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Caccia all'ideologico quotidiano
La sindrome di Titone
Smemoratezza
Il telefono piange sempre due volte
Il telefono piange sempre due volte
Da un po' di tempo in qua, il telefono di casa - cui peraltro non ho mai guardato con eccessiva simpatia - si è trasformato in uno strumento di tortura. Sarà che le linee sono sovraccariche, sarà che l'intera città è ormai una giungla di cavi, sarà che c'è qualche contatto, sarà che nel controllarmi il telefono i tecnici della polizia politica hanno pasticciato qualcosa, sarà la vendetta di qualche impresa telefonica ai cui servizi ho rinunciato, sarà il risultato di quella tipica condizione umana scaturita dall'associazione di inettitudine e progresso, saranno gli extraterrestri, non lo so, ma fatto sta che il mio telefono suona nei momenti più inopportuni, suona spesso, suona a lungo e, soprattutto, suona dannatamente senza che, dall'altra parte, qualcosa che assomigli ad un essere umano provi a parlarmi. Per lo più, va così. Giorno e notte, non da mesi, da anni. Ma, nel frattempo, la gamma dei flagelli extrabiblici, si è arricchita di qualche unità. Ieri, infatti, ho ricevuto due messaggi vocali. Mi si invitava a schiacciare il tasto "uno", ad ascoltarli e, sentendone prepotentemente l'esigenza, a rispondervi schiacciando un altro tasto. Nel primo messaggio, una voce femminile diceva: "Dove sei finito, cipollino ?". Mentre per tutti gli amici, da un certo momento in poi, Carlo Marx era "il Moro", anni prima, nel 1841, allorché l'innamorata Jenny gli scriveva, lo chiamava "mio cinghialino" o, "mio piccolo cinghiale". Gli animali vanno molto nell'ampio mercato delle investiture semantiche per i vezzeggi affettuosi. Dalle rubriche dei "messaggi personali" nei giornali ho ricavato "scimiottino", "topo", "passerotto", "uccellino", "lupacchiotto", "pulcino", "scoiattolo", "grillina", "micio", "gattone", "lama" (non oso pensare alle caratteristiche che hanno innescato l'investitura), "ranocchio", "pesciolino" e perfino il non esaltante "pidocchietto". Gli animali vanno molto e, comunque, più dei vegetali e più dell'inorganico. Una "cetriolina" - una "cetriolina" che, piuttosto contro natura e anticipando di brutto gli organismi geneticamente modificati , si accoppiava con un "anguillino" - l'ho trovata in un messaggio del 28 gennaio 1978 e un "polivinilcloruro" che, più nel timor di Dio, si accoppiava con un "poliuretano", l'ho trovato in un messaggio del 15 luglio 1977. Come in tutti i processi di metaforizzazione, anche alla base di queste categorizzazioni c'è la scelta di un particolare - un modo di fare, un atteggiamento, un gesto, una postura - e la sua valorizzazione nella persona amata. L'animale, soprattutto se oggetto delle nostre attenzioni domestiche si presta bene a fungere da campionario - può essere accudito, accarezzato, vezzeggiato, educato, spadroneggiato - e, involontariamente, rivela anche al mondo che, in certi rapporti umani che pure sembrano stupendi, qualcosa non va. Che quell'amore di cui si tratta è vissuto in una dimensione di dipendenza, che l'uso e l'abuso dei diminutivi rendono ancora più evidente. Mentre Marx arringava le avanguardie delle masse operaie sarebbe stato poco opportuno che sua moglie Jenny lo chiamasse pubblicamente " il mio cinghialino" e, infatti, "il Moro" prese il sopravvento. Voglio dire che, spesso, il nomignolo ha una sua durata. C'è un momento in cui pare adatto e, all'improvviso, cade: guai ad usarlo più. O non ci se la fa proprio più a categorizzare la persona amata come un tempo o, nel linguaggio - che magari da privato è diventato pubblico - si sacrifica la vena del sentimento a quella delle convenienze sociali. E chi prende l'iniziativa di battere la moneta linguistica di un nomignolo non sa fino a quando questo potrà aver corso - nonostante tutto il suo gran daffare perché mantenga il proprio valore, alto e a lungo. Così é la durata di un messaggio che parte e non si sa - in definitiva, non si sa - se arriva. Come un messaggio affidato e abbandonato ad una segreteria telefonica o, peggio ancora, ad un gran Motore Immobile incaricato di raccogliere tutto da tutti e di distribuire lungimirantemente a ciascuno. C'è una scommessa con la vita insita in questa pratica - una scommessa che soltanto alla nostra protervia può sembrare sempre e comunque vinta. Il messaggio può arrivare allorché il destinatario è bello che morto e sepolto, oppure allorché non è nelle condizioni di apprezzarlo, o, infine, allorché il destinatario non ha più le caratteristiche per esser tale - come se il suo "cipollino", anziché struggersi di nostalgia, stia passando da una carotina all'altra. Il primo messaggio vocale, allora, mi diceva: "Dove sei finito, cipollino ?" ed io mi sono ben guardato dal rispondere. Ho scosso la testa e imprecato in cuor mio contro la deboscia dei tempi rappresentata al contempo dal telefono in quanto tale e da chi ne fa orrido uso fino all'abuso. Qualche minuto dopo è giunto il secondo messaggio. Dove la medesima voce femminile diceva: "dove sei finito, cipollino ?". Ancora. Pervicacemente, con una testardaggine degna di un novero ben più ampio di soluzioni espressive. Presuntuoso, fiducioso nel fatto che a nessun essere umano può venire in mente di chiamarmi "cipollino" - certo, voglio ben sperare, di non frequentare nessuno che potendo telefonarmi a casa preferisce invece mandarmi un messaggino vocale registrato - non ho seguito ulteriori istruzioni e non ho risposto. Non riconoscendomici - nonostante la calvizie, nonostante il costituzionale pallore, nonostante le lacrime che posso aver ingenerato vita natural durante -, d'altronde, rispondendo, non avrei potuto far altro che peggiorare le cose, per lui e per quell'altro ortaggio che ne pativa l'assenza.
Note I "messaggi personali" citati - replicati con varianti rispettivamente in data 26 giugno 1978 e 26 agosto 1977 - sono stati pubblicati su "Il Corriere della Sera" di quei giorni.
F.A.
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