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Caccia all'ideologico quotidiano
Dopo la rivoluzione
Problemi di concentrazione
Nobiltà a cavallo
Nobiltà a cavallo
Come racconta Edmond de Goncourt (1822-1896) nelle sue "notules" la "persona più maltrattata", nella raccolta di disegni di Gabriel de Saint-Aubin esposta in mostra nel 1755, è stata Jeanne-Antoinette Poisson, marchesa di Pompadour (1721-1764), all'epoca già nominata duchessa per i meriti acquisiti nella sua funzione di sovrintendente ai divertimenti della corte di Luigi XV. La si poteva vedere in tre disegni particolarmente significativi, uno dei quali la ritraeva, completamente nuda, mentre - presagendo, forse, un consiglio dato urbi et orbi da Elio e le Storie Tese molti anni più tardi (nel 1985, se non vado errato) - si faceva un bidè. Di questo strumento, a quanto sembra, esiste una documentazione, databile al 1710, grazie alla ferrea memoria di René-Louis de Voyer de Paulmy, marchese di Argenson (1694-1757), che mai ebbe a dimenticare la volta in cui un'altra Jeanne, la Jeanne Agnés Berthelot de Plémont, marchesa di Prie (1698-1727), gli accordò udienza restando tuttavia ben assisa sul proprio bidè. La Pompadour, che mai e poi mai della marchesa di Prie avrebbe voluto essere da meno, di bidè, a quanto sembra, ne possedeva due: uno in legno di rosa, con intarsi floreali, i piedini e gli accessori in bronzo dorato e la vaschetta di stagno; l'altro in legno di noce, con coperchio e schienale di marocchino rosso con borchie dorate, due bottiglie di cristallo nascoste nella parte posteriore e vaschetta in porcellana. Passano gli anni e continuo a non possedere un telefono cellulare. E' uno dei tanti lussi ideologici che mi concedo. Ho assistito sgomento al manifestarsi dei primi focolai e - come altri, immagino - mi sono trovato impotente nei confronti della loro diffusione epidemica. Il telefono cellulare viene oggi usato e straabusato in tali e tante circostanze da indurre alle più funeste predizioni circa i destini della specie umana: quell'homo che sempre piuttosto incautamente si autodefiniva sapiens e che, correndo a perdifiato la maratona senza scampo del mercato, aveva impestato il pianeta dei risultati del proprio ingegno, quell'homo, ora, digita minuscoli tasti senza requie, interroga lo specchio del reame molto più spesso della strega di Biancaneve, parla straparla e più parla meno si capisce, fotografa e filma chicchessia e checchessia e invia, s'intossica di dati e di abbreviazioni, sublima tutte le relazioni che va fisicamente e mentalmente perdendo nell'eterna posposizione di un contatto sempre più virtuale, perché, con un colpo di telefonino, per l'appunto, correggendo le rotte di collisione, si può raggiungere chiunque in qualsiasi momento del suo angosciato palinsesto quotidiano. Non voglio indulgere allo sterminato quaderno delle doglianze di cui tutti, peraltro, potremmo lamentarci: detto che è molto più spesso usato per fini più e meno ignobili piuttosto che per fini nobili è detto tutto. Anche perché sono pronto, prontissimo, ad evidenziarne la straordinaria utilità in determinate circostanze. Sono pronto anche ad ammettere che, negli ultimi quindici anni, mi è anche capitato di ammettere tra me e me che sarebbe stata ottima cosa se, in quel preciso momento, ne avessi avuto uno - avrei evitato inutili preoccupazioni ai miei cari e, da ciò, avrei tratto il sufficiente conforto per affrontare una situazione seccante: due volte, non di più, mi è capitato due volte, ma mi è capitato. So, dunque, che il telefono cellulare può tornare molto utile. E gli occhi della bionda che, l'altro giorno, sedeva di fronte a me, in treno, tradivano un certo nervosismo. Eravamo ancora in stazione. In attesa che il treno si decidesse a partire controllava spesso l'orologio. Aveva provato a tirar fuori un libro dalla borsa, ma, evidentemente, nulla, in quelle pagine, aveva il potere di deviarne i pensieri. Allorché il treno, finalmente, si mosse lasciando alle nostre spalle i marciapiedi della stazione centrale di Milano, la signora, fattasi più decisa, estrasse dalla borsa il telefono cellulare e schiacciò il tasto giusto. Dall'altra parte, presumibilmente, qualcuno le rispose - qualcuno che come interlocutore le andava bene -, perché, a differenza di quelle tante telefonate che restano sul vago e che, in pratica, significano soltanto la noia e la solitudine di chi telefona, a differenza di quelle, questa fu una telefonata di esemplare informatività: "Volevo dirti", disse la signora, "che, prima di uscire, ho cambiato gli asciugami in bagno, anche quello del bidè". E poi, non senza un eufemistico gioco di metafore, ha voluto chiarire: "Sì, quello grande per le mani, e quello piccolo per il bidè Li ho cambiati tutti e due". Il termine bidè deriva da un nome cinquecentesco. In francese "bidet" e in italiano "bidetto" veniva chiamato un cavallo rimasto piccolo o, anche, il puledrino. Sul processo metaforico in grazia del quale è finito con il designare una parte considerevole di quel collettivo di grande investimento ideologico che è costituito dagli attuali "sanitari" non dovrebbero nascere soverchi dubbi: categorizzata la postura implicita nell'uso dello strumento come un cavalcare, ecco che, rispetto alla tazza-cavallo, il bidé diventa il cavallino. Che nella sua diminutività non può che trascinarsi appresso un asciugamani che non è un asciugamani ma che è più piccolo dell'asciugamani. Un saluto e via. Tutto qui. Non è una di quelle che abusano del telefonino. La signora si è sentita in dovere di informare qualcuno, a casa, presumibilmente, un figlio, o una figlia, che lei, prima di uscire ha cambiato gli asciugamani. Al linguaggio assegniamo molteplici funzioni, fra cui quella di informare è probabilmente quella meno usata. Perlopiù usando del linguaggio diamo o cerchiamo conferme: di un'attenzione rivolta all'interlocutore o del legame sociale, o intimo, che con l'interlocutore condividiamo. Più che a una comunicazione in un codice oscuro destinata a turbare i sonni di quei servizi segreti che indefessamente controllano il dire e l'agire della comunità, la comunicazione della signora mi è sembrata rispondere alla mera esigenza di costituire e ricostituire un'esserci e di testimoniare un darsi da fare all'altro e per l'altro - la spia (i servizi segreti si tranquillizzino, perché si può sperare che non sia ancora affar loro), comunque, di un affanno, di un malessere di vivere che soltanto la messa in scena della solerzia può sedare. Novità per novità, messa in scena di solerzia o di indaffarataggine, così come ieri la Pompadour e la Prie concedevano udienza sedute sul bidé, oggi, in fin dei conti, si riceve restando al telefonino - facendo cenno con la mano, di entrare pure, girandosi appena di lato, per virtuosa pudicizia.
Note Il marchese di Argenson ricoprì anche la carica di ministro degli affari esteri di Luigi XV. Le notizie sui bidè della Pompadour sono in L. Wright, Civiltà in bagno, Garzanti, Milano 1971, pag. 165. Edmond de Goncourt racconta la vicenda in Notules sur les Saint-Aubin, cfr. http://membres.lycos.fr/goncourt/saintaubinlivre/notules.
F.A.
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