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Cani perduti con collare e libri senza moschetto

 

Cani perduti con collare e libri senza moschetto

Convivo con un cane sostanzialmente fascista. Cane d'ordine, vorrebbe tutti in fila per due in un mondo di regole ferree ed immutabili. Riconosce un alticcio a cinquanta metri, un extracomunitario a cento, uno zingaro a centocinquanta; ringhia e abbaia a chi chiede l'elemosina, a chi siede ogniddove non ci sia un artefatto legittimato come panchina, sedia o sedile autorizzato dalla pubblica autorità Gelosissima del proprio spazio vitale, sessuofoba al punto che al suo confronto la regina Vittoria sembra una libertina, detesta i suoi simili - a maggior ragione se giocherelloni. Ama i suoi padroni non senza evidenti riserve morali per la loro disponibilità sociale, rispetta chi attraversa sulle strisce e scodinzola festosa a chi indossa un'uniforme. Nella sua Anthropologie de la bibliophilie - tradotto in italiano come Il desiderio di libro -, Renaud Muller spiega come e perché il libro, il libro in quanto tale, ha finito con l'assumere nella nostra società quel valore che, spesso se non sempre, colti ed incolti quantomai uniti nell'ossequio volentieri gli assegnano. "Per molto tempo", dice Muller, "il libro è servito come oggetto liturgico" e, proprio allo scopo di conferirgli un carattere sacrale riconoscibile da tutti i membri della Chiesa, vennero adottati codici facilmente riconoscibili. E' così che, via via, il libro ha assunto una funzione educativa di massa e, soprattutto, la piena rappresentanza della "legittimità del potere". Tuttora, attorno al libro, vigono cerimoniali che ne implicano la sacralità - che, nella Chiesa romana, possono prendere la forma del vescovo che "tiene il libro (…) orizzontalmente con entrambe le mani, sulle ginocchia, il taglio rivolto verso gli ordinandi che lo toccano mettendo il pollice sotto e le altre dita sopra", come racconta Dibie nella sua Ethnologie des prêtres, ma che, nelle case di tutti noi, possono prendere la forma della spennellatura amorosa, della raccolta composta di dorsi simili, delle rilegature ricercate ai fini di un arredamento che, formalmente, sprizzi cultura. Si comprende bene, allora, come il libro possa diventare "oggetto del desiderio", generando vere e proprie comunità che come tale lo condividono e che fanno di tutto per giungerne in possesso, ricevendone altresì in compenso un attestato della posizione sociale di chi l'ha ottenuto. Io stesso sono pronto a cadere nella più cupa disperazione per il libro che non trovo - quello che so di aver comprato, so di aver letto, so di aver scrupolosamente annotato sui margini, so di aver messo in quel posto, in uno scaffale della biblioteca, e che in quel posto, nel momento in cui ne ho bisogno, non c'è. Nelle forme di guerriglia attuabili tra coppie che si separano spesso sono utilizzati i tesori di famiglia - banconote, azioni societarie, obbligazioni, ori, pietre preziose, conti in banca e checchessia abbia un valore in qualche mercato -, quando non vite altrui: figli, per esempio, o il cane, o il gatto, o il pappagallo di casa. Uno dei due se ne serve nella realizzazione delle due sole strategie che, apparentemente, gli restano a disposizione: ricatto o vendetta. A quest'ultima classe di strategia post-matrimoniale sembra ispirarsi la moglie di Marcello Veneziani, intellettuale dichiaratamente di destra con i dubbi del caso riguardo al sostantivo data la sua collaborazione al quotidiano "Libero" - sulle pagine del quale, per l'appunto, si è coraggiosamente sfogato. Sua moglie, da cui si sta separando, gli sta facendo secchi, uno per uno o a carrettate, i suoi quindicimila amati volumi che, fino a ieri, hanno costituito la sua indispensabile biblioteca. Libri che, non essendo libri qualsiasi ma libri "letti", "chiosati", annotati sui margini, equivalgono per lui all'ossigeno che respira. I giornali