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Occultati fra i nidi del ragno

 

Occultati fra i nidi del ragno

Nel 1942, lo studente Italo Calvino si trasferisce dall'Università di Torino a quella di Firenze, che lascerà nel 1944 per raggiungere i partigiani della Divisione Garibaldi nella sua terra, sui monti liguri. Nel 1947 pubblica il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, dove, con gli occhi di un ragazzino segue vicende di confine, tra piccola malavita ed eroismi sognanti della Resistenza. A metà degli anni Sessanta, in occasione di una ristampa, Calvino vi aggiunge una prefazione estremamente interessante. Non solo perché ammette che, al momento, "i discorsi sulla letteratura" gli danno "sempre più fastidio", precisando trattarsi di quelli degli altri come dei suoi, ma perché, con leale incertezza, cerca di far comprendere e comprendere egli stesso cos'era stato il suo rapporto di persona e di scrittore con quella Resistenza cui aveva partecipato direttamente. Bene, già allora, Calvino accusava la "rispettabilità ben pensante" del primissimo dopoguerra e la retorica che della Resistenza mistificava la natura. Con onesta e dolente umanità diceva che, per molti dei suoi coetanei, "era stato solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere" e che, per molti, "le parti tutt'a un tratto si invertivano, da repubblichini diventavano partigiani o viceversa; da una parte o dall'altra sparavano o si facevano sparare" e "solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile". Il sentiero dei nidi di ragno, già allora, dunque, fu il riflesso di una "ostentazione di spavalderia quasi provocatoria" su due fronti: contro i "detrattori della Resistenza" e, "nello stesso tempo", contro i "sacerdoti d'una Resistenza agiografica ed edulcorata". Ne Il partigiano e l'aviatore, Davide Pinardi porta a termine due tipi di indagine su quelli che, superficialmente, potrebbero essere classificati come due tipi di morti. La prima riguarda la morte di Federico Barbiano di Belgioioso, un partigiano ucciso a Milano il 27 aprile del 1945. Pinardi è preso dall'ingranaggio della curiosità storica perché, leggendo le cronache, i conti non gli tornano: Federico sembrerebbe ucciso per errore da altri partigiani - e così lui e la sua storia sono stati sepolti, consentendo, peraltro, che a commemorarlo anni dopo siano, contemporaneamente e ben separatamente, fascisti ed antifascisti. Le versioni di "come sono andate le cose" gli si moltiplicano tra le mani - ne conterà addirittura sette -, e, soprattutto, gli si deforma innanzi agli occhi la figura di partigiano che, per errore, l'avrebbe ucciso. La seconda indagine riguarda Gianni Romanini, un militare, pilota d'aereo, sparito in Africa il 21 aprile del 1941, i cui resti vennero ritrovati nel deserto libico il 21 luglio del 1960. Anche qui, ovviamente, ci sono conti che non tornano - fra questi il fatto che il ritrovamento avviene in un punto molto lontano da dove si pensava che dovesse e potesse avvenire - e l'affettuosamente scrupolosa indagine di Pinardi rimette tante cose al loro posto. Ma, in questo gioco di immaginazione e pazienza, oltre ai cosiddetti fatti, capita a Pinardi di ricostruire la matrice di un pensiero nonché la gamma di quelle conseguenti opzioni comportamentali che, attingendo alla collettività di un'epoca - il fascismo -, colorano questo pensiero del sentimento di una persona, concedendogli pertanto le sue sfumature di individuo, prima, e di vittima, poi. Da una prospettiva, allora, l'assassino è il fascismo: la mitologia del volo, l'orgogliosa spettacolarità del "Maresciallo dell'Aria" Italo Balbo, il dannunzianesimo che canta la macchina aerea, la retorica futurista dell'"esteta armato", l'"uomo nuovo" e "moderno" che irride dall'alto ai beduini indifesi nella loro medioevalità. Ma dall'altra prospettiva le cose si complicano. Federico è stato ammazzato da tal Giuseppe Marozin, detto "Vero", e questo Marozin non ha soltanto una storia, ne ha due. In una è un eroe partigiano, un eroe cui inneggiano i manifesti affissi sui muri della Milano del 25 aprile, una "simpatica figura di capopopolo" - come scrivono gli agiografi della Resistenza. E una fotografia è lì ad attestarlo: è in piazza del Duomo, accanto a Pertini e a Bonfantini, in trionfo, acclamato, si gode l'agognato momento della liberazione dal nazifascismo. Nell'altra storia è meno acclamabile. Fra i pochi altri, ne raccontava già Mario Bernardo nel 1969, in un libro intitolato con il sospiro di un bene perduto per sempre, Il momento buono, dove diceva che, in pratica, nel vicentino e nel veronese, Marozin non si è comportato molto diversamente dai nazifascisti, razziando quel che poteva, torturando ed uccidendo. Fascista, d'altronde, fino a poco prima - era stato in Spagna, ma dalla parte dei nazionalisti -, sarebbe stato strano si comportasse altrimenti. Tanto è vero che il comando dei partigiani l'aveva condannato a morte - una condanna alla quale Marozin e i suoi riescono a sfuggire, ai primi di novembre del 1944, scappando proprio a Milano, dove, nella versione beneficentista ed autobeneficentista di Pertini e di Bonfantini, Marozin si ritrova eroe. A nulla valendo - così andavano e così vanno le cose - lo sdegno dei partigiani che, invano, ne chiedono l'arresto. Ed è da eroe, dunque, che, nell'esercizio del suo mestiere, incappa nell'increscioso "incidente" di ammazzare Federico. Agisce, in entrambi i casi, la medesima istanza di occultamento. Come se ci fosse un accordo segreto e mai esplicitato tra chi la storia la scrive e chi, poi, per poter ambire ad una quietudine socialmente ratificata, la impara, la ripete fino a crederci, la rifila a chi viene come quella moneta falsa che, purché accettata, diventa vera. "Così mi guardo indietro", ha scritto Calvino, "a quella stagione che mi si presentò gremita di immagini e di significati: la guerra partigiana, i mesi che hanno contato per anni e da cui per tutta la vita si dovrebbe poter continuare a tirar fuori volti e ammonimenti e paesaggi e pensieri ed episodi e parole e commozioni: e tutto è lontano e nebbioso, e le pagine scritte sono lì nella loro sfacciata sicurezza che so bene ingannevole".

 

Note Il partigiano e l'aviatore di Davide Pinardi è pubblicato da Odradek (Roma 2005). Il momento buono di Mario Bernardo venne pubblicato da Ideologie, a Roma nel 1969. L'esteta armato è il titolo di un saggio di Maurizio Serra, edito da Il Mulino, a Bologna nel 1990.

 

F.A.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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