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Il corruttore incorruttibile e la testimone assente

 

Il corruttore incorruttibile e la testimone assente

Nonostante non vi sia certezza né sulla data di nascita né su quella della morte, si può affermare che la vita di Cornelio Nepote è trascorsa nell'ultimo secolo prima della nascita di Cristo. Di lui rimangono testimonianze indubitabili, come quella di Catullo e di Cicerone e, su di lui, un giudizio di "esemplare moralità" per il modo con cui scrisse quelle sue Vite dei massimi condottieri che, molti anni dopo, sono servite da esercizi di traduzione dal latino in italiano per numerosi studenti. Fra queste Vite, tuttavia, la lettura di quella di Attico fa sorgere almeno un paio di problemi. Tito Pomponio visse dal 109 al 32 a. C. e lo si ricorda come Attico per il semplice motivo che, trovandosi ad un certo punto della sua vita, a Roma, in piena guerra civile, decise che era il momento buono per levare le tende e si trasferì armi bagagli e, soprattutto, forzieri, ad Atene, dove, ungendo le ruote della pubblica amministrazione, si guadagnò stima e riconoscenza. Da Atene, peraltro, non trascurò mai le cose romane. Tanto che Silla passò da lui e ne ottenne un bel po' di quattrini senza però convincerlo della bontà della sua idea politica. Tornato a Roma, Attico, riuscì sempre a barcamenarsi con abilità. Ricchissimo, faceva parte del partito aristocratico, ma finanziò generosamente anche gli altri partiti. Quando fra Cesare e Pompeo fu guerra lui diede soldi agli amici di Pompeo, ma il fatto stesso che Cesare, dopo esserne uscito vincitore, lodasse la "neutralità" di Attico e ordinasse di non disturbarlo neppure per fargli pagare le tasse, fa pensare che, oltre che agli amici di Pompeo, lui avesse dato soldi anche agli amici di Cesare. Più tardi, allorché Bruto e Antonio si trovarono su fronti opposti, Attico riuscì a trovare il modo di ingraziarsi entrambi, tanto che, giunto il momento delle vendette di Antonio, questi gli scrisse subito di stare tranquillo - che a lui ed ai suoi amici non sarebbe stato torto un capello. Ciò non ostante, Attico pensò anche a tutti coloro che erano riusciti a svignarsela, raggiungendoli con il suo denaro ovunque si fossero rifugiati e aiutandoli a cavarsela egregiamente in terra straniera. Chi lo sa, presumibilmente pensava, a volte ritornano - e lui non lasciava nulla al caso. Cornelio Nepote, nei confronti di Attico, ha soltanto parole dolcissime. Secondo lui il suo modo di agire "non poteva venir tacciato di opportunismo da nessuno", né in alcun modo si avrebbe potuto far derivare la sua "liberalità" dal "calcolo": l'arte della generosità, insomma, trovava in lui uno dei suoi massimi interpreti, perché, aiutando tutti coloro che contano e non recando danno a nessuno di coloro che contano, non incontrò mai alcuna inimicizia da parte di qualcuno che conta. Lungimirantissimo, allorchè sua figlia gli diede una nipotina, con i favori di Cesare la fidanzò già ad un anno con Tiberio, perché "prevenire", anche nel corpo sociale, è sempre meglio che "curare". La nostra storia recente straborda di doppio e di triplogiochisti, di abilissimi potenti che, elargendo a destra come a manca, si garantiscono una relativa stabilità anche nelle eventuali prossime tempeste: banchieri, bancarottieri, finanzieri, capitani d'industria che, alimentando più e meno ugualmente i venti contrari, si costituiscono una sorta di riparo durevole a prova di spifferi da cui guardare alle misere cose del mondo altrui con l'occhio compassionevole di chi ne ha, sempre e comunque, uno proprio migliore. Alla luce di questa storia, dunque, tanta "esemplare moralità" in Attico noi non la riusciamo a trovare e l'indulgenza di Cornelio Nepote - al di là di quella stupidaggine relativista che vorrebbe per noi ingiudicabile il comportamento di persone vissute molte tempo prima di noi - ci appare più dettata dalle probabili prebende di cui lui stesso, a qualche titolo, avrà goduto grazie ad Attico, piuttosto che da un metro di giudizio reso davvero ormai incommensurabile dall'usura degli anni. Non a caso, nell'analisi della nostra epoca, l'atteggiamento verso quella vita di Attico descritta da Cornelio cambia radicalmente. Boissier, per esempio, in Cicerone e i suoi amici (che è stato tradotto in italiano e pubblicato nel 1988) accusa Attico di opportunismo politico e sociale e dichiara che, "visto a distanza, pur attraverso gli elogi di Cicerone" - pur, quindi, giocando la carta di un'autorità ancora maggiore -, "Attico non sembra attraente, e non è certo lui che uno sarebbe tentato di scegliere per amico". Sempre che non si abbia bisogno di quattrini, aggiungerei. Cornelio Nepote registra della vita di Attico tutto ciò che conta. Il padre, gli amici, gli amici degli amici, lo zio - che gli lascia in eredità dieci milioni di sesterzi -, la sorella - che sposa Quinto Tullio Cicerone, fratello di Marco -, la figlia, il genero, la nipotina, perfino gli schiavi - dei quali addita le straordinarie virtù culturali -, ma non la moglie. Di cui non c'è traccia. Come se, in tanta generosità, qualcosa, giocoforza - nel malincuore della storia - dovesse andare perduto. A maggior ragione se testimone. Dal vizio che spesso imputiamo ai nostri contemporanei - di giudicare usando due pesi e due misure a seconda del disgraziato che capita a tiro, di far dipendere i nostri giudizi da assunti più o meno inconfessati e spesso inconfessabili, di una parzialità interessata, insomma - non è esente neppure il candido Cornelio Nepote. Se le tangenti pagate da Attico erano la prova di una fulgida moralità, altre no. Allorché Cornelio si occupa di alcuni dei personaggi protagonisti delle guerre puniche, per esempio, si sofferma sul giovane Asdrubale e, dopo averne sparlato riferendo dicerie attinenti alla sfera sessuale - categoria sempiterna dell'argomentazione diffamatoria -, dice che, una volta investito del comando dell'esercito, si diede ad elargire denaro ingenerando quindi la corruzione "negli antichi costumi dei cartaginesi". In una società straniera, evidentemente - a parità di agenti patogeni -, può avvenire quel nefasto cortocircuito etico da cui la società propria è invece sacrosantamente immune.

 

F.A.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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