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Ritratti intellettuali e intellettuali ritratti

 

Ritratti intellettuali e intellettuali ritratti

Anche i filosofi vanno all'osteria e il 29 aprile del 1619 René Descartes (1588-1637) - meglio noto dalle nostre parti come Renato Cartesio - scrive al suo amico Isaac Beeckman (1596-1650) per raccontargli quel che gli è capitato in una di queste niente affatto rare occasioni. Eravamo ancora al tempo in cui Cartesio, girovagando incerto per l'Europa, divideva i suoi interessi tra filosofia, scienza della musica e arte militare. Passando per Dordrecht si era imbattuto in un vecchio erudito con il quale si mise a parlare dell'arte di Raimondo Lullo, uno spagnolo maniaco religioso e guerrafondaio, crociatista convinto, un po' poeta, un po' romanziere, un po' di più filosofo pretenzioso. L'erudito all'osteria si vanta, allora, con Cartesio, di essere capace di usare della dottrina del Lullo non solo fino al punto di poter parlare "di qualunque argomento per un'ora intera", ma, all'occorrenza - in caso qualcuno gli chiedesse di proseguire per un'altra ora - avrebbe potuto continuare dicendo "cose del tutto diverse dalle precedenti" e "così via per venti ore di seguito". All'amico Beeckman, Cartesio manifesta tutta la sua perplessità facendogli notare che, a suo avviso, il sapere di costui "si fermava sulla punta delle labbra, piuttosto che nella testa" - un modo elegante, insomma, per dire che si era imbattuto in un perfetto cialtrone. Lullo finirà malissimo, in Africa, nel 1315, in uno dei suoi tanti vani tentativi di convertire più con le cattive che con le buone qualche infedele. Non prima, tuttavia, di aver scritto almeno le 243 opere che gli sono attribuite con un minimo di certezza. Fra queste, c'era quell'"Ars magna", ovvero "l'arte compendiosa di trovare la verità", che tanto entusiasmò - e tanto illuse - i sapienti di mezzo mondo. Nel cinquecento se ne prese a parlare come di una "clavis universalis", ovvero come di quella chiave che, da sola, avrebbe aperto tutte le serrature del sapere. Cartesio, in quel giorno, a quell'ora ed in quell'osteria, non ne sa nulla: ha capito di aver di fronte un cialtrone, ma - un po' perché è curioso, un po' perché a nessun filosofo spiace di parlar male di un collega che l'ha preceduto, un po' perché circolavano voci sul fatto che Lullo si fosse tenuto nella manica i segreti più segreti affinché non cadessero in mani incaute - chiede a Beeckman notizie in proposito e, possibilmente, una copia di questo famoso libro di Lullo. Un suo contemporaneo, Juan Caramuel - che finirà la sua vita come vescovo di Vigevano - sulla questione aveva idee chiare: "Lullo promette molte cose", dice, "ma chiunque può essere ricco soltanto di promesse". Senonché anch'egli, con la sua chirosophia e con la sua conseguente Chiromnemonica (il prefisso "chiro" viene dal greco "cheir" che significa "mano") tentò di inventare una tecnica che permettesse, letteralmente, di "stringere tutte le scienze in una sola mano", come se davvero, con i gesti della mano e con i movimenti delle dita si potesse richiamare alla mente l'intero sapere accumulato dalla specie umana. Allora, Cartesio sul tardo lullista o Caramuel di Lullo medesimo hanno una pessima opinione. E, anch'io, nel mio piccolo, devo ammettere che qualche criticuccia da fare a Lullo ce l'avrei, come a Cartesio e a Caramuel, peraltro. Non potrei mai sottoscrivere, pertanto, quella benevolissima affermazione del filosofo Gilles Deleuze (1925-1995) secondo la quale, quando lui scrive intorno ad un autore - qualcuno ricorderà i suoi saggi su Spinoza, o su Hume o su Nietzsche - il suo ideale "sarebbe di riuscire a non dire nulla che potesse rattristarlo, o, se è morto, che potesse farlo piangere nella tomba" Sono giunto da tempo alla conclusione che, se qualcuno dice qualcosa che non sta in piedi, è bene per tutti - lui incluso - che glielo si dica. E prima glielo si dice, meglio è. L'espressione di ciascuno è un bene collettivo, che va difeso. Cartesio, quel giorno - all'osteria - ha lasciato perdere. Avrà riverito il vecchio cialtrone e poi si è sfogato scrivendo all'amico Beeckman. A me, invece, alcune notti or sono, in televisione, è capitato di imbattermi in quello che altri potrebbero considerare come un "prezioso" filmato di una lezione tenuta da Gilles Deleuze in un'aula di qualche prestigioso istituto universitario di