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Il senso unico delle citazioni sbagliate

 

Il senso unico delle citazioni sbagliate

All'ultima pagina dell'Ultimo atto - la dolorosa memoria che Romano Mussolini dedica al padre -, in una lettera scritta alla sorella Edvige, Benito, fra il poco d'altro che nei momenti drammatici si può dire, dice: "Ho fatto molte citazioni nella mia vita parlando, e scrivendo, e si dice che alcune fossero inesatte. Ne farò ancora una, esatta. Come dice Amleto….". Chi non cita per contraddire, cita in cerca di un'autorità che lo sostenga nella propria argomentazione. Si fa trasportare sulle spalle di qualche gigante di passaggio nel popoloso mondo dei suoi valori. Chi si sente fortissimo non cita nessuno. E' così sicuro delle proprie opinioni che non ha bisogno di alcun supporto. Ma ci sono scrittori, che, pur avendo di sé alta opinione, citano ugualmente a piè sospinto, perché ritengono che, comunque, la capacità di citare sia già di per sé un attestato della propria dignità e che i citati - tutti noti, tutti intelligentissimi, tutti amati - costituiscano una compagnia dalla quale lui stesso meriterebbe di venir cooptato. Ciò non ostante, "in una indagine riguardante un articolo metodologico prodotto da un solo autore che aveva ricevuto diecimila citazioni" - perché le citazioni si ricevono, come assegni di moralità - "è stato riscontrato che la sua citazione è avvenuta in 300 modi diversi, corrispondendo a più di duemila citazioni sbagliate", più di un quinto. Il libro che ho sott'occhio consta di 209 pagine e contiene più di due citazioni a pagina. Parlo delle citazioni esplicite, perché, per esempio, anche dire che " un giorno di solitudine sembra lungo cent'anni" - oltre che una sicura sciocchezza - è una sorta di citazione, perché vi traspare fin troppo chiaramente il titolo di un famoso romanzo di Gabriel Garcia Marquez, Cent'anni di solitudine, pubblicato nel 1967. Se a quelle esplicite, dunque, si dovesse aggiungere le citazioni implicite o involontarie, arriveremmo ad una quota intorno al migliaio. Tante. Troppe per un libro che non ne contesta neppure una. Troppe per non pensare che queste citazioni, più che dalle buone letture dell'autore e dalla sua ottima memoria, non siano tratte di peso da qualche antologia specializzata in cui le citazioni, fior da fiore, siano già belle e incolonnate, decontestualizzate, e pronte all'uso in una catena di montaggio del ben pensare socialmente ratificato. Già qui, allora, qualcosina da dire ci sarebbe, ma, avventurandosi in questa giungla e armandosi di santa pazienza, prende corpo ben presto tutt'altro problema. La maggior parte di queste citazioni è sbagliata. Non solo nel senso che non è affatto necessario far dire a Francesco Bacone che "sapere è potere" - visto e considerato che, prima di Francesco Bacone, l'avranno pensato e detto qualche miliardo di persone compreso il lustrascarpe di Francesco Bacone medesimo, ma proprio nel senso che l'autore è stato tirato in ballo per affermare una cosa, mentre, in realtà, ne aveva affermato tutt'altra. Faccio un esempio. Ad un dato punto, in questo libro, si ricorda come Erodoto racconti che "i capi tribù dell'Illiria requisivano le ragazze, mettevano all'asta le più belle e davano il ricavato in dote alle più brutte". Ora, se si ha la pazienza di andarsi a pescare il capitolo 196 del primo libro delle Storie di Erodoto, si può leggere, invece, quanto segue: "Una volta all'anno, in ogni villaggio si faceva così: conducevano in un unico luogo, allo scopo di riunirle tutte, le ragazze che si trovassero in età da marito e intorno ad esse si radunava una folla di uomini. Poi un araldo le faceva alzare in piedi, una per una, e le vendeva: cominciava dalla più bella, poi, quando questa aveva trovato un generoso compratore, metteva all'asta la seconda per bellezza. La vendita si faceva a scopo matrimoniale. I Babilonesi benestanti in età da prendere moglie superandosi a vicenda con le offerte si acquistavano le più graziose; invece gli aspiranti mariti del popolo, che non badavano all'estetica, si prendevano le ragazze più brutte e una somma di denaro Infatti quando il banditore aveva terminato di vendere le più belle, faceva alzare la più brutta oppure una storpia, se c'era, e la offriva a chi accettasse di sposarla