logo RP
scrivi | newsletter | cerca
trasmissioni

 
 
 
trasmissione di informazione
la caccia

Caccia all'ideologico quotidiano

 

L'imbuto della storia 

Una partita a carte truccate
La rappresentazione del sé lavorativo e l'etica dei suoi stivali

 

La rappresentazione del sé lavorativo e l'etica dei suoi stivali

Dove io avrei detto "sono nato nell'anno tale", uno diceva "sono del segno dei pesci da una notte di marzo del", un altro "ho cominciato a farmi notare nel tal luogo da mia madre nell'anno tale", un'altra "esco a fare un sopralluogo al mondo il giorno tale del mese tale dell'anno tale", un'altra ancora "sono nata nel tal luogo in una freddissima sera del mese tale dell'anno tale" e un altro ancora diceva "potevo nascere nel tal luogo nell'anno tale, ma ce l'ho fatta soltanto nell'anno tal'altro e nel luogo tal'altro". Nel presentarsi in un curriculum vitae, le strategie possono essere diverse - in rapporto agli scopi -, ma è indubbio che fra la soluzione che avrei adottato io e quella che hanno adottato loro c'è una differenza: rispondono a modelli di coerenza ben diversi. La mia è sciattamente descrittiva, quella degli altri è, diciamo così, più espressiva. Loro sono giovani scrittori, ritengono di dover sfuggire ad un modello standard di curriculum che, invece, a me - per quel che con un curriculum posso farci - va benissimo. Incontro un amico che spinge una carrozzina. Non lo vedo da qualche tempo, do un'occhiata al trasportato e mi accorgo che il bambino non è più quello di prima. "E' il tuo secondo", gli dico. Che ha gli occhi della madre non glielo dico, ma che ha un bellissimo paio di stivali gialli sì. E' buono come il pane il bambino, tranquillo come un papa, e, con l'amico, possiamo quindi buttarci nei rispettivi rendiconti - cosa ho fatto io, cosa ha fatto lui, nel frattempo. Poi ci imbattiamo in una signora che, nell'incrociarci, ha come una battuta d'arresto e io penso che stia per fare qualche complimento a quel magnifico bambino che stiamo portandoci a spasso. Invece no. Dice: "Guardi che il bambino ha su gli stivali alla rovescia, ha il piede destro nello stivale sinistro e viceversa". Il "curriculum" - parola latina, dal verbo "currere", correre, in questo caso il metaforico correre del tempo - è un dispositivo retorico delicato e come tale evolve al passo del quadro ideologico in cui serve. Deve risultare tanto convincente da invitare almeno alla prova di un rapporto di lavoro e un rapporto di lavoro, si sa, è un rapporto di grande delicatezza non solo per la transazione di quattrini e di abilità, ma anche per le transazioni meno materiali che, come in ogni relazione umana, ne scaturiscono. E' in ragione di ciò che, chi è chiamato a compilarlo, soppesa con gran circospezione e scrupolo quel che ci deve stare e quel che non ci deve stare, quel che può esser detto con gran chiarezza e quel che, invece, va, per così dire, lasciato tra le righe. Ed è in ragione di ciò che - dall'altra parte, dalla parte di chi lo riceve - scatta un'indagine meticolosa su quel che nel curriculum è detto, sul come è detto e sui minimi particolari che potrebbero tradire l'eventuale cadavere custodito gelosamente nell'armadio mentale dello scrivente. Non so quanta ragione avesse Max Weber nel far discendere lo "spirito del capitalismo" dall' "etica protestante" - quell'etica protestante che assegnava una sorta di predestinazione e una vocazione alla professione in conformità alle esigenze di razionalizzazione e di valorizzazione del tempo-denaro proprie del capitalismo moderno -, ma credo che, comunque, nell'istituire un rapporto fra dottrine religiose e atteggiamenti socialmente invalsi nei confronti del lavoro, torto torto non l'avesse. C'è un che di eroico nel coinvolgimento etico che traspare dalla rigidità di certi curricoli: gli studi effettuati, le esperienze lavorative, le lingue conosciute e i vari gradi della loro conoscenza, la competenza informatica, la disponibilità a viaggiare, a cambiare sede, a volte il possesso di un'auto propria, a volte - per le professioni