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I dividendi dell’arte

 

Lo stesso elemento che, fino a ieri, connetteva il cavallo da corsa ad un calciatore, oggi li connette entrambi all’opera d’arte pittorica. Da molti anni ormai viene riconosciuto all’allevatore del cavallo che vince una corsa una percentuale sul monte premi, nonostante che il cavallo sia proprietà di un altro e che, anzi, sia passato più volte di mano in mano. E’ questione assurta all’onore del diritto: l’allevatore l’ha fatto nascere e l’ha allevato, se poi guadagna qualcosa, la maggior parte di questo guadagno andrà a chi lo possiede, ma il cavallo – come fosse l’azione di un’impresa commerciale – continuerà a rendere una piccola parte di quel guadagno a quella persona che viene individuata come il suo primo produttore. Da cinque o sei anni, anche a livello internazionale, il criterio è stato applicato al calciatore. C’è una prima società sportiva in cui comincia a giocare e, se le cose si mettono particolarmente bene, ci sono altre società che acquisiscono il diritto alle sue prestazioni. Può diventare professionista, ed ecco, allora, che una minima parte di quei contratti dovrà essere devoluta a quella prima società. Così come nell’ippica si favorisce l’economia degli allevamenti, così nel calcio si permette alle società di base di continuare a svolgere la loro opera che, se non produrrà spesso campioni, tuttavia farà presumibilmente divertire tanti ragazzi e farà loro praticare uno sport che, presumibilmente, farà loro bene. Presumibilmente.

Ora il criterio passa anche all’opera d’arte. Sulla “Gazzetta Ufficiale” di qualche giorno fa, è pubblicato il testo della legge attuativa di una direttiva europea del 2001 relativa al diritto d’autore di un’opera d’arte figurativa sulle vendite successive dell’originale. L’autore, insomma, entro determinati limiti ha il diritto di percepire un compenso sulle vendite successive dell’opera, fruendo così del plus valore che, presumibilmente, si è andato formando.

Se nulla del genere accade per la sedia sulla quale sono seduto o per l’attaccapanni dal quale penzola il mio giubbino è perché, ontologicamente parlando, al prodotto artistico è riconosciuto uno statuto più nobile di quanto sia riconosciuto a quello del prodotto di serie o del prodotto artigianale. Nell’evoluzione della specie umana sul pianeta, qualcuno è stato più abile di altri nel propagandare le proprie virtù.

 

Date queste premesse, va da sé che sull’opera d’arte finiscano investimenti ideologici invero cospicui. L’insieme delle cause biologiche in ragione delle quali qualcosa ci piace più di qualcos’altro, da tempo, è stato rimpiazzato da complicate ragioni di ordine culturale. Godiamo di un brano musicale, o di un quadro, anche in rapporto ai brani musicali o ai quadri già sentiti e già visti. L’artista, spesso, riesce ad accalappiare la nostra attenzione grazie ad una variazione che apporta su un repertorio già noto, mentre, altrettanto spesso – che ne sia consapevole o meno -, ci coinvolge emotivamente per aver saputo toccare le corde di una nostra esperienza del tutto privata. Allorché l’arte si esprime con parole, poi – in poesia, o nel racconto, o nel romanzo -, certi aspetti del significato sembrano colpirci più direttamente, inequivocabilmente, per quel margine di univocità che, a torto o a ragione, siamo soliti concedere più alla parola che al segno grafico od al suono. E’ per questo, allora, che, talvolta, la semplice indagine su un gusto letterario – su quali racconti si legge più volentieri, su quale romanzo si sceglierebbe fra altri mille – corre il rischio di sfociare fin nell’indelicatezza. A quella scelta ci si è giunti attraverso una via crucis personale e quella scelta, quando è davvero sentita – quando è davvero attinente ad un’esigenza profondamente vissuta – è un fatto, prima che collettivo – ovvero facente parte di un andazzo socialmente condiviso -, rigorosamente intimo. Così non sarà esagerato affermare che indugiarvi da estraneo, sulle ragioni di questa scelta, è un po’ come intrufolarsi e rovistare nelle mutande di chi la compiendo.

 

In libreria, più volte, mi è capitato di assistere a scene imbarazzanti. Il cliente che si aggira fra libri e pensieri e che si prende tutto il giusto tempo necessario a che i primi si adattino ai secondi. E lo scatto improvviso, nella fase matura del processo, del finto cliente che, carpendo al volo un libro tra gli scaffali, gli si avventa addosso e gli dice: “L’ha letto questo ? E’ ottimo”, “E’ una novità, non se la lasci scappare”, e altre amenità, anche argute, dell’apparato retorico degno del miglior piazzista di dolciumi o di macchinari d’uso domestico. E’ l’autore.

 

E’ l’autore che, carico di attese, friggente nel suo tempio come confessore in chiesa mentre aspetta che un peccatore degno di questo nome gli si rivolga chiedendone il servizio, roso da una gelosia universale, non riuscendo a sopportare l’idea che il cliente possa alfine scegliere l’opera altrui, rompe ogni indugio e, come avesse un acaro nella mente, in un disperato e coraggioso arrembaggio, scatta a giocarsi quel tutto per tutto che, se putacaso per qualche forma di pietà, commiserazione o improvvisa e cieca fiducia andasse a buon fine, può salvarlo dal nulla di una resa – nel duplice significato di un esito cui si attribuisce il senso del fallimento personale ed in quello più prosaico della restituzione del libro, invenduto, da parte del librario all’editore. Smette i panni della suppellettile e prorompe in tutta la sua sordida realtà sul proscenio, accelera di brutto le proprie pulsazioni e si svela, fino al punto che, fidando in quel potere leggermente narcotico dell’autoreferenzialità, dichiara la propria identità e garantisce da sé quella parte di sé che vorrebbe salvata nelle mani del malcapitato di turno: “L’ha letto questo ? E’ ottimo, l’ho scritto io”.

 

Avendo assistito più volte a queste scene, dicevo, mi sono fatto promotore di una modesta proposta di legge da sottoporre al prossimo governo del Paese: che così come sono state colpite vessazioni d’altro genere, riferite perlopiù a zone non meno ignobili del corpo umano, così si colpisca con la necessaria severità la molestia letteraria. E si controllino le librerie, non meno di altri luoghi ideologicamente compromettenti come caserme, bagni pubblici, spogliatoi, cinema, locali bui.

 

F.A.

 

Note

Il decreto legislativo in oggetto è il n. 118 del 13 febbraio 2006 pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” n. 71 del 25 marzo. La direttiva europea cui si riferisce è la 2001/84.

Mi corre l’obbligo, poi, di chieder scusa all’amico Claudio Bianchi per aver manipolato il titolo del suo primo romanzo, Icaro nella mente (Pequod, Ancona 2004), proprio a lui che, da scrittore qual è, sarà uno dei più interessati a sapere se i fatti di cui si parla sono frutto o meno della mia fantasia e non si riferiscono per nulla, quindi, a fatti realmente accaduti.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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