|
Caccia all'ideologico quotidiano
Incontri
Rischi periferici
Trappola per topi
Trappola per topi
Non so se Paul Adrien Maurice Dirac e Franco Rasetti si siano mai conosciuti. Presumibilmente sì. Entrambi fisici di prim'ordine, avevano pressoché la stessa età e, nel 1927, avevano partecipato entrambi a quel famoso congresso organizzato dal regime fascista per accreditarsi agli occhi dell'intero mondo scientifico commemorando, pretestuosamente, il primo centenario della morte di Alessandro Volta - un congresso famoso perché in quella sede, per la prima volta, i maggiori fisici del mondo (Einstein escluso, se non vado errato) discussero della teoria della complementarità di Bohr e del principio di indeterminazione di Heisenberg. Di certo so che nessuno dei due - né Dirac né Rasetti -, pur invitati, si unirono agli altri fisici che, a Los Alamos, misero in piedi quell'infernale meccanismo che portò alla bomba atomica. Rasetti, anzi - che, in una lettera ad Enrico Persico, ebbe a scrivere come "tra gli spettacoli più disgustosi di questi tempi ce ne sono pochi che uguagliano quello dei fisici che lavorano nei laboratori sotto stretta sorveglianza dei militari per preparare mezzi più violenti di distruzione per la prossima guerra" -, ne fu tanto disgustato che, prima, nel 1939, lasciò l'Italia per il Canada e, più tardi, abbandonò del tutto gli studi di fisica per dedicarsi alla biologia ed alla geologia.
Dal 3 luglio del 1945 al 3 gennaio dell'anno successivo, dieci scienziati tedeschi sono stati tenuti segregati in una fattoria inglese. Erano il frutto della missione Alsos (che in greco sta per "albero", come in inglese sta per albero "grove" e Groves era il nome del responsabile militare della costruzione della bomba atomica americana), che, già poco prima della resa della Germania, era stata inviata in Europa con almeno due scopi precisi: cercare di sapere a che punto erano i fisici con la bomba ed evitare che finissero nelle mani dei sovietici - che alleati lo erano, ma fino ad un certo punto, ovvero fino al punto costituito dal possesso della bomba atomica stessa. Questa fattoria - stanza per stanza e fin nel giardino - venne trasformata in un'occulta centrale di ascolto e ogni parola di questi ospiti renitenti venne registrata e tradotta. Nel 1994, poco dopo che il segreto militare venne fatto cadere, queste registrazioni vennero pubblicate anche in italiano - in Operazione epsilon (Selene edizioni, Milano) - e ora sono state ripubblicate con le sagge annotazioni di Jeremy Bernstein e con una approfondita prefazione di David Cassidy (Il club dell'uranio di Hitler, Sironi editore, Milano) di cui qualcuno ricorderà la splendida biografia di Heisenberg, uno dei reclusi - forse il più importante dei reclusi, tanto che alcuni dei compagni di prigionia lo chiamano il "capo". Fra le tante più o meno sciocchezze che gli internati si dicono - fra animosità palesi, vecchi rancori, gelosie, viltà, accuse reciproche d'inettitudine e, soprattutto, strategiche costruzioni di alibi -, Heisenberg trova il modo di citare una volta Dirac dandogli del "comunista". E Bernstein, scrupolosamente, annota a lato che, anche qui, come in molte altre circostanze, Heisenberg si sbaglia.
