|
Caccia all'ideologico quotidiano
Uno dei tanti percorsi possibili
Chi non molla l'osso e chi non molla la carne
Chi non molla l'osso e chi non molla la carne
In una tarda mattinata ormai lontana negli anni, allorquando ricoprivo un incarico nella pubblica amministrazione, venni avvisato dal portiere che un signore chiedeva di me. Mi feci dire il nome e gli dissi di farlo salire indicandogli dove avrebbe potuto trovarmi. Mi ricordavo di costui. Era un pittore che avevo conosciuto nel passato, avevo avuto occasione di incontrarlo in qualche assemblea e poi l'avevo perso di vista. Dopo qualche minuto bussò alla porta del mio ufficio e me lo ritrovai davanti in tutta la sua corposa imponenza. Ci salutammo cordialmente, lo feci accomodare e, per alcuni minuti - com'è d'uso -, si passò in rassegna occasioni e conoscenze in comune. Poi, venne al dunque. Aveva bisogno di un favore. Me lo disse e, presumibilmente, ebbe modo di leggermi in volto tutta la mia perplessità. Fu a questo punto che richiamò la mia attenzione su di sé. "Non rispondermi ancora", mi disse, "guardami bene". Ed io tornai a fissarlo. Per poco, però. Soltanto per un attimo. Nel 1979, nel Dizionario di Psichiatria Hinsie-Campbell, la sindrome di Capgras viene definita come una malattia che implica una "errata identificazione", un "falso riconoscimento delle persone del proprio ambiente", "osservabile in pazienti da schizofrenia paranoide". Nel 2003, tuttavia, la stessa sindrome di Capgras viene definita in modo del tutto diverso. Facendo l'esempio di un paziente che venne ricoverato per trauma cranico dopo un incidente stradale, ne parla il neuroscienziato Ramachandran in un libro coraggioso che intitola Che cosa sappiamo della mente Questo paziente, al risveglio, sembrava stesse bene e fosse perfettamente normale, se non che, al momento in cui venne a trovarlo sua madre, si rivolse con molto tatto al dottore e, senza farsi sentire, gli disse che sì, quella persona appena entrata somigliava molto a sua madre, che sembrava del tutto identica, ma che non era affatto sua madre e che, anzi, di certo si trattava di un'impostora. E' a questo punto che scattò la diagnosi di sindrome di Capgras. La spiegazione, tutto sommato, è semplice: le operazioni mentali relative al riconoscimento vengono eseguite in una parte del cervello denominata "giro fusiforme", ma la coloritura emozionale del riconoscimento ed il suo significato effettivo vengono poi elaborati da un'altra particina del cervello, l'amigdala. Ed evidentemente in quel paziente il passaggio dell'immagine della madre da una parte all'altra era stato interrotto dal trauma subìto. Ecco perché la persona entrata nella camera dell'ospedale "somigliava" alla madre del paziente, ma non poteva esserlo. Assegnare significato a qualcosa implica, dunque, un coinvolgimento emotivo che, dall'alto della nostra pretesa razionalità, tendiamo ad escludere. Tra il tentativo di spiegazione della sindrome di Capgras effettuato dalla psichiatria e quello delle neurobiologia sono passati più di vent'anni e, tuttavia, ancora in un libro fresco di stampa trovo uno psichiatra che rimane sulla prima spiegazione. Lo scrive Mastronardi, che, definendosi peraltro anche "criminologo clinico" immagino ricopra ruoli di particolare responsabilità nei confronti della vita altrui, e lo scrive in un libro che intitola Filmtherapy - I film che ti aiutano a stare meglio. Si tratta di un bell'esempio del come e del perché le cose vadano male e non ci possa esser verso che vadano meglio. Dovrebbe far parte dell'ovvietà scientifica che, prima o poi, quel che vien detto nell'ambito di una disciplina - frutto di certi metodi e di certi strumenti -, prima o poi, ripeto, venga tradotto nei termini di un'altra disciplina. E dovrebbe far parte dell'ovvietà scientifica che, trattandosi di psicologia e di psichiatria, prima o poi, il loro sapere venga sostituito dal sapere della neurobiologia. Nel 1979, probabilmente, gli strumenti e i modelli interpretativi per capire cosa accadeva nel cervello di un paziente affetto da sindrome di Capgras non erano ancora disponibili e, conseguentemente, il campo era ancora sufficientemente libero perché psicologi e psichiatri ci giocassero con le loro categorie, parlando e straparlando di "schizofrenia paranoide". Ma il fatto che a ciò non si rinunci nemmeno dopo che il meccanismo è stato chiarito in termini di neurofisiologia significa una cosa sola: che il paziente prima di tutto è un cliente. Con i corollari del caso: che di clienti più ne rimangono a disposizione e meglio è per il conto in banca e che, fino a che non gliel'hanno tolto dalle fauci, il terapeuta non molla l'osso. Qualche esempio di terapia scegliendo tra i film consigliati renderà bene un paio di idee. La somministrazione di Fight club di David Fincher - la storia di bel ragazzo in crisi che finisce tra "combattimenti clandestini e milizia rivoluzionaria" - porterà alla consapevolezza delle "difficoltà nella