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Il nome della villa

 

Il nome della villa

"C'era una signorina il cui naso/le arrivava alle scarpe di raso;/assoldò quindi una vecchia signora/dall'andatura molto decorosa/che reggesse quel portento di naso" "Il nonsenso", scrive Lichtenberg, fra il 1773 e il 1775, in un suo quaderno, "è in realtà qualcosa di molto triste, e un professore che ne scriva qualcuno dovrebbe essere cortesemente messo in pensione". Lo dice, a far bene i calcoli, una settantina d'anni prima che, in Inghilterra, venisse pubblicato Il libro del nonsenso di quell'Edward Lear, pittore e poeta che al successo della breve strofetta rimata alla meno peggio detta tecnicamente "limerick" ha contribuito non poco e forse più di tutti. E dicendolo, Lichtenberg svela quel che spesso il gioco di parole condotto all'insegna dell'umorismo e dell'assurdo vorrebbe celare: un'enorme tristezza, la rassegnata constatazione della vanità della parola a fronte delle esigenze più profonde della relazione umana. Edward Lear aveva più di un motivo per non essere di buonumore. Era miope, soffriva di asma e di bronchi ed era soggetto a crisi epilettiche. Ultimo di ventun figli, ha dovuto sgomitare fin dalla prima infanzia per farsi una nicchiolina tutta per sé Cominciò facendo l'illustratore e, pian piano, si fece un nome e qualche quattrino. Viaggiando in cerca di climi caldi, arrivò il giorno che scoprì Sanremo che elesse ben presto a sua patria di adozione. Nel 1870, vi comprò un terreno in vista del mare e ci si costruì la sua villa. Dopo di che commise un errore. O forse no, perché, da buon inglese dell'epoca, si decise per un viaggio in India e non è detto che, se fosse rimasto, avrebbe potuto far cambiare il corso degli eventi. Quando torna, infatti, ritrova la sua villa esattamente come l'aveva lasciata, ma, dalle sue finestre, il mare non c'è più: qualche sciagurato gli ha costruito una villa più grande davanti e la vista è andata a farsi benedire. E' qui che Lear dimostra tutta la sua testardaggine ed è qui che, peraltro, dimostra tutta la sensibilità affettuosa di cui era capace. Vende la villa, compra un altro terreno - questa volta proprio di fronte al mare, in modo da non correre ulteriori pericoli -, e si costruisce la seconda villa. Identica alla prima, identica fin nei minimi particolari, una copia perfetta - per amore. Per amore di chi ? In un disegno del 1885, il settantatreenne Lear si rappresenta insieme al sedicenne Foss, il suo gatto. E' per lui, è per rispettare le sue abitudini e l'uggia tutta gattesca nei confronti del cambiare checchessia che Lear progetta una seconda villa assolutamente identica alla prima. Assolutamente identica in tutto e per tutto, ma con un particolare fondamentale cambiato. Di poco, ma cambiato. La prima villa si chiamava Villa Emily, la seconda villa Tennyson. A prima vista sembrerebbe una differenza sostanziale. A prima vista. Lear conobbe il poeta Alfred Tennyson nel 1851, un anno dopo che questi, già famoso, già poeta laureato, si era finalmente sposato con l'amore di una vita intera, Emily Sara Selwood, che aveva conosciuto quando erano ancora bambini. Tennyson muore nel 1892, sua moglie Emily nel 1896, Lear nel 1888, Foss, il gatto, l'anno prima. Il fatto che, vent'anni dopo la loro conoscenza, Lear dedichi ad Emily la propria villa potrebbe dirla lunga. Il fatto che, ancora dieci anni dopo, gli ridedichi la seconda specificandone il cognome potrebbe dirla lunghissima. Lear avrà anche amato svisceratamente il proprio gatto - fino al punto di progettare una villa intera interpretandone le esigenze -, ma sembra anche perlomeno probabile che, nel suo cuore, ci sia stato posto anche per qualcun altro. Non credo che Emily sia stata particolarmente felice nel suo matrimonio con il poeta laureato Alfred Tennyson. Un po' perché ai poeti celebri, si sa, la celebrità non basta mai e tendono a far pagare in casa le frustrazioni accumulate al bar; un po' perché Tennyson non le ha mai risparmiato un atteggiamento quanto meno sarcastico nei confronti di ogni velleità di emancipazione femminile; e un po' perché, invecchiando, il suo umore peggiorava. In una testimonianza raccolta ancora a Sanremo nel 1997 si ricorda come Lear fosse considerato "bizzarro", perché "d'improvviso, come un bambino, passava dalla malinconia più cupa ad una gioiosa esuberanza" divertendo i presenti fino alle lacrime. Così, Lichtenberg, molto prima che questi eventi avessero luogo, sembrerebbe aver ragione: c'è dolorosa tristezza nel nonsenso. Quello che sembra scherzo di parole, gioco e spensierata creatività, capacità di cogliere solo il lato buffo della vita, può rivelarsi un espediente per sopravvivere alla meno peggio alla desolante consapevolezza della tragedia di esserci. In un'attesa vana, condividendo l'urgenza del proprio amore con un gatto - fino a che ha retto.

 

Note Per l'annotazione di G. C. Lichtenberg, cfr. Lo scandaglio dell'anima, Rizzoli, Milano 2002, pag. 340. Per alcuni particolari della vita di Lear, cfr. R. Owen, Edward Lear è onorato come pittore, inn R. Falchi e V. Wadsworth (a cura di), Arti figurative tra l'800 e il 900 nel ponente ligure, Lalli editore, Poggibonsi 2000, pp. 154-157.

 

F.A.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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