con il compenso più basso; finché la ragazza veniva aggiudicata a chi s'accontentava della somma minore. Il denaro derivava dalla vendita delle ragazze avvenenti: in questo modo erano le belle ad accasare le brutte e le menomate". Così Erodoto, che, peraltro, sta parlando di un'usanza dei Babilonesi e che soltanto fra parentesi aggiunge che gli è stato riferito essere, l'usanza, anche fra i "Veneti dell'Illiria". Nel libro che ho sott'occhio la citazione di Erodoto - che avrebbe potuto servire a mille usi, ma, soprattutto, per evidenziare l'asimmetria dei rapporti di classe e di genere nonché la viltà con cui gli intellettuali tentano di nascondere questo stato di cose (si pensi ai mariti del popolo che, essendo del popolo, non avrebbero badato all'estetica) - serve, invece, per dimostrare che in ogni "squadra" che si rispetti c'è posto sia per i protagonisti che per i comprimari. Una sorta di rivisitazione in chiave sportiva della favola degli allegri cooperanti di Menemio Agrippa. Guardo, allora, alle citazioni sbagliate con attenzione maggiore e mi devo presto render conto che l'errore, nel caso di Erodoto come in tutti gli altri, ha un senso. Anzi, una direzione - sempre quella. Le citazioni sbagliate non sono così innocenti come potrebbero sembrare, ma, per quanto errori, risultano perfettamente funzionali alle opzioni ideologiche dell'autore. Non c'è solo l'ambizione di autorialità nel profluvio delle citazioni tirate in ballo, ma c'è anche una manipolazione fino all'erroneità che mira invariabilmente verso il basso: dove il pensiero altrui viene semplificato, superficializzato, facilitato, edulcorato, banalizzato. In altre parole, sbagliando la citazione, si costruisce una storia del pensiero umano dove chi ci precede è sempre alla portata di chiunque - esattamente come chiunque può giungere alla conclusione che, nella vita, "sapere è potere", ma, sapendo che è stato Francesco Bacone a dirlo per primo, si consola nel trovarsi in augusta compagnia - e dove chi ci precede è stato così lungimirante da pensare e dire qualcosa che potesse accomodare i nostri problemi attuali in quattro e quattrotto. Dannatamente infestata di ideologico è, allora, perfino la citazione di un ex calciatore, ora allenatore, di nome Scala. Si chiama Nevio, ma nel libro che ho sott'occhio - ossequioso verso i numi benigni degli olimpi trascorsi, addolcendo i tratti rudi del centrocampista con il tenero ovale di una stella dello spettacolo -, Nevio è diventato Delio. Come Delia Scala. In una pagina del libro che ho sott'occhio, Pablo Neruda confidava alla sua "amante": "Tra tutti gli esseri, solo tu hai il diritto di vedermi debole". Una ventina di pagine più avanti, lo stesso Pablo Neruda diceva alla sua "donna": "Non mi hai fatto soffrire, ma attendere". Voglio sperare che Neruda si sia risparmiato queste sciocchezze, ma vorrei anche che qualcuno mi spiegasse se la sua interlocutrice è sempre la stessa o no - se nel passaggio da "amante" a "donna", costei, in dignità personale, ci abbia perso o guadagnato, o se, piuttosto, il passaggio da "amante" a "donna" non significhi che non avesse più niente da perderci. Anche qui, chi la racconta sta dalla parte dei benpensanti. Consapevolmente o meno, rappresenta il potere e parla di conseguenza. Utilmente, allora, "il resto è silenzio", come concludeva Mussolini, citando l'Amleto e, finalmente, azzeccandone una.

 

Note L'Ultimo atto - La verità nascosta sulla fine del Duce di Romano Mussolini è stato pubblicato da Rizzoli, a Milano, nel 2005. L'indagine scientifica sulle citazioni sbagliate è citata da un saggio del 1999, Criteri di valutazione della ricerca scientifica, di A. Buccianti e P. Manetti dell'Università di Firenze, recuperabile in rete. Immagino che questa mia citazione sia sbagliata. Fra le tante citazioni sbagliate omesse, ne aggiungo una: l'adulterio in Grecia, il marito era tenuto a tollerarlo se l'amante era più alto e più forte di lui. Mi ricorda la barzelletta di quello che apre l'armadio, vede l'amante della moglie grande e grosso, e richiude velocemente dicendo "questo non è lui". Il libro che ho sott'occhio non ve lo dico.

 

F.A.

 

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a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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