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Caccia all'ideologico quotidiano
Semafori sulla via di Damasco
Confessioni di un inquinatore Innocenze perdute nell'applicazione
della regola del tre
Innocenze perdute nell'applicazione della regola del tre
Nel discorso con cui Mussolini, il 3 gennaio 1925, cerca di chiudere il caso Matteotti, dice che assume, lui solo, "la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è accaduto" Usa tre aggettivi che suggeriscono una sorta di crescendo nei massimi sistemi ideologici della cultura umana. In Sodoma e Gomorra, il quarto volume della sua Ricerca del tempo perduto, Marcel Proust si trova a parlare di un "tempo in cui le persone bene educate osservavano la regola d'essere amabili e quella cosiddetta dei tre aggettivi". Fa l'esempio di una signora di tradizioni aristocratiche alla quale, nel parlare, un aggettivo encomiastico non bastava mai e, anche quando scriveva, ne cuciva assieme esattamente tre. Incorrendo in un inconveniente, purtroppo: che la sua triade di aggettivi non riusciva mai ad assumere una struttura semantica progressiva e, invece, finiva sempre in un "diminuendo" In una lettera parlava delle qualità di un amico e le definiva "uniche-rare-reali"; in un'altra, invitando a cena - nel caso l'invito venisse accolto -, si diceva "beata-felice-contenta". Avesse avuto l'occasione o la necessità di aggiungere un quarto aggettivo, nota Proust, "dell'amabilità iniziale non sarebbe rimasto più nulla". Il linguaggio tradisce sempre qualcosa dei processi di valorizzazione in corso. Il Mussolini in crescendo - al di là del carattere stilistico del suo pensiero e del suo linguaggio - testimonia di tutto la sua ansia di riuscire persuasivo in un momento di particolare delicatezza. Ha favorito un assassinio e, conseguentemente, il suo progetto politico è a rischio. L'aristocratica di Proust, dall'alto della sua aristocraticità, non ha bisogno di affidarsi alla parola per risultare convincente - convincente è il suo stato sociale. Può permettersi il diminuendo, può permettersi, cioè, quel particolarissimo patto comunicativo in grazia del quale, a buona parte di ciò che dice, dall'interlocutore viene concesso lo statuto di vezzo - una sorta di limbo linguistico in cui pensieri e parole permangono nella gratuità più innocente. Non sempre, tuttavia, il lavoro dell'analista del linguaggio è così semplice. A volte le triadi sembrano composte senza che alcun criterio le orienti palesemente in una direzione o nell'altra. Faccio un paio di esempi. Nella Francia di questi giorni, si dice, è in atto un processo demolitorio contro il filosofo Bernard-Henri Lévy e il "Corriere della Sera" ne riferisce, titolando: "Bello, cinico, vanesio. Tutti contro Henri Lévy". Si passa dall'applicazione di un criterio estetico ad un criterio morale e, quindi, ad un criterio che, riguardando le capacità, potremmo definire come funzionale. Il primo termine sembrerebbe positivo, il secondo negativo ma - secondo certe ottiche sociali - "utile", mentre il terzo, designando "vanesio" (dal "vanum" latino) la vuotaggine, sembrerebbe decisamente negativo. Un percorso a diminuire, dunque. Ma, contestualizzando l'espressione e ricordandosi che si sta parlando di un filosofo, e non di un attore o di un modello, ecco che "bello" è già diventato un insulto, mentre il vanesio è già diventata la condizione necessaria affinché possa essere anche "cinico" - perché è nel vuoto di valori propri che possono essere disprezzati sempre e comunque i valori altrui. L'attrice Beatrice Dalle - l'interprete di Betty Blue di Jean-Jacques Beineix (1986) - si sposa, ma, in virtù di una ben nota perversione dell'informazione concernente le star, la notizia è che "sposa un detenuto". Il che vale l'intervista a Marco Bellocchio, il regista che, nel 1988, l'ha diretta nella Visione del sabba Il quale Bellocchio, fra il poco d'altro che si può dire, trova il modo di dire che, nei comportamenti della Dalle c'era, a suo parere, una "provocazione estetica, anarchica, nichilista". Ora, questa