I tedeschi avrebbero potuto arrivare per primi alla bomba atomica. Almeno per tre ordini di motivi. Il primo è che alla fissione dell'atomo (il termine, che si deve a Otto Frisch è ricavato dalla biologia per analogia con la divisione di un batterio che, per l'appunto, veniva detta "fissione binaria"), nel 1938, arriva primo il gruppo di Otto Hahn, fisico tedesco, non iscritto al partito nazista ma non certo oppositore del regime. Il secondo è che la maggior parte degli studi in materia era da considerarsi di dominio pubblico. Solo dopo il 1939, in America, qualcuno - e non la maggioranza - capisce che sarebbe bene rintuzzare il proprio orgoglio di scienziato e non pubblicare i risultati delle proprie scoperte. Non a caso, già nel 1934, una chimica tedesca, Ida Noddack, pubblica un articolo per correggere alcuni errori di Fermi, e fra l'altro, dice che "se si usano neutroni per produrre disintegrazioni nucleari possono aver luogo reazioni completamente nuove e mai osservate prima". Ma fu ignorata e, anni dopo, chi la ignorò disse che si trattava di un articolo "in anticipo sui tempi". Il terzo è che la Germania non difettava delle materie prime necessarie: l'uranio, estratto dalla pechblenda, era stato scoperto da un tedesco, Klaproth, nella Joachimsthal, ovvero nella valle di San Gioachino, montagne metallifere tra la Germania e la Cecoslovacchia. E tuttavia non ce l'hanno fatta. Per un bel mucchio di ragioni: numerosi errori di calcolo da parte del principale responsabile dell'impresa, Heisenberg - lo stesso che Hahn, la sera in cui gli internati vengono a sapere della bomba a Hiroshima, chiamerà "mezza calzetta"); antisemitismo e sfiducia ideologica nella fisica non classica - tanto da rifiutare come "ebraica" la teoria della relatività di Einstein nonché buona parte della fisica quantistica, tanto da rinunciare a scienziati fondamentali del calibro di Lise Meitner e di suo nipote Otto Frisch; le divisioni interne tra gli scienziati; qualche attacco ben mirato da parte degli alleati - come i tre attentati alla fabbrica di acqua pesante che, nei piani di Heisenberg, era indispensabile) e la mancanza di fiducia nel risultato che, peraltro, poteva anche minare il campo avverso, visto e considerato che Fermi, ancora nel 1939, a chi gli parlava della possibilità di una bomba atomica, rispondeva "Fesserie" o, al più, ammetteva una "remota possibilità" nell'ordine del "10%", e che lo stesso Einstein, più o meno negli stessi giorni, ammise di non averci pensato.
Le registrazioni nella fattoria inglese confermano anche la nascita di una versione di comodo di come sarebbero andate le cose. E' Carl Friedrich Von Weizsacker, grande amico di Heisenberg a lanciarla: i fisici tedeschi non avrebbero costruito la bomba non perché non ne sono stati capaci, ma perché il loro umanitarismo gliel'avrebbe impedito. Non hanno voluto, insomma. Balle. Balle oggi sostenute sia da nazisti pentiti - che così cercherebbero di strappare almeno un pareggio con la parte avversa nel conto delle atrocità commesse -, e da cattolici - che così giustificherebbero la benevolenza dimostrata dalle autorità vaticane nei confronti dei gerarchi nazisti - stando zitti sull'Olocausto, nascondendoli, facilitandone l'espatrio in Sud America. I ricchi premi e i cotillons ad Heisenberg, nonché il grande rispetto per le venature mistiche della sua fisica, vanno interpretati in questa chiave.
Dalla necessità di emergere a qualsiasi costo nella competizione sociale derivano una crudeltà ed una stolidità della cultura talmente offensive da risultare insopportabili. Leggo L'emozione e la regola (Rizzoli editore, Milano 2005) del cattedratico Domenico De Masi e, sulle prime, rimango quantomeno perplesso nel veder citato come uno straordinario caso di armonica creatività collettiva quanto si è realizzato a Los Alamos negli ultimi anni della seconda guerra mondiale. La storia che ci racconta Rodhes - che all'argomento ha dedicato una monumentale approfondita ricerca (ne L'invenzione della bomba atomica, Rizzoli, Milano 1990, riedita nel 2005) - narra di errori, anche gravi e potenzialmente catastrofici, paure, incertezze, divisioni, inimicizie, spionaggio, licenziamenti, insofferenza verso i militari, strapotere dei militari nei confronti dei politici, disperazioni. De Masi straparla di bellezza dell'ambiente, gusto estetico, carisma, vicarietà delle funzioni e di altre amenità edulcoranti per dimostrare che di rose e di fiori è costellato il cammino verso la bomba atomica americana. Fra queste rose e questi fiori - giusto per dare un tocco di armonicità in più e per rafforzare l'unitarietà delle forze del Bene - dice che tutti i migliori fisici del mondo si sono prodigati a Los Alamos e, nell'elenco, al colmo dell'indifferenza, ci infila anche Dirac e Rasetti. Perché la storia - ovvero la versione di storia oggi più conveniente - riclassifichi un raro gesto di intelligente coraggio civile nella melmetta di un'unanimità servile.
Mentre è ancora detenuto in Inghilterra, Otto Hahn riceve il Premio Nobel. Il fatto è destinato a rimanere misterioso. Innanzitutto, perché, se gli esperimenti sono stati condotti da lui e da Strassman, è anche vero che la loro interpretazione corretta la si deve a Lise Meitner e a Otto Frisch. E, dunque, anche loro avrebbero dovuto perlomeno essere associati al premio. Poi, non può sfuggire la contraddizione più mastodontica: un premio istituito per chiedere perdono dell'invenzione di un esplosivo - la dinamite -, che viene consegnato a chi ha aperto la strada alla costruzione della bomba atomica.
F.A.
|