più intellettuali - quell'elenco delle pubblicazioni che, in nessun caso, può essere troppo striminzito. Sempre - sia nel caso in cui il curriculum disponga a pena così come nel caso urti per tronfietà - c'è un investimento di sé che appare totale, come se, per posta, in questo gioco di contesa, ci si mettesse tutto quello che si ha. Lo scrittore che si presenta come tale - non certo quando cerca un posto in banca o al catasto - si può permettere qualche trasgressione ai modelli standard: via il paludamento - e via il solido -, via lo schematico e apertura verso un curriculum ad sensum, dove l'insieme conta più di qualsiasi sua singola parte - un'apertura all'inventiva. Una pretesa quasi olistica: che il guizzo di una soluzione verbale, o di un'articolazione sintattica fortunata, siano sufficienti a rappresentare quel che conta davvero. Ma, perdendo qualche colpo l'etica protestante del lavoro, ecco che anche il curriculum di professioni meno creative si prova a forzare la rigidità dello schema convalidato. Così, nel leggere il curriculum di una giovane psicologa, mi capita di soffermarmi sulla sua articolazione in "obiettivi", nelle canoniche "esperienze professionali" (tantissime, troppe, come di coloro che non sono ancora riusciti a fare alcunché), negli "studi compiuti", negli "interessi" e nelle "caratteristiche" che l'autrice, con disinvolto coraggio, si autoattribuisce. Tutto molto ben scritto, ben nerettato, ben spaziato, ben soppesato - come ci si aspetterebbe, d'altronde, da una psicologa Fra gli "interessi", tuttavia, ce n'è uno che, se il curriculum, che so, fosse stato presentato a Giovanni Calvino (tanto per fare un nome a caso in forte fortissimo odor di etica protestante), difficilmente avrebbe concorso alla sua assunzione. Anzi, ancor grazie non le avesse procurato una bella denuncia al tribunale dell'Inquisizione. Dobbiamo dunque registrare il fatto che, a proposito dell'evoluzione degli atteggiamenti verso il lavoro, oggi sia del tutto plausibile che una psicologa chieda di essere assunta sulla base di un suo dichiarato interesse, non solo per la "lettura", i "viaggi" o il "giardinaggio", ma anche per le "cene con gli amici". Come la signora dice la sua - "Guardi che il bambino ha su gli stivali alla rovescia, ha il piede destro nello stivale sinistro e viceversa" -, il mio amico, il papà risponde prontissimo e non senza una certa sicurezza di sé: "se è per questo gli stivali non sono nemmeno i suoi, sono del fratello". Anche qui è stata in atto una contesa e la risposta del mio amico - apparentemente priva di qualsiasi connessione con quanto detto dalla signora, come privo di connessione con la sua capacità di lavorare sembra essere la propensione della psicologa per andare a cena con gli amici - è ben determinata, fieramente determinata, nel mantenere responsabilità e poteri di padre. Nel modello eroico di curriculum vitae - quello della persona normale che fa un lavoro normale, dirigente o subalterno che sia, ovvero sopravviva all'interno del sistema capitalistico e della sua etica - ovviamente, non c'è spazio per un episodio del genere. Né il mio amico né la signora puntigliosamente correttiva - nonostante sia, in definitiva, particolarmente significativo ai fini di un quadro psicologico di entrambe le persone - citeranno l'episodio degli stivali scambiati nel proprio curriculum. Lo butteranno nella zavorra della quotidianità. A meno che - come nel caso dei giovani scrittori - non si crei un mercato alternativo dove anche una contrattazione effettuata su queste basi abbia un senso. Il che non è affatto impossibile. Note La prima edizione dell'Etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber è del 1905.

 

F.A.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

versione stampabile

11/12/05
04/12/05

 

13/11/05
06/11/05

 

30/10/05
23/10/05
16/10/05

 

05/06/05

 

29/05/05
22/05/05
08/05/05
01/05/05

 

24/04/05
17/04/05
10/04/05
03/04/05

 

20/03/05
13/03/05
06/03/05

 

27/02/05
20/02/05
13/02/05
06/02/05

 

30/01/05
23/01/05
16/01/05
09/01/05