale” – sembra notizia anacronistica. Ma, d’altronde, è anche vero che si sta parlando di uno sport che, guarda caso, non viene raccontato nelle pagine sportive, bensì nelle cronache, e che annovera tra i suoi protagonisti soltanto chi, altrove, nella vita civile, perlopiù essendo figlio di “qualcuno”, comanda: la giovanissima figlia del re del caffè, la figlia del famoso pilota, la figlia del principe di Monaco, il giovane nobiluomo – tutti rampolli uniti da una “passione per il cavallo” che, per l’occasione, odora più di chanel che di stalla.
L’anno 1960, in Italia, non è cominciato sotto i migliori auspici. La Democrazia Cristiana ha urgente bisogno di nuovi alleati che le consentano il potere e il 7 gennaio il cardinale Ottaviani mette avanti le mani del Vaticano definendo “novelli Anticristi” socialisti e comunisti. Con ciò la temuta “apertura a sinistra” sembrerebbe scongiurata. Ma, conseguentemente, quando, dopo un travaglio doloroso, Fernando Tambroni sale al governo ha bisogno dei voti dei missini, che, in cambio, ottengono le risorse per riorganizzarsi. Viene apertamente favorita la nascita di nuove organizzazioni di estrema destra in tutto il Paese. Lo sdegno popolare suscitato da una parte e la precisa volontà di dura repressione dall’altra – la polizia venne autorizzata a sparare - porterà agli scontri di Genova, Licata, Roma, Reggio Emilia, Palermo e Catania, allo sciopero generale e a numerose vittime fra studenti e operai.
A Roma, a Porta San Paolo, il 6 luglio, contro i manifestanti venne usata la polizia a cavallo. Fu una carica violenta e furiosa: i poliziotti armati di mazze, catene e scudisci, i cavalli impazziti lanciati contro la gente.
Tanto per dare un’idea di quel che era rimasto l’apparato dello Stato pur nel passaggio dal fascismo alla Repubblica: nel 1960, le forze di pubblica sicurezza adibite alla repressione interna contano 45 mila uomini, il 70% del totale; i prefetti sono 64 di cui ben 62 sono stati funzionari del Ministero degli Interni durante il regime fascista; i viceprefetti sono 241 e tutti e 241 avevano fatto parte della burocrazia fascista; i questori sono 135 e 120 di loro erano entrati in polizia già durante il fascismo; i vicequestori sono 139 e 134 di loro avevano già preso servizio durante il fascismo; il capo della polizia, infine, è Giovanni Carcaterra, che, nel 1927, era entrato nell’ufficio personale del ministro degli Interni. Per dare un’idea – non solo di chi guidava all’epoca la repressione antipopolare, ma anche di come sono andate le cose nella storia della nostra Repubblica – credo che basti.
Nel suo ultimo libro, Compagni di squadra (Lampi di Stampa, Milano 2006), lo storico Sergio Giuntini ricostruisce con preziosa documentazione il modo con cui, da parte del proletariato italiano, è stato percepito lo sport nello sviluppo di tutto il Novecento. Fra l’altro, racconta anche la vicenda – inventata ma credibilissima – di un giovane comunista milanese che si è trovato a Roma, in quel bruttissimo 6 luglio del 1960 – che ha preso le sue botte ed ha corso i suoi rischi – e che, appassionato di sport, più tardi, – il 7 settembre dello stesso anno – si è trovato in piazza di Siena, ad assistere alla fase finale del Concorso Ippico organizzato nell’ambito delle Olimpiadi. Riconosce, infatti, nel vincitore italiano che sta applaudendo, proprio il capitano che aveva visto comandare le cariche delle squadre di cavalleria contro la manifestazione cui aveva partecipato. Era uno dei due fratelli D’Inzeo, Raimondo, medaglia d’oro – davanti al fratello Piero cui toccò il bronzo: gloria sportiva, certo, e come tale osannato perfino da quel popolo che, in altra veste simbolica – perché la divisa era pur la stessa -, lo aveva temuto e detestato. Sono contraddizioni da ricordarsi ogniqualvolta si parla di qualcuno per una funzione che ha svolto ad un certo livello di superficialità del meccanismo sociale dimenticandone la funzione svolta ai livelli di maggiore profondità.
Quella di Giuntini non è un’ipotesi. Nonostante che i giornali non amino affatto ricordarlo – e il “Corriere della Sera” di questi giorni ne pubblica la fotografia, ma soltanto in quanto eroe olimpico -, è assodato che il capitano Raimondo D’Inzeo abbia comandato le cariche della polizia a cavallo. Più dubbio sembra il ruolo del fratello Piero. Ci fu chi lo diede attivo anche lui nella feroce repressione del 6 luglio, ma lui, sulle pagine del “Messaggero” smentì la circostanza, precisando che in quei giorni neppure si trovava a Roma. Era a Ischia, poverino, intento a cure che – vatti a fidare - temo non gli abbiano fatto granché bene. Non sarà stato vittima delle conseguenze più brutali dell’ideologia fascista, ma il fatto che lui dichiari di essersi sottoposto a “bagni radioattivi” non lo esclude dal novero delle vittime di ideologie altrettanto letali.
F. A.
Note
Per la storia dei copricapi, cfr. R. Levi Pisetzky, Il costume e la moda nella società italiana, Einaudi, Torino 1978. Sulla ricostruzione storica del cruciale 1960, cfr. P. G. Murgia, Il luglio 1960, Sugar, Milano 1968 (dove a pag. 107 ed a pag. 114 si reperiscono anche le informazioni sui fratelli D’Inzeo). Per i residui ideologici dei concorsi ippici, cfr. M. D’Amico, Dalla piccola Illy alla Patrese Lo stile delle nuove amazzoni, in “Corriere della Sera”, 29 maggio 2006.
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