ricerca della propria identità e se visionato in un'ottica positiva potrebbe essere in grado di fornire spunti positivi costruttivi, chiarendo a se stessi quanto meno ciò che sicuramente non si desidera". La somministrazione di Shining di Stanley Kubrick, per fare un altro esempio, "esplorando la malattia mentale, si presenta in grado di suggerire atteggiamenti mentali di deterrenza preventiva per combattere l'abbruttimento psicofisico e l'isolamento". La somministrazione de La vita è meravigliosa di Frank Capra, invece - con una metafora che tradisce la ferma intenzione di porre un rapporto fra psiche e siringhe - costituirà "un'intramuscolare di fiducia". Sembrano i commenti in circolazione anni or sono nei cineforum degli oratori, ma, d'altra parte confermano appieno quella vocazione delle discipline psicologiche alla normalizzazione sociale dell'individuo. Che, poi, il far vedere qualcosa che va per un verso - come in Shining e in Fight club - possa servire per fare andare in un altro - ma guai se accadesse con La vita è meravigliosa - resta tutto da dimostrare. Un film non ha la valenza di una seduta di ipnosi, dice Mastronardi, ma quasi, perché indurrebbe ad uno stato di "veglia sognante" e ad una sorta di sonno rem o ad un terzo stato della coscienza. Tutte condizioni ideali perché l'abile terapeuta utilizzi il film come un "cavallo di Troia" per "veicolare, proporre e suggerire comportamenti e messaggi alternativi" a quelli che lui considera "devianti o più o meno patologici". Il fine ultimo è la "ristrutturazione globale della personalità". Profumi di Settecento accompagnano l'idea dell'ipnosi. Vivacchia ancora, nelle pieghe più polverose delle cliniche moderne, qualcosa di Franz Anton Mesmer (1734-1815) e del suo "magnetismo animale", del suo allievo, il marchese di Puységur e degli stati di trance che induceva - stati di trance in cui comandava alle sue ricche pazienti di compiere qualche bizzarria divertente e da cui si risvegliavano finalmente e perfettamente guarite. Forse - dopo tutte le storie di ipnotizzatori da circo o mossi da loschi scopi -, non si dirà più "a me gli occhi", ma, rischiando meno denunce e mantenendo il medesimo potere, a quanto pare, si è scesi alla pratica, più impersonale e ormai ridotta a banale normalità, di spegnere una luce e di invitare a guardare uno schermo. Il neuroscienziato Ramachandran è anche quello che, in un suo libro precedente - parlando delle possibilità di interazione tra mente e corpo -, mi aveva svelato il mistero delle verruche. Allora: la verruca sostanzialmente è un tumore benigno provocato da un virus, il cosiddetto "papillomavirus". Abbiamo in tanti diretta o indiretta esperienza di quanto sia difficile disfarsene. Spesso, se ti cresce una verruca da qualche parte, te la tieni. Chi non se la volesse tenere - non ci credeva neanche Ramachandran - a quanto pare può provare a farsi ipnotizzare, perché, in certi casi, sembra che la verruca, in pochi giorni o in poche ore, cada stecchita. Due sono le ipotesi sul perché: o il sistema nervoso autonomo - che governa vari fenomeni fisiologici non sotto il diretto controllo del pensiero conscio - è in grado di asfissiare la verruca restringendo i vasi sanguigni che l'alimentano, o, per qualche meccanismo che tuttora ignoriamo, l'ipnosi attiva il sistema immunitario che, come una polizia che finalmente non ha più "le mani legate", interviene e fa secco il virus. Stavo cadendo. E non ero una verruca. Ero io che stavo cadendo. Ancora un attimo e sarei caduto dalla sedia. Disperato, mi resi conto che il pittore mi stava fregando. Riuscii con fatica a distogliere lo sguardo dai suoi occhi e feci un bel respiro profondo. Ripresi la padronanza di me. Gli spiegai che, nella mia posizione, nulla avrei potuto fare di ciò che mi chiedeva - si era sbagliato di persona e di posto -, mentre, nella mia posizione e data l'ora, avrei potuto offrirgli un aperitivo. Che, sdegnosamente, rifiutò. Lo accompagnai alla porta, sorridendo affabilmente, ringraziandolo di essersi ricordato di me, e lo salutai con un'amichevole pacca sulla spalla. Avendo cura di stargli sempre un po' di lato, gesticolando oltre la mia misura, senza mai guardarlo negli occhi.
Note Filmtherapy - I film che ti aiutano a stare meglio (cui auspichiamo il sequel: Filmpathology - I film che ti aiutano a stare peggio) è pubblicato da Armando, Roma 2005. Per la sindrome di Capgras, cfr. V. S. Ramachandran, Che cosa sappiamo della mente, Mondadori, Milano 2004, pp. 12-15. Per le attuali tecniche ispettive del cervello, cfr. C. Morabito, La mente nel cervello, Laterza, Roma-Bari 2004, pp. 127-133. Sull'ipnosi, cfr. E. Shorter, Psicosomatica, Feltrinelli, Milano 1993, pp. 157-160 e, per il rapporto fra ipnosi e personalità multipla, cfr. J. Hacking, La riscoperta dell'anima, Feltrinelli, Milano 1996. La questione della verruca è affrontata da Ramachandran ne La donna che morì dal ridere, Mondadori, Milano 1999, pp. 245-246.
F.A.
|