riprendono la sua storia - "Aiuto, mia moglie mi brucia i libri" - e, nell'approntare hic et nunc il repertorio delle perfidie storiche d'occasione (i vestiti tagliuzzati e buttati nella pattumiera o dalla finestra, la biancheria intima lordata, la memoria del computer cancellata) interrogano politici e intellettuali perché commentino la vicenda. Fra questi, mi cade l'occhio sulla considerazione di Giano Accame, fascistone convinto nonostante il cognome, ma fascistone piuttosto originale ed elucubrante in proprio - almeno tanto da scrivere un libro intitolato Il fascismo immenso e rosso. Dopo aver colto l'occasione per affermare, tramite le disgrazie di Veneziani - e, perché no, anche quelle di sua moglie -, che va sfatandosi, allora, il pregiudizio di una destra che non ami i libri, e dopo averne incolpato, lo sa Dio perché, Gramsci e Togliatti - come se ad insultare "gli intellettuali dei miei stivali" fossero stati loro e non Mussolini -, Accame dice che "una biblioteca è un forte elemento di stabilità personale, familiare, psicologica". Anche se avrebbe forse dovuto aggiungere che questa considerazione è valida per un certo tipo di persona a bagno in un certo tipo di brodo culturale - e non per qualsiasi essere umano sulla terra -, credo che la storia del libro in quanto oggetto socialmente investito di valori lo confermi: a dettare le coordinate della nostra normalità ed a regolare il ritmo del nostro pensiero stanno anche le nostre letture - almeno quando queste non si riducono alla mera ricezione passiva della parola altrui, ma sollecitano le nostre reazioni e ci richiamano alle nostre responsabilità non tanto di lettori quanto piuttosto di persone vive e attive in quel mondo al quale, comunque, quelle letture si riferiscono. Quest'estate, una mattinata al mare. Con mia moglie ci scambiamo l'onere di trascinare la riottosa Papere per le vie del paese. Per invogliarla le indichiamo le pipì da usmare, gliene promettiamo di migliori qualche centinaia di metri più in là, le parliamo di cani da incontrare pronti da mettere in riga con un'abbaiata furibonda. Succede che svoltiamo un angolo e che, all'improvviso, dall'altra parte sopraggiunga un altro cane ad un altro guinzaglio. Al volo, compresa la situazione, facciamo per trattenerla prima che accade l'irreparabile. E invece no: dopo il primo chi va là, la coda, già ritta e tesa, si ammorbidisce, oscilla un poco e quindi prende a sventolare festosa - bacini di qua, bacini di là, usmate reciproche, perfino qualche cenno di cedimento nelle savonarolesche barriere dell'intimità A questo punto alzo il capo e sorrido a chi tiene l'altro guinzaglio. L'avevamo visto di recente in qualche dibattito televisivo, lo riconosco, capisco e il sorriso mi si spegne. Convivo con un cane sostanzialmente fascista. Dico: "Ah, lei è Giano Accame". Dice di sì, ci presentiamo, "Accame, piacere Accame", e lui dice che, allora, "siamo parenti". "No", gli dico subito, "non siamo parenti" E lui insiste. Ci racconta di un notaio di settant'anni fa che ha lavorato una vita per dimostrare che tutti gli Accame del paese discendono tutti ma proprio tutti dal medesimo ceppo e che, dunque, "mi dia retta", siamo parenti. "Tutti tutti ?", faccio io. E' a questo punto che lui tentenna un attimo. "Beh", fa, "tutti tutti no, tutti tranne alcuni che provengono invece dagli Accame di Arnasco, ma…". "Ecco", e qui chiudo senza guardare la faccia del mio cane, "io, per l'appunto, sono di quella famiglia lì".

 

Note Il desiderio di libro di Renaud Muller è pubblicato da Sylvestre Bonnard, Milano 2000. Il titolo completo dell'opera di P. Dibie è La tribù sacrée - Ethnologie des prêtres, Grasset, Parigi 1993. Per il caso Veneziani, cfr. P. Conti, Veneziani contro l'ex moglie "Distrugge la mia biblioteca", in "Corriere della Sera", 18 marzo 2005.

 

F.A.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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