Parigi - nel sessantotto o dintorni. Indossava un maglioncino a collo alto e l'aula era gremita. Il silenzio iniziale si è protratto a lungo, qualche mezza parola e qualche sguardo di complice intesa con qualcuno, un minimo di pratica chirosofica strofinandosi il naso con il dorso dell'indice della mano sinistra, sguardi vacui. Quando ha cominciato a parlare ci ha messo un po' per dire che avrebbe disegnato sulla lavagna il cerchio della "significanza", ma si è ben guardato dal dire dove sarebbe andato a parare. L'ho seguito fino a che rabbia e rassegnazione mi hanno ridotto a più miti consigli: parole smozzicate, una frase che sia una mai conclusa, qualche crocetta e qualche cerchietto del tutto privi di senso alla lavagna, ma mantenendo sempre un'aria accorta e fin furbesca, come se lì, in quel momento che andava inteso come fatidico per tutti, da un momento all'altro stesse per saltar fuori il famoso asso dalla manica del Raimondo Lullo di turno. E mentre passava alla storia un magnifico esemplare dello straparlare filosofico alla francese, la moltitudine studentesca, nella sua compresa gremitudine, assentiva gravemente. Ce n'è uno - più innocente, beninteso, ma pur sempre annoverabile in questa categoria di intellettuali - che ogni tanto mi viene a trovare. Giusto una volta ogni paio d'anni. Lo fa per ragioni sue e mai state mie, ragioni antiche che coinvolgono altre persone, altre vite, ombre di un passato che, forse, gli deve oggi apparire se non come condiviso almeno come auspicabilmente condivisibile. Entra, prova a porgere una mano, poi la ritrae, poi la riporge, c'è forse un "carissimo" in una sorta di cachinno strozzato, ma - finito il convenevole, finalmente giunto al momento dell'apertura di un dialogo che giustifichi il perché è lì e non è là, perché oggi e non ieri, che istituisca una sorta di ordine del giorno in grazia del quale tirare avanti fra noi -, beh, le palpebre si socchiudono, il capo volge all'indietro, l'intero corpo tende ad arrovesciarsi su se stesso, la mano si alza e brancola come a disegnare una sorta d'area di sicurezza per una confidenza che, ci stessimo tre anni, mai arriverebbe. Nel buio di uno sguardo che si nega, la parola abortisce nella smorfia della bocca, la radice del naso si stringe come in un sarcasmo impudico e la frase si scarica intera in una sorta di riso di saputeria. La sa già, qualsiasi cosa gli dica di me, la sa già. E quando - per rimanere nei canoni della buona educazione - mima una domanda, tutto si riassume nell'eeh eeeh iniziale cui io, interpretandolo al volo e svelenandolo dall'angoscia che implica per entrambi, do requie enunciando in un tutt'uno domanda e risposta. Una risposta lunga e più articolata possibile, cui lui assente e che non ascolta, ma che consente ad entrambi di avvicinarci sensibilmente all'ambito momento del commiato - allorché lui se ne andrà con il medesimo sapere di prima, soddisfatto di aver esaudito qualcuno o qualcosa. Che gli rode lento e quasi inavvertito. Perché, indubbiamente, dove io non capisco - e non perché io sia particolarmente idiota, ma perché proprio non mi è dato di capire -, nella storia di colui che prima di essere un intellettuale è un essere umano, un significato perso da qualche parte, rintuzzato nei meandri della coscienza, un significato stordito di benessere, da qualche parte, c'è.

 

Note L'accuratissima edizione italiana di Tutte le lettere di René Descartes è stata pubblicata da Bompiani, Milano 2005. Caramuel sosteneva di aver scritto a Cartesio per contestargli varie affermazioni, ma queste lettere né hanno avuto risposta né si trovano nell'epistolario. Per questo e per l'opinione su Lullo, cfr. D. Pastine, Juan Caramuel: Probabilismo ed Enciclopedia, La Nuova Italia, Firenze 1975, pag. 75, 77, 153 e 156. Soltanto in nota mi permetto di far notare che potrebbe esserci una correlazione piuttosto stretta tra la sua "chirosophia" e la tenacia con cui il dotto vescovo si tenne lontano dalle femmine vita natural durante. Morto, poi, sotto la camicia gli furono riscontrati gli ineliminabili segni del cilicio. Per Lullo e il lullismo, cfr. P. Rossi, Clavis universalis, Il Mulino, Bologna 1983. Per l'affermazione di Deleuze, cfr. www.filosofico.net/deleuze1.htm.

 

F.A.

 

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a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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