triade è palesemente problematica. Anarchica e nichilista, per esempio, sembra un'accoppiata vecchiotta. I due aggettivi potevano andare a braccetto, in qualche caso e non in tutti, almeno fino a tutto l'Ottocento, ma, più tardi le loro strade si sono irrimediabilmente divise. Tanto che di nichilisti se ne son trovati più pochini. Con l'estetica, poi, la coppia non quadra. L'anarchia e il nichilismo sono progettazioni politiche costruite sulle disparità di classe - questioni di economia e di politica, non di estetica. A meno di non volerle squalificare, valorizzarle molto in negativo, privarle di sensatezza già nell'associarle. Il che è, forse, proprio quel che Bellocchio - surrettiziamente e senza pagare il dazio di un'esplicita dichiarazione - voleva fare. Nella triade riservata a Lévy, dunque, il movimento interno è confuso, pur mantenendo i tre aggettivi una loro coerenza paradigmatica. Nella triade riservata alla Dalle, invece, potrebbe esser individuabile un movimento in crescendo - verso il peggio -, ma la compatibilità stessa degli aggettivi è piuttosto dubbia. Mentre indubbio è il giudizio negativo sull'attrice e su checchessia questa volesse fare della propria vita, fosse anche sposarsi e fosse anche sposarsi un detenuto. Sono tre anche le ragioni addotte dal Quotidiano del Partito Comunista della Corea del Nord perché i coreani maschi non portino i capelli alla Bernard-Henri Lévy e perché, invece, li portino corti, anzi cortissimi, ricorrendo, conseguentemente, almeno una volta ogni quindici giorni al barbiere. I capelli lunghi sarebbero un "segnale di decadenza capitalista" I capelli lunghi "consumano molti elementi nutritivi e possono privare il cervello di una parte di energia" "Le persone che conducono un tipo di vita che non è il loro, diverranno degli idioti e provocheranno la rovina della nazione". Passando dall'ideologico al biologico e, quindi, al culturale, si profilano tre minacciosi orizzonti agli occhi di un popolo represso. Salta all'occhio la tenacia stilistica con cui si caratterizzano le comunicazioni di ogni sistema autoritario che voglia farsi rispettare - gli elementi nutritivi e l'energia risucchiati via dai capelli al cervello, ricordano molto gli stigmi lanciati sulla masturbazione sia in ambito di cattolicesimo che in ambito di maoismo. Conseguentemente, mentre risulta molto dubbia la sua sensatezza complessiva, sembra tuttavia certo che si tratti di una triade in crescendo. Ma l'aver lasciato al primo posto l'argomento ideologico - la decadenza capitalista - non depone a favore né della forza di persuasione del regime coreano né della fiducia nei propri mezzi e dei propri scopi. E' il caso in cui la crescita dell'enfasi tradisce la debolezza di chi comunica. Gli aggettivi sono il frutto della capacità di aggiungere distinguendo. La loro storia registra le operazioni mentali compiute e suggerisce le condizioni in cui si sono rese possibili e necessarie. Dal punto di vista strettamente evoluzionistico costituiscono una risorsa straordinaria. Perché, ad un certo punto, nei salotti e nelle piazze, sia saltata fuori la regola del tre non lo so. Sospetto che abbia a che fare con le nostre esigenze di ritmo, con la natura correlazionale del pensiero, e sospetto che a ciò non sia neppure estranea la classica suddivisione in tesi, antitesi e sintesi della logica dialettica. Sono del tutto convinto, però, che, a starci attenti - nel momento in cui questa regola non scritta da nessuna parte viene puntualmente applicata -, si ha tutto da guadagnare. Perché si sa qualcosa in più su chi l'ha usata e, spesso, si sa qualcosa che chi l'ha usata aveva tutte le intenzioni di tenersi per sé.
Note Cfr. M. Proust, Sodoma e Gomorra, traduzione di Elena Giolitti, Einaudi, Torino 1978, pag. 369. Su Bernard-Henri Lévy, cfr. "Corriere della Sera", 11 gennaio 2005. Per l'intervista a Marco Bellocchio, cfr. "Corriere della Sera", 8 gennaio 2005. Per i capelli dei coreani, cfr. "Corriere della Sera", 10 gennaio 2005.